Don Pasquale fra i telefoni bianchi

DONIZETTI Don Pasquale R. Scandiuzzi, D. Luciano, A. Scotto Di Luzio, B. Bargnesi, M. Ferrara, S. Mazzamuto, V. Arrivo, D. Altobelli, E. Borghetti; Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, direttore Omer Meir Wellber regia Italo Nunziata scene e costumi Pasquale Grossi light designer James Patrick Latronica

Venezia, Teatro La Fenice, 22 febbraio 2015

Il Don Pasquale messo in scena alla Fenice è uno spettacolo assai rodato, nato nel 2002 per il Teatro Malibran (all’epoca erano ancora in corso i lavori di ricostruzione dopo il rogo del 1996) e da allora riproposto in Italia all’Opera di Roma, al Verdi di Trieste, al Massimo di Palermo, e all’estero al São Carlos di Lisbona e allo Staatstheater di Darmstadt, per ritornare ora in laguna dopo tredici anni. Che non sono passati indenni, ma che complessivamente non pesano troppo sull’idea di fondo che muoveva la regia di Italo Nunziata, ben riassunta dalle sue stesse parole: «Mi è sembrato interessante e coerente far rivivere la vicenda di Don Pasquale negli anni Trenta del Novecento, periodo nel quale il clima sociale presenta curiose analogie con quello dell’ambientazione ottocentesca della trama del libretto. La freschezza e l’ingenuità di alcuni momenti della trama possono essere forse esaltati con la citazione di scene ispirate ad una stagione del cinema italiano cui si guarda sempre con affetto nostalgico. Come non associare il personaggio di Ernesto alla figura dell’innamorato interpretato da Vittorio De Sica in film come Gli uomini che mascalzoni o Il conte Max? E come non riconoscere in Norina l’Elsa Merlini della Segretaria privata, una delle tante “cenerentole” degli anni Trenta che non attende inerte il proprio destino e che corona il sogno di sposare il proprio direttore?». Un omaggio dunque all’opera lirica e al cinema, lasciandosi condurre dal gioco leggero della trama e dalla voglia di divertire e di divertirsi. Il tutto funziona ancora molto bene, gli interpreti si divertono, il pubblico, che coglie facilmente la trasposizione temporale, pure, senza che la storia donizettiana venga eccessivamente stravolta. Le videoproiezioni di film d’epoca, dove scorrono i volti di Rodolfo Valentino, Vittorio De Sica, Assia Noris e Elisa Cegani, contribuiscono a ricreare il clima di quegli anni, così come le architetture funzionaliste del periodo fascista, quelle della «Manifattura da Corneto» dell’imprenditore Don Pasquale, dove si immaginano i fatti. è qui, nell’ufficio di rappresentanza, che si incrociano i personaggi: il dottor Malatesta, medico personale del ricco Don Pasquale, Ernesto, l’ozioso nipote che finge di lavorare nella ditta di famiglia in realtà perennemente distratto dalle bellezze femminili; Norina-Sofronia, la candida-astuta fanciulla che si presta ai diabolici giochi di Malatesta; ma anche uno stuolo di compiacenti e zelantissime impiegate e dattilografe. Spazio scenico che si trasforma in una sorta di ribalta da avanspettacolo nella seconda parte dell’opera, dove la biondissima e scatenatissima Norina si contorna di divertiti servitori che cantano e si divertono a vedere le immagini dei film che scorrono sullo sfondo.

Nelle recite veneziane la parte musicale era ben assortita con il protagonismo sicuro di Roberto Scandiuzzi, abituato a ruoli ben altrimenti drammatici, che qui trova insolite doti di caratterista divertendosi a tratteggiare un Don Pasquale inizialmente vanesio, via via sempre più disperato e infine bilioso di fronte agli eccessi di Norina. Voce timbratissima, potente ma anche agile nelle colorature e nei celebri e irrefrenabili sillabati del duetto con Malatesta. Al pari del bravissimo Davide Luciano, perfetto sotto ogni aspetto: insinuante e diabolico nelle sue trame, dalla voce autenticamente baritonale. Spigliatissima Norina Barbara Bargnesi, giovane soprano di Genova, voce leggera ma timbrata, sicura nelle agilità, indiavolata nella girandola di «cattiverie» giocate al povero Don Pasquale.

Omer Meir Wellber, che aveva deluso non poco nei Capuleti e Montecchi di Bellini, trova qui un andamento spigliato, buona vivacità e brio nella ricca orchestrazione donizettiana, anche se sono sempre in agguato, specie nelle strette finali, quei fastidiosi eccessi dinamici e agogici che si erano ascoltati in Bellini, e certe intemperanze che talvolta arrivano a coprire le voci, frutto di ingenuità interpretative che l’età contribuirà ad attenuare. Qualcuno parla di lui come il prossimo direttore principale del Teatro La Fenice allorché scadrà il contratto di Diego Matheuz. Un altro giovane alla conduzione dell’orchestra veneziana, che in questi ultimi anni ha mostrato un ottimo livello qualitativo.

Stefano Pagliantini

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