
VERDI Quartetto in mi minore Quartetto Thumós SCHUBERT Quartetto in re minore D 810 “La Morte e la Fanciulla” Quartetto di Cremona
Cremona, Auditorium Giovanni Arvedi – Museo del Violino, 6 luglio 2025
SILVESTROV Stille Musik TAKEMITSU Death and Resurrection BARBER Adagio per archi SHOSTAKOVICH Chamber Symphony Stauffer String Ensemble, direttore John Axelrod
Cremona, Auditorium Giovanni Arvedi – Museo del Violino, 11 luglio 2025
A chi ancora non conoscesse la lungimirante, meritoria, ma prima di tutto filantropica, attività della Fondazione Centro di Musicologia-Accademia “Walter Stauffer” di Cremona, rimandiamo all’approfondimento che ha curato Nicola Cattò sul numero 364 della rivista MUSICA: «l’eredità di un mecenate [Walter Stauffer (1887-1974)] si è trasformata in uno dei migliori esempi di impresa culturale italiana, libera da condizionamenti pubblici e privati, e alla ricerca esclusiva dell’eccellenza musicale. E con la nuova sede, in centro a Cremona [Palazzo Stauffer], i progetti si moltiplicano». Il 2025 è proprio l’anno in cui si intrecciano due importanti anniversari: il quarantesimo dell’Accademia “Walter Stauffer” e i venticinque anni di attività del Quartetto di Cremona, celebre formazione che ha preso le mosse proprio dalla “Stauffer” e ancora oggi partecipa attivamente ai percorsi formativi dell’Accademia, composta da Cristiano Gualco e Paolo Andreoli (violini), Simone Gramaglia (viola), Giovanni Scaglione (violoncello).
Per celebrare questa duplice ricorrenza, durante il mese di luglio hanno avuto luogo ben sei eventi (dal 3 all’11 luglio) sotto il segno dello Stauffer Summer Music Festival 2025;per i nostri lettori abbiamo seguito i concerti che si sono tenuti presso l’Auditorium Giovanni Arvedi – Museo del Violino. Grazie all’ospitalità di Annalisa Rinaldi (Responsabile Comunicazione e Stampa), che ci ha fatto da amabile anfitrione, abbiamo avuto modo di conoscere Alessandro Tantardini (Presidente del Consiglio di Amministrazione) e Angelica Suanno (Direttrice Accademia Stauffer), inoltre abbiamo potuto godere appieno della sorprendente performance cameristica del Quartetto Thumós e del Quartetto di Cremona, nonché respirare profondamente l’afflato orchestrale dello Stauffer String Ensemble diretto, per l’occasione, da un fuoriclasse della bacchetta come John Axelrod.
Non vi è gioia migliore per chi scrive del potersi ricredere, infatti proprio durante l’ultima visita all’Auditorium Giovanni Arvedi – Museo del Violino avevo riscontrato la non favorevole acustica per le voci umane, invece, per gli strumenti ad arco è a dir poco “fisiologica” la naturale acustica della sala che amplifica la vera anima degli strumenti ad arco. La serata del 6 luglio si è dipanata con un professionale e affettuoso susseguirsi di allievi e maestri. Per il 25° del Quartetto di Cremona, ilQuartetto Thumós (Simone Ceriani, Francesca Boscarato, Sebastiano Favento, Alessandro Muriello), gruppo formato dagli allievi della blasonata compagine, ha fatto gli “onori di casa” infiammando la platea con il Quartetto in mi minore di Giuseppe Verdi. Con questo capolavoro strumentale risalente al 1873, Verdi, da Napoli (la patria del “partimento”, quindi della composizione basata sulle solide regole del contrappunto), sbaraglia tutti licenziando un compunto quartetto nella patetica tonalità di mi minore, concludentesi nientemeno che con una fuga a quattro voci. Il vigore, la propulsione ritmica, ma anche la cura dei dettagli, come l’equilibrio delle parti e una particolare propensione per un suono cantabile fanno dei giovanissimi quartettisti del Thumós i referenti ideali per accompagnare i cinque lustri di fasti del Quartetto di Cremona. Con il Quartetto in re minore D 810 “La Morte e la Fanciulla” di Franz Schubert, i maestri trasformano quattro strumenti in un’intera orchestra ad archi e lo fanno nella maniera migliore, quella che viene dalla tradizione italiana: la memoria del Quartetto italiano in primis, e poi la grande lezione di Salvatore Accardo, Bruno Giuranna e Rocco Filippini, storiche colonne portanti dell’Accademia “Walter Stauffer”. Il celebre quartetto è un banco di prova per tenuta formale dell’unità di fondo, per le sfaccettate screziature dell’unità affettiva (l’ineluttabilità della morte terrena) e, naturalmente, per le insidie tecniche sapientemente disseminate nel brano. Il risultato sonoro è potente, variegato nell’ampia paletta coloristica, ma soprattutto è musicalmente convincente del suo insieme, nella fusione di un gruppo che si fa unitaria. Un pubblico generosamente caloroso, in verità poco numeroso rispetto all’importanza dell’evento, ha tributato meritatissimi onori alle due compagini che si sono poi unite per il bis finale, il primo tempo dell’Ottetto in mi bemolle maggiore per archi op. 20 di Felix Mendelssohn-Bartholdy: «Questo Ottetto va suonato da tutti gli strumenti nello stile di un’orchestra sinfonica. I piani e i forti debbono essere rispettati attentamente e sottolineati con più forza di quanto si usa in opere di questo genere»; l’indicazione di pugno dell’autore è stata magistralmente mediata e restituita dalla doppia compagine Quartetto di Cremona e Quartetto Thumós.
La serata conclusiva dell’11 luglio ha incantato per originalità del programma e bellezza sonora dello Stauffer String Ensemble, diretto da un John Axelrod in stato di grazia. Due parole sulla distribuzione delle parti (12 violini; 4 viole; 4 violoncelli; due contrabbassi), a un primo sguardo parrebbe essere scelta foriera di un risultato non particolarmente sinfonico, invece è l’equilibrio ideale per una formazione di un’intensità mirabile; vorrei qui ricordate le prime parti: Laura Ochmann e Dahye Yang (violino), Daniele Valabrega (viola), Giada Moretti (violoncello), Edoardo Dolci (contrabbasso). L’ethos, ovvero il rigore, ha attraversato tutte le partiture: Stille Musik, brano contemplativo del compositore ucraino Valentin Silvestrov; Death and Resurrection del giapponese Toru Takemitsu, lo straniante Adagio per archi di Samuel Barber e la lacerante Chamber Symphony di Dmitri Shostakovich (arrangiamento del Quartetto op. 110 per opera di Rudolf Barshai). Pur non avendo particolari intenti cinematografici, eccezion fatta per il brano di Takemitsu, tratto dalla colonna sonora del film Black Rain, la musica presentata si traduce inequivocabilmente per immagini, vuoi perché alcune di queste composizioni sono state inserite in pellicole di guerra, vuoi perché l’ethos viene sopraffatto dal pathos evocato dalla cupezza dei colori, dalla violenza degli squarci sonori, dalla drammaticità esasperata di certe frequenze acute. Ne è sortita una serata in cui la bellezza timbrica degli archi, genericamente legata a qualcosa di laconico, si è piegata al dettato degli autori e ha respirato insieme alla bacchetta di John Axelrod, direttore molto attento a fare emergere ogni dettaglio della concertazione, rifuggendo tutto ciò che si fa dimostrativo, favorendo, invece, la penetrazione spirituale della partitura. Grandi e grati applausi di un pubblico riconoscente al quale Axelrod e lo Stauffer String Ensemble hanno donato una versione dell’Aria bachiana dalla Suite BWV 1068, scevra da qualsiasi legame di verosimiglianza storica, in virtù di un ductus consolatorio e a tratti trasfigurante.
Michele Bosio