
VERDI La traviata M. Russomanno, A. Werle, F. Maionchi, Y. Eyvazov, A. Enkhbat, C. Bosi, N. Ceriani, G. Myshketa, M. Buccino, F. Pittari, C. Bombieri; Orchestra, Coro e Ballo dell’Arena di Verona, direttore Michele Spotti regia Paul Curran scene Juan Guillermo Nova costumi Stefano Ciammitti luci Fabio Barettin coreografia Kyle Lang
Verona, Arena, 12 giugno 2026
Venticinque anni fa, Baz Luhrmann ispirava il suo film Moulin Rouge! (due Oscar e infiniti altri riconoscimenti) alla Traviata di Francesco Maria Piave e Giuseppe Verdi, così come l’Arena di Verona inaugura oggi il festival estivo con un nuovo allestimento nel quale il capolavoro operistico trae ispirazione da quello cinematografico. La regìa è di Paul Curran, che fu allora collaboratore di Luhrmann, mentre Violetta Valéry e Alfredo Germont fanno il loro primo incontro in una replica del teatro di Pigalle (e più in generale nella Parigi della Belle Époque). Scene, costumi e coreografie in scala colossale, firmati da Juan Guillermo Nova, Stefano Ciammitti e Kyle Lang, si bevono trionfalmente l’anfiteatro, là ove la sostanza drammaturgica – innocuo è lo spostamento cronologico al mezzo secolo seguente – rimane fedele alla didascalia originale. Va benissimo così. Nelle tre parti principali, la bellezza di quattro soprani, sette tenori e cinque baritoni di fama si assortiscono diversamente in ciascuna delle tredici recite, dal 12 giugno al 12 settembre, e garantiscono l’irresistibile abbuffata melomaniaca: ci saranno anche Vasilisa Berzhanskaya e Rosa Feola, Antonio Poli ed Enea Scala, Ludovic Tézier e Luca Salsi. Alla serata d’apertura c’è stata anzitutto un’epifania formidabile: Martina Russomanno, ventotto spigliatissimi anni, aveva già debuttato nella parte ma non aveva ancora mai cantato davanti ai quindicimila spettatori; si sta ora imponendo alla velocità della luce, complice anche il recente Tancredi a Roma. Vanta uno smalto d’invidiabile salute, una proiezione insolente all’aperto, un registro centrale d’insolita saldezza, una vocalizzazione incisiva e nitida, una disinibita tenuta della scena, un fraseggio d’intelligenza spiazzante. Si rischia insomma di avere in cospetto – spareggio con la Feola – la massima Violetta italiana odierna: saltare da lì ai piani superiori è questione di un attimo (magari rinunciando all’interpolazione di quel Mi bemolle sopracuto che di rado, più che qui, è parso aggiungere poco o niente a un contributo già maiuscolo).

Alla provvidenziale secchionaggine della Russomanno corrisponde la simpatica spontaneità di Yusif Eyvazov: qualche disattenzione di solfeggio, libera compiacenza sulle “corone”, stesso sfrontato volume, una linea di canto che sembra procedere in ciabatte e però all’improvviso sa mettere in riga tutti con sfumature tecnicamente abilissime. Strana coppia, con questo Alfredo, ma azzeccata. Ad affiancarla viene il mastodonte vocale di Amartuvshin Enkhbat, per un Giorgio Germont d’impenetrabile, superbo rigore psicologico. Lussi nel comprimariato: il Gastone di Carlo Bosi, il Marchese d’Obigny di Gëzim Myshketa. Concertatore d’oro, Michele Spotti fa dimenticare di essere all’Arena di Verona anziché all’Opernhaus di Zurigo: nello spazio sterminato ove di solito sembra un miracolo far andare assieme, sopra un nebbioso e lontano brusio orchestrale, le trombe egizie di destra con quelle di sinistra, questo demonio del podio, in questa sua Traviata, muove lo scrivente a parlare, col vicino di posto, a proposito d’impensati controcanti dei violoncelli, esibiti morsi dei corni, timbratissimi singhiozzi dei legni, articolazioni di forbitezza compartita piuttosto – guai per chi si autoconcede, in Verdi, la scontistica dello zumpappà – a Mendelssohn, Schumann o Brahms. Un’ammaccatura guasta il capolavoro interpretativo: il taglio della seconda strofa in «Ah, fors’è lui che l’anima» (proprio la struttura strofica alla francese, al contrario, come in «Di Provenza il mar, il suol» e in «Addio, del passato», partecipa lì al color locale parigino), quello del tramezzo e della ripresa della cabaletta nella stretta delle arie di Germont figlio e Germont padre, infine quello – anacronistico, dissestante, maldestro, orrendo – che riduce a un mozzicone «Gran Dio! Morir sì giovane». Maledetta tradizione.
Francesco Lora
Foto Ennevi