
WEILL Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny A. Kosolova, I. Turšič, Z. Nagy, M.B. Rivarola, S. Martinez, N. Pamio, M. Rosiello, N. Anderson, G. Segulia, T. Previati, A. Kadkhodazadeh, V. Foia, F. Giansanti, E. Serra, S. Seculin; Orchestra e Coro del Teatro Lirico Giuseppe Verdi, direttore Beatrice Venezi regia Henning Brockhaus scene Margherita Palli costumi Giancarlo Colis luci Pasquale Mari coreografia Valentina Escobar
Trieste, Teatro Lirico Giuseppe Verdi, 30 gennaio 2026
Curioso che il Teatro Verdi di Trieste – nonostante l’anima conservatrice della città (fattasi labile quella centroeuropea) – detenga quasi un primato nella frequentazione del teatro brechtiano: un’Opera da tre soldi virata in malavitosa tinta partenopea firmata da Antonio Calenda (direttore Lanzilotta), una bella edizione dei Sette peccati capitali, e persino una straordinaria presenza del Berliner Ensemble nel 1989. E adesso questa Ascesa e caduta della città di Mahagonny coprodotta con Parma ed i teatri emiliani. Ma mentre la prima al Regio di Parma aveva registrato qualche vuoto a teatro, a Trieste la partecipazione è parsa più sostenuta e animata. Certo alimentata dai mediatici effetti collaterali “veneziani” manifestatisi nel frattempo. In ogni modo un’affluenza da titolo di repertorio.
L’originario straniamento dei siparietti brechtiani è qui travolto da uno spettacolo che ne è l’esatto contrario, debordando dal palcoscenico, dilagando su una passerella (memore della vecchia rivista, non fosse per la solida ringhiera) e persino in platea. La rutilante fantasia di Henning Brockhaus tende al sovrabbondante, ma in questo caso, in quest’opera dove l’eccesso è diritto e dovere, la sua immagine di Mahagonny diventa legittima e persuasiva. Merito dell’impianto scenico di Margherita Palli, della fantasmagoria sfrenata dei costumi (Giancarlo Colis), delle luci di Pasquale Mari e della mobilità coreutica di Valentina Escobar, che innerva con continuità l’azione di questo mega-cabaret, parabola sociale, morality profana, allegoria dialettica e infine opera audace e disperata tra il 1927 e il 1930. Destinata perciò ad autodistruggersi proprio come la città che ne è allo sfondo: la città fondata da tre lestofanti sulla supremazia idolatrica della ricchezza, dove il profitto è legge, la corruzione è regola, la violenza metodo.
La stessa minaccia rovinosa dell’uragano che incombe su Mahagonny è vista come una tempesta finanziaria di borsa in uno degli inserti video scelti efficacemente da Brockhaus a scandire la successione dei numeri. D’altra parte il 1930 anche per Berlino segna la svolta storica del cinema con il sonoro. Forse il regista ne occhieggia una memoria nell’orgiastica scena di massa dell’orso bianco che balla. Ma dalla pelliccia dell’orso non uscirà nessuna Marlene come sgusciava – la Dietrich – dalla pelle dello scimmione in Blonde Venus.
Abile nell’assicurare allo spettacolo il mutevole impatto del Musical, nell’organizzare la sfrenatezza degli assieme, il concertato scenico delle pulsioni, il disordine della volgarità spinta fino al grottesco (vi aggiunge – una sua specialità – gli astanti muti di un quarto stato, i paria, il verminaio degli esclusi) Brockhaus confeziona un piatto forte molte farcito, con ingredienti che dilatano anche la sostanza musicale dell’opera. Dove la forma breve della canzone e l’intrusione della Trivialmusik dicono (scriveva Fedele D’Amico più di mezzo secolo fa sull’“Espresso”) il senso di un’illusione: «la voluttà promessa dall’evasione in un mondo bisognoso d’evasione, vi si svela tanto più precaria quanto più vi è perseguita, blandita». Per non dire di quanto la canzone vi si annidi, corra sopra e sotto traccia, come “Oh moon of Alabama”, con il suo ritorno alla fine in forma di epicedio.
Ho pensato due volte alla saggezza sovrana di D’Amico alla fine di questa Mahagonny nella ricca coproduzione giulio-emiliana. La prima volta per chiedermi se Lele avrebbe riconfermato il suo giudizio critico a tanti anni di distanza. L’opera cattura ancora per la sua icastica attualità: quegli arroganti incolti, quei prepotenti detentori di ogni ricchezza e di ogni “felicità mercificabile”, quell’umanità che balla sulla bocca di un cratere, persino quell’uragano incombente sulla fragilità del mondo non ci sembrano poi tanto estranei e lontani, ci pare di conoscerli, li conosciamo.
Oggi però si avverte nell’ampio composito sviluppo formale, in quella insistita propensione marziale, innologica dell’opera qualcosa che la rallenta, come se la sua continuità si avvitasse su se stessa. O almeno questa è l’impressione che si ricava dall’edizione triestina, per altro affidata ad una compagnia di canto di buon livello sia sul piano scenico sia su quello vocale.
Con alcune punte di eccellenza. Tali mi sono parse le qualità della monumentale Valchiria della “mala”, ovvero la Leokadja di Alisa Kolosova ormai diventata una specialista del ruolo, la pastosa vocalità del soprano Maria Belen Rivarola (Jenny) e soprattutto il tenore Santiago Martinez (Jim), di intenso temperamento nel canto e nella presenza scenica. Ma tutti – dal Fatty di Ivan Turšič alle “ragazze di Mahagonny” – rendono diligente servizio alla musica e alla messinscena. L’attore Giacomo Segulia scandisce opportunamente in italiano col megafono di antica memoria gli accadimenti dei vari “numeri”, utile al pubblico non meno dei soprattitoli nell’edizione in lingua originale. E qui la seconda ragione per cui mi è tornato in mente D’Amico, che negli anni Sessanta aveva pure curato, di Mahagonny, una versione ritmica italiana per la Piccola Scala. Oggi doverosamente si esegue l’opera (come ogni altro titolo) in lingua originale. Solo che la lingua originale, quindi la parola (come in questo caso), risulta spesso nel canto di qualche interprete una sorta di gramelot di vaga rispondenza.
Secondando la duttile professionalità dell’orchestra e la ben nota versatilità del coro (affidato alla musicalità di Paolo Longo), Beatrice Venezi dirige con solerzia l’opera di Weill lungo una fascia sonora di tendenziale grigio-ferrigna uniformità.
Vivo e pieno successo comunque per questa prima produzione del Verdi 2026. Applausi calorosi per tutti, team registico compreso. Con nutrito e giubilante rinforzo di supporter per la direttrice, impegnata in questi giorni sull’intero fronte orientale anche nella presentazione del suo ultimo libro.
Gianni Gori
Foto: F. Parenzan