
CIMAROSA Il matrimonio segreto S. Serra, T. Otanadze, D. Giove, A. Salzano, M. Bove, F. D. Doto; Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo, direttore Francesco Corti regia e scene Stéphane Braunschweig costumi Thibault Vancraenenbroeck luci Marion Hewlett
Napoli, Teatro di San Carlo, 14 giugno 2025
Il ritorno de Il matrimonio segretodi Domenico Cimarosa al Teatro San Carlo, dopo trent’anni di assenza dalle scene napoletane, segna un momento di particolare rilievo per la programmazione del teatro e per la stessa storia culturale della città: il lavoro, presentato trionfalmente a Vienna nel 1792, rappresentò il perfetto equilibrio tra la scintillante vivacità dell’opera buffa napoletana e il gusto delle più raffinate corti europee, confermando come la felice diaspora dei musicisti di Scuola napoletana avesse ormai raggiunto la piena consacrazione internazionale.
L’allestimento di Stéphane Braunschweig propone una lettura misurata dell’opera buffa settecentesca, costruendo un ponte interpretativo tra il mondo di oggi e quello della società descritta da Cimarosa, attraverso soluzioni sceniche di pregevole intelligenza drammaturgica. La scelta registica più significativa risiede nell’impianto scenografico: spazi bianchi e luminosi di essenziale eleganza che accolgono elementi d’arredo borghese, creando un ambiente sospeso tra diverse epoche storiche. Questo dispositivo scenico permette una transizione graduale dal contemporaneo al settecentesco, materializzata attraverso il cambio progressivo dei costumi firmati da Thibault Vancraenenbroeck. Il meccanismo del mutamento della foggia degli abiti funziona come un vero e proprio dispositivo drammaturgico: l’operazione non risulta artificiosa o concettualmente forzata, ma anzi arricchisce la godibilità dell’opera senza sacrificare la leggerezza cimarosiana. Particolarmente efficace appare la caratterizzazione di Carolina, mantenuta in abiti moderni a sottolineare la sua funzione di personaggio “rivoluzionario” rispetto alle convenzioni del suo tempo. Questa scelta drammaturgica evidenzia, senza didascaliche forzature, le tensioni tra libertà individuale e imposizioni sociali che attraversano i secoli, e fa sì che l’opera “parli” al pubblico di oggi.
Dal punto di vista musicale, Francesco Corti conferma la sua competenza sulle peculiarità stilistiche di questo repertorio. La sua interpretazione coglie pienamente quella dimensione estetica che aveva a cuore decoro, civiltà ed equilibrio delle forme, tratti caratteristici del periodo di transizione tra tardo barocco, stile galante e primo classicismo. L’Orchestra del Teatro San Carlo, disposta secondo l’uso dell’epoca quasi a livello della platea, produce un suono trasparente e ben articolato, caratterizzato da una luminosità timbrica che valorizza la partitura. Corti gestisce con perizia il rapporto tra buca orchestrale e scena, mantenendo un equilibrio delicato che valorizza sia la partitura che le voci in scena, imprimendo al racconto un ritmo serrato impreziosito dalle sfumature espressive.
La compagnia vocale, formata da giovani artisti dell’Accademia di Canto lirico del San Carlo, che in due cast paralleli si sono alternati nelle recite, dimostra una preparazione accurata e una credibilità scenica notevole. Nel cast visto il 14 giugno, Désirée Giove nel ruolo di Carolina emerge per sicurezza tecnica e naturalezza espressiva, affrontando con disinvoltura le insidie della scrittura cimarosiana. Il giovane soprano possiede una voce chiara e duttile, corposa in tutti i registri, animata da un’encomiabile musicalità che ben si adatta al repertorio settecentesco. La sua Carolina risulta convincente tanto vocalmente quanto drammaticamente, delineando un personaggio dalla personalità definita.
Antonia Salzano costruisce una Fidalma di elegante complessità, bilanciando autorevolezza e sensualità con una linea di canto precisa e controllata. Il suo approccio al personaggio rivela una maturità interpretativa che seduce per il sottile impasto di elementi diversi. Tamar Otanadze offre un’Elisetta corretta nei mezzi vocali e attenta alla dimensione teatrale del personaggio, infondendo nel ruolo una grazia giovanile appena screziata da quella irritabilità sottopelle che ben caratterizza il personaggio, abbagliato più dal titolo nobiliare che dall’amore autentico.
Tra gli interpreti maschili, Francesco Domenico Doto presenta un Paolino solido e presente scenicamente, con una voce chiara e un approccio al personaggio che rivela versatilità drammaturgica. Il suo Paolino naviga con intelligenza tra le ambiguità del ruolo, pur con spazi di crescita nell’articolazione fraseologica e nella varietà espressiva. Sebastià Serra nel ruolo di Geronimo offre una figura perfettamente calibrata di padre dispotico ma non troppo, con una vocalità autorevole che ben si adatta al personaggio del borghese arricchito. Maurizio Bove convince pienamente come conte Robinson, combinando presenza scenica incisiva e vocalità morbida e dizione nitida che delinea un personaggio credibile e ben rifinito.
La regia di Braunschweig evita tanto l’archeologismo quanto l’attualizzazione forzata, trovando un equilibrio che permette all’opera di respirare nelle sue diverse articolazioni temporali, con uno spettacolo che rende omaggio alla tradizione operistica napoletana senza rinunciare a un dialogo con la sensibilità moderna. Il matrimonio segreto ritorna così al San Carlo non come reperto museale, ma come opera viva, capace di interrogare ancora il presente attraverso l’eleganza delle sue strutture drammaturgiche e musicali rimaste intatte nel tempo.
Lorenzo Fiorito