Convince il melologo “africano” di Orazio Sciortino

SCIORTINO African Novels voce recitante Sonia Bergamasco ensemble musicale NEXT-New Ensemble Xenia Turin

Torino, Museo Egizio, 20 ottobre 2018

 

Con un’intelligente azione sinergica, l’Associazione Xenia Ensemble (torinese) e Le Strade del Suono (genovese) hanno fatto convergere le rispettive manifestazioni – incentrate sulla nuova musica — in un progetto comune, sul tema della narrazione, affrontato da angolature diverse. Ogni rassegna ha conservato la propria specifica identità, ma sono stati creati momenti di contatto, scambio e integrazione. Oltre a Torino e Genova, gli appuntamenti si estendono in altre città del Piemonte e della Liguria, in sedi spesso inusuali, nell’arco di tre mesi, da ottobre a dicembre. L’attenzione a linguaggi e stili musicali di altre culture, in un vitale confronto con la creatività più tipicamente “occidentale”, che da sempre è il focus dell’EstOvest Festival di Xenia (giunto alla 17ª edizione), si è tradotta in un multiforme percorso di possibilità di raccontare in musica, al quale è stato dato il titolo di “Luoghi immaginari”. In tale ottica è stato commissionato a Orazio Sciortino, sulla base di un’idea di Claudio Pasceri, coordinatore del festival (nonché violoncellista del suo ensemble), un brano ispirato a testi di Nobel letterari africani, per nascita o radici. Così è nato African Novels, per voce recitante e quartetto d’archi, che il compositore ha presentato sottolineando in primo luogo il lungo tempo dedicato a approfondire una letteratura con la quale non aveva molta familiarità. Qualcosa di simile a una vera e propria iniziazione erratica che in quanto tale, una volta raggiunta la consapevolezza del suo compimento, celermente ha preso sostanza nella forma prescelta, quella del melologo, con la quale Sciortino già si era misurato nella Gattomachia, tratta da Lope de Vega. La musica, diversamente dalla letteratura, «prescinde il mondo», dice Borges, sulla scia di Schopenhauer, nella citazione acutamente apposta in esergo al programma di entrambi i festival. È la direzione nella quale mi è sembrato muoversi Sciortino, cercando di affidare a una drammaturgia tutta musicale, benché rappresentata anche dalla parola, il compito di esprimere il continente africano colto nel suo spirito più profondo, peculiare ma universale al tempo stesso, dagli Autori di riferimento. Così i testi dell’egiziano Nagib Mahfuz, del nigeriano Wole Soyinka, del sudafricano John Maxwell Coetzee e del francese (ma africano d’elezione, mauriziano di origine) Jean-Marie Le Clézio si annodano con l’intento preciso di non puntare a una linea narrativa vera e propria. Solo frammenti, al di là di ogni tempo e ogni luogo, convergenti però verso un significato comune, come in un montaggio cinematografico senza cesure, raffigurazioni sonore di stati d’animo e sentimenti in cui violenza, sofferenza, tenerezza e nostalgia si manifestano con un’intensità accecante, capace di imprimersi nella coscienza di chi ascolta come una ferita profonda. La composizione prende le mosse da un racconto di Mahfuz. Gli archi contrappuntano la voce, come una nervatura sottile ma tesa, per poi riservarsi un più denso spazio autonomo, sul quale deflagrano i versi di Soyinka. Il parlato cambia pelle, la tornitura delle consonanti si fa più marcata, le dinamiche che governano la prosodia sono via via più evidenti, nell’incedere ora solitario ora in unione con gli strumentisti. E la poesia ritorna come un da capo, per poi sfociare nel saluto di pace, salam-aleikum, affermato quattro volte, scolpito come su una tavola antica. Quando poi si arriva a Coetzee, per il momento in cui alla narrazione pura è lasciato più spazio, ormai il confine tra la parola e il suono è del tutto abbattuto, anche se è come se l’una conservasse l’eco dell’altra. La fusione in un’unica dimensione di linguaggio tocca qui uno dei vertici del lavoro, a contatto con la straordinaria descrizione del rapporto fra una donna torturata fino alla cecità in quanto “barbara” e un funzionario di una terra di frontiera, che la prende con sé, ne lava il corpo violato come in un rito ancestrale o di pietas, riuscendo quasi ad amarla ma non a possederla. Un rapporto enigmatico e lacerato, dove esplodono in modo simbolico e realistico insieme le contraddizioni di tutte le azioni di “civilizzazione” o omologazione (inevitabile che il pensiero corra ai conradiani abissi di orrore di Heart of Darkness…). Qui Sciortino, infallibilmente, si affida al calore ineguagliabile del violoncello: pochi interventi, essenziali, ma pregnanti ed eloquenti al pari della pluralità di voci interiori che animano la vasta pagina scritta. Al termine del racconto, la musica d’insieme si riavvia per accompagnare il ritorno della donna fra la sua gente, lenta, commossa, senza risposte. Quello di Le Clézio, che conclude, è invece il momento della memoria, ma anche, nuovamente, dell’eterno conflitto culturale: l’Africa nel sangue, l’Africa come libertà. Sull’immagine dei genitori felici sugli altopiani, vola l’emozione, fino ad un appagamento inebriante, compiuto, assoluto. Poi la voce tace. Solo gli archi per la poetica, liricissima conclusione, che si assottiglia fino a svanire.

Tirando le somme, se la sfida era alta, credo si possa dire che Sciortino l’abbia vinta in pieno. African Novels è una composizione meditata, sentita, costruita con un dosaggio sapiente delle due componenti che la caratterizzano, in una sintesi equilibrata che denota anche una certa padronanza della “grande forma”, vista la durata superiore a quelle sue consuete (una cinquantina di minuti, che scorrono senza cedimenti, dai quali non si toglierebbe una nota o una parola). Sciortino vuole e sa come arrivare al pubblico, ma lo fa da musicista che rifugge da vie facili, cosciente della necessità di strutture solide e pure capaci di fornire chiari segnali di lettura, punti di riferimento. Quanto all’idea di fondo di un andare oltre il testo, attraverso l’identificazione fra la parola e la musica, non nascondo di aver pensato all’esperienza vissuta tanti anni fa, con la voce-orchestra di Carmelo Bene, guarda caso in un altro melologo quale il Manfred di Schumann. Per quanto diverso sotto molteplici aspetti, questo lavoro di Sciortino, consapevolmente o meno, ne è uno sviluppo aggiornato. Ma il richiamo a Bene mi è utile soprattutto per sottolineare come il presupposto perché un lavoro così concepito possa funzionare è la disponibilità di un “recitante” con la sensibilità adeguata. Questo è forse lo scoglio più arduo, che la presenza di una fuoriclasse come Sonia Bergamasco ha consentito di superare. L’immedesimazione, il coinvolgimento, la bravura tecnica (la parte è tutta notata) e il controllo degli effetti che ha saputo dimostrare sono stati straordinari. Impeccabile anche la prova degli strumentisti del NEXT-New Ensemble Xenia Turin, vale a dire, oltre al citato Claudio Pasceri, Adrian Pinzaru e Eilis Cranitch (violini), Costanza Pepini (viola). La necessità di un direttore, in questo caso non evitabile, è stata garantita dallo stesso Sciortino, a tutto vantaggio dell’eccellenza del risultato.

Per dovere di cronaca si deve segnalare che African Novels ha avuto la sua première il giorno precedente a quello di cui qui si dà conto, al Teatro Sociale di Camogli. L’esecuzione torinese ha potuto contare su una sede meno tradizionale, ma di impareggiabile suggestione, specialmente in rapporto al carattere del brano: la Galleria dei Re del Museo Egizio. Una serata che si farà ricordare. E, come si dice che l’Africa lasci in chi l’ha conosciuta uno struggente desiderio di ritornarvi, cosi è di questo lavoro: lo si riascolterebbe senza esitazione.

Giorgio Rampone                         

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