All’Amiata fra rarità e jazz

SHOSTAKOVICH Due pezzi per ottetto d’archi op. 11 RESPIGHI Doppio quartetto per archi in re P 27 MENDELSSOHN Ottetto per archi in MI bemolle op. 20 violini Ferdinando Trematore, Laura Bortolotto, Christian Sebastianutto e Giulia Rimonda viole Stefano Musolino e Costanza Pepini violoncelli Andrea Nocerino e Silvia Chiesa

Piano Jazz pianoforte David Helbock

TELEMANN Wassermusik in DO Ouverture-Suite TWV 55:c3; Concerto in mi per flauto diritto, traversiere, archi e basso continuo TWV 52:e1; da Tafelmusik: Ouverture suite in mi TWV 55:e1 ensemble Il Rossignolo

Poggi del Sasso, Forum Fondazione Bertarelli, 26, 27 e 28 luglio 2018

 

Si respira musica a pieni polmoni all’Amiata Piano Festival. Ed è musica vivace, a volte ricercata e preziosa, spesso accattivante, sempre di classe. Giunto alla quattordicesima edizione, il Festival sostenuto dalla Fondazione Bertarelli e diretto dal pianista Maurizio Baglini ha trovato da alcuni anni una sua stabilità nella formula di tre lunghi week-end a fine giugno, fine luglio e fine agosto, ai quali vanno aggiunti l’anteprima di maggio e i due concerti natalizi di dicembre. In origine i concerti si tenevano in una piccola sala da musica e nella cantina vinicola dell’azienda ColleMassari, sponsor unico del Festival (durante l’intervallo c’è sempre una degustazione di vini), mentre dal 2015 sono ospitati in un nuovo Auditorium da 300 posti, un edificio seminascosto tra gli uliveti e i vigneti delle colline di Montecucco con il Monte Amiata a fare da sfondo.

Ogni anno in cartellone ci sono proposte musicali originali, non necessariamente legate alla presenza del pianoforte come invece avveniva nelle primissime edizioni, aperte anche al jazz e rigorosamente pensate per evitare al pubblico l’impressione della routine. All’Amiata i concerti sono infatti quasi sempre una scoperta, come è stato anche per i tre appuntamenti della tranche di luglio. C’erano l’unica data italiana dell’estroso jazzista austriaco David Helbock (premio del pubblico nel 2010 al Jazz Piano Solo Competition a Montreux), quindi una serata barocca con l’ensemble Il Rossignolo dedicata a Georg Philipp Telemann e in apertura un concerto con giovani e giovanissimi strumentisti ad arco, sul palcoscenico a fianco della violoncellista Silvia Chiesa. Ad ascoltarli a occhi chiusi i violinisti Ferdinando Trematore, Laura Bortolotto, Christian Sebastianutto e Giulia Rimonda, i violisti Stefano Musolino e Costanza Pepini e il violoncellista Andrea Nocerino potrebbero essere presi per consumati concertisti. Se li guardiamo bene ci accorgiamo invece della loro vera età: sono dei giovani all’inizio della carriera – per esempio Fernando Trematore, autorevolissimo primo violino sul palcoscenico del Forum Bertarelli ha 24 anni, Giulia Rimonda appena 16. Tutti, però sembravano essere molto a loro agio sul palcoscenico. Tra l’altro hanno affrontato una pagina insidiosa come l’Ottetto op. 20 di Mendelssohn, magari senza la levigatezza nel suono e nel fraseggio propria degli interpreti più navigati e a tratti un po’ scomposti, ma suonandolo con eleganza e insieme freschezza, nel segno di una contagiosa energia ritmica, di un costante dialogo e di un’estrema attenzione ai sincronismi (ottima la fuga del movimento conclusivo). Nella prima parte si sono invece cimentati nei Due pezzi op. 11 di Shostakovich, resi in tutta la loro frenesia ritmica e incandescenza sonora, e quindi in una rarità assoluta, il Doppio quartetto di Ottorino Respighi. Dal punto di vista della scrittura il Doppio quartetto, che a quanto sembra in Italia non era mai stato eseguito prima, si è rivelato una pagina distesa e a volte anche un poco prolissa, giocata più sulla ripetizione che sullo sviluppo dei temi, con un finale «all’ungherese» molto d’effetto ma non molto originale. I temi sono però seducenti e nell’interpretazione dei giovani sul palcoscenico del Forum Bertarelli la loro cantabilità è venuta fuori tutta, impreziosita da un amalgama timbrico morbido e pastoso.

David Halbock

Sul versante jazz David Helbock è stato una sorpresa per il pubblico. Il suo è un jazz piuttosto semplice dal punto di vista armonico, giocato su artifici timbrici che sono stati usati – e abusati – per decenni dalla musica colta del Novecento, come la percussione diretta delle corde del pianoforte e l’inserimento di fogli carta tra le corde e i martelletti. Eppure è un jazz che incanta, sia perché tecnicamente Helbock è un ottimo pianista sia perché pur attraverso espedienti «vecchi» sa creare atmosfere timbriche di rara suggestione, anche adoperando i distorsori, che sono di uso abituale nella musica pop e rock ma che non sono certo frequenti nel jazz. Suona sue composizioni accanto a pagine da «hit parade» come Kiss di Prince o le colonne sonore di John Williams; in apertura si presenta con una curiosa e stralunata versione del secondo movimento della Settima sinfonia beethoveniana, immersa quasi costantemente in un irreale pianissimo. In tutti i brani la rielaborazione armonica è minima e le melodie sono sempre riconoscibili, ma questo non è un limite, contribuendo anzi a spostare l’attenzione dell’ascoltatore sulla dimensione del timbro, in cui, come si è detto, consiste l’aspetto più interessante del suo pianismo.

Il Rossignolo

Dopo i giovani e il jazz è arrivata la musica barocca de Il Rossignolo, diretto al clavicembalo da Ottaviano Tenerani. L’ensemble toscano, giunto ormai al traguardo dei vent’anni di attività, vive il repertorio barocco con molta naturalezza, suonando con eleganza, fantasia e discrezione, senza eccedere in virtuosismi, con l’attenzione rivolta più alla ricerca di un suono morbido e di un fraseggio dialogante che alla ricerca della brillantezza. All’Amiata abbiamo ascoltato un Telemann – in Italia non compare così di frequente nei programmi dei concerti… – molto cordiale, sempre ben rifinito e se necessario anche vivace sia pure non nel senso di una rapinosa forza ritmica. L’incontro tra il flauto diritto e il traversiere nel Concerto in mi, una vera chicca nell’enorme catalogo di Telemann, aveva un sapore particolare, soprattutto in virtù dell’ottima prova di Marica Testi (traversiere) e Martino Noferi (flauto diritto). E alla fine l’ensemble si è anche concesso un paio di momenti di vivace virtuosismo, con due bis da Les Indes galantes di Rameau e da Le Bourgeois gentilhomme di Lully.

Luca Segalla

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