Anna trionfa e Tell delude a Monaco di Baviera

VERDI Macbeth S. Keenlyside, A. Netrebko, I. Abdrazakov, J. Calleja, D. Power; Bayerisches Staatsorchester, Chor der Bayerischen Staatsoper, direttore Paolo Carignani regia Martin Kušej scene Martin Zehetgruber costumi Werner Fritz

Monaco, Bayerische Staatsoper, 1 luglio 2014

ROSSINI Guillaume Tell M. Volle, B. Hymel, M. Rebeka, G. Jurić, E. Sotnikova, J. Johnston, E. Scala, C. Stephinger, G. Groissböck; Bayerisches Staatsorchester, Chor der Bayerischen Staatsoper, direttore Dan Ettinger regia Antú Romero Nunes scene Florian Lösche costumi Annabelle Witt

Monaco, Bayerische Staatsoper, 2 luglio 2014

Annunciato tra gli highlights del tradizionale festival estivo di Monaco, tanto da essere prescelto per la serata inaugurale, il Guillaume Tell ha deluso. Scempiato da tagli inaccettabili, come spesso usa all’estero, e diviso in due atti, con l’ouverture spostata all’inizio della seconda parte, subito dopo la scena della mela, l’estremo capolavoro rossiniano è stato letteralmente maltrattato a livello musicale e teatrale. Non è questione di sterili scrupoli filologici: il Tell rifugge dall’urgenza drammatica tipica dell’opera romantica e trova invece la sua essenza nella contemplazione del rapporto tra l’uomo – inteso come collettività – e la natura; rapporto che si stabilisce e si consolida attraverso il lento procedere dell’azione, nell’ambito della quale cori e danze non costituiscono digressioni ornamentali fini a se stesse, ma, al contrario, rappresentano, nella loro fusione con l’elemento naturale, la sostanza stessa del dramma. Tagliare un’ora di musica in nome di una maggior concentrazione teatrale tradisce lo spirito e la peculiarità stilistica del Tell. Difficile dunque formulare un giudizio senza tenere conto di queste riserve. Ci limitiamo pertanto a citare la direzione musicale originale e ricercata del talentuoso Dan Ettinger, che solo in parte, però, ne attenua le responsabilità per l’aver avallato un progetto assai discutibile. Segnaliamo altresì le prove vocali dell’Arnold di Brian Hymel (in evidente progresso tecnico e interpretativo) e di Marina Rebeka, che si conferma eccellente Mathilde. Brutale e vociferante il Guillaume di Michael Volle e mediocri le seconde parti, eccezion fatta per Evgeniya Sotnikova (Jemmy) ed Enea Scala (Ruodi). Il regista Antú Romero Nunes decontestualizza la vicenda, collocandola in un non-luogo stilizzato, caratterizzato da enormi cilindri metallici in costante movimento e da costumi atemporali. La direzione degli attori non va al di là di una scolastica adesione al libretto; la supposta carica provocatoria della messa in scena si risolve dunque in un approccio banale e, in definitiva, prevedibile e noioso.

La ripresa di Macbeth ha segnato il debutto di Anna Netrebko nel ruolo della Lady. Alle sole due recite monacensi, ne seguiranno sette ulteriori a settembre-ottobre al Met. La diva russa esibisce uno strumento vocale considerevolmente irrobustito rispetto al passato, come del resto la recente Manon Lescaut romana aveva messo in evidenza. Pur tuttavia, la voce non ha perso nulla in agilità, saldezza di emissione e ricchezza di armonici. Il timbro resta radioso, la proiezione insolente; le note gravi, prive di qualsiasi effetto poitriné, sono calde e molto ben amalgamate con gli altri registri, ciò che assicura una notevole omogeneità lungo tutta la gamma. Si potrà obiettare che siamo lontani dalla voce “aspra, soffocata e cupa” auspicata da Verdi in una celebre lettera a Cammarano; ma non si può negare che Anna Netrebko, grazie anche ad una carismatica presenza scenica, costruisce un personaggio credibile: una Lady giovane e arrogante, priva di travagli ed esitazioni, ben determinata nel perseguire il disegno di potere che la anima. Al suo fianco, Simon Keenlyside disegna, per contrasto, un Macbeth cupo e lacerato. Fraseggio articolato e recitazione sofisticata costituiscono i punti di forza della sua prestazione, e fanno passare in secondo piano un timbro ingrigito dal passare del tempo. Ildar Abdrazakov è un Banco morbido e sorvegliato, Joseph Calleja un Macduff più voluminoso che squillante. Dal podio Paolo Carignani impone tempi stretti e sonorità impetuose, senza tuttavia perdere di vista gli equilibri sonori e la necessità di alleggerire alcuni accompagnamenti per meglio sostenere le voci. La regia di Martin Kušej, ormai vecchia di qualche anno, rinuncia ad alcuni eccessi della prima ora (la minzione collettiva dei figuranti…), ma continua a non convincere. Come di consueto, Kušej alterna immagini suggestive (la distesa di teschi, il grande lampadario sul quale Lady Macbeth canta l’aria inziale del secondo atto), a gratuite esibizioni di sesso, violenza e sangue; nessuna contrarietà di principio, purché tutto ciò trovi posto in una concezione teatrale ben precisa, la quale, nella fattispecie, latita; il tutto è aggravato da una concezione dei personaggi piuttosto manichea e priva di sfumature psicologiche, che solo la superba prova attoriale dei due protagonisti riesce, in parte, a riscattare.

Paolo di Felice

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© Wilfried Hösl

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