
WAGNER Lohengrin C. Bayley, D. Korchak, J. Holloway, T. Tomasson, E. Gubanova, A. Bondarenko. Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Rima, direttore Michele Mariotti Maestro del coro Coro Visco regia Damiano Michieletto scene Paolo Fantin costumi Carla Teti
Roma, Teatro Costanzi, 30 novembre 2025
Il Lohengrin mancava a Roma dalle movimentate ed incresciose recite del marzo 1975 e nella sua versione originale in tedesco sul palcoscenico del Costanzi non era mai apparso. Sana e giusta quindi la scelta di Michele Mariotti di proporlo come inaugurazione della stagione 2025-2026 e in una produzione che comunque non voleva essere consueta e men che mai tradizionale.
Mariotti era peraltro al debutto in Wagner e per un direttore con un curriculum come il suo Lohengrin era una scelta quasi obbligata. Anche se comunque problematica assai. Essendo i suoi entroterra culturali tutto fuorché legati al repertorio e alla scuola tedesca (come quelli che in Christian Thielemann vedono oggi un rappresentante forse non confrontabile).
Crediamo che il primo problema postosi da Mariotti sia stato quello del suono: quale attribuirne ad un’opera che ha non da oggi una sua fonica facies ben determinata e definita da una continuità d’argentee patine, dal mirabile scorrere d’un melos di spontanea bellezza, per inflessione idiomatica e per acribia d’orchestrazione. Mariotti ha voluto invece un suono potente, sfolgorante, aggressivo talora; con esiti di indubbia spettacolarità, quasi ad evocare un mondo d’armi e ordalie e intrighi, più che il lirismo patetico d’amori sublimi e impossibili o i dialoghi scolpiti, suadenti o furiosi a seconda dei casi. Originale e coinvolgente, senz’altro: ma forse appena troppo a senso unico, appena troppo “geometrico”. Non si può negare che a tal lettura una performance dell’orchestra e soprattutto del coro diretto da Ciro Visco abbiano dato un supporto che anche al Costanzi è di raro lignaggio.

Tanto più ha deluso (molti) che all’altezza della direzione di Mariotti ci fosse in palcoscenico il solo Lohengrin di Dmitry Korchak. Cui si deve (al declinare di Jonas Kaufmann) certamente la più affascinante e moderna raffigurazione del figlio di Parsifal. Non proveniente dagli agoni wagneriani, il tenore russo, uomo di vasta cultura e di molteplici interessi, ha messo a disposizione del personaggio il timbro privilegiato che gli conosciamo – saldo eppur dolce, luminoso eppur penetrante – corredandolo d’accenti di mirabile intimismo, di delicata nobiltà, di mezzevoci e sfumature che nel racconto finale – la scena capitale del personaggio – hanno attinto afflati di superiore poesia. Da porre agli annali recenti del Teatro romano.
Dicevamo quanto al confronto il resto del cast fosse inadeguato. A cominciare dalla Elsa di Jennifer Holloway: un mezzosoprano ora approdata ai ruoli Hochdramatisch, ma che qui ha mostrato un timbro talora un po’ rugoso e appena agre (tanto più negli slanci all’acuto), e un approccio quasi dimesso al personaggio, divenuto assai borghese, privo di vera espansione lirica, avara di nuances e di adolescenziale vocazione all’onirico. Se non al trasfigurato. Ekaterina Gubanova è da tempo un’ottima professionista: ma il personaggio di Ortrud vuole altro spessore di suono, altro temperamento, altra e più luciferina protervia. Il Telramund di Tómas Tómasson così come l’Heinrich di Clive Bayley erano a dir poco inadeguati, mentre la voce di Andrei Bondarenko (Der Heerrufer) suonava salda e potente.
Resta beninteso da dire della regia di Damiano Michieletto. Che aver oggi in una produzione si dice sia già gran momento per un teatro d’opera e che dunque quanto a numero di regie firmate ormai è aux étoiles. Ciò che di lui abbiamo visto talora ci ha creato spontanea distanza, talora ci ha convinto senza quasi mai entusiasmarci. Questo Lohengrin invero l’abbiamo trovato punto d’approdo d’un totale e non celato narcisismo registico. Unica scena era una staccionata altissima di legno che taglia in diagonale curva il palcoscenico e che di rado partecipa all’azione. Su ciò incombe un cielo quasi sempre oscuro e percorso dall’onnipresenza mobile d’anelli luminosi appena saturniani. In scena scorrono o stanno simboli enigmatici – un uovo metallico che non si schiude mai totalmente, una vasca da bagno, lunghe funi, vetrine etc. – che speravamo il programma di sala ci spiegasse: ma anch’esso sul tutto resta misterioso… Molto peraltro di ciò può ammettersi ed anche perdonarsi (ivi compresi i costumi straccioni, le canotte, le ciabatte di principi, conti e fanciulle), ma la scena finale, ecco… quella… quella proprio no! Nell’imminenza di “In fernem Land” dall’alto della staccionata cominciano a debordare tendaggi argentei o quasi del più marchiano sintetico, che invadono completamente la scena, sommergendo, frementi per una qualche brezza retrostante, coro, personaggi e lo stesso Lohengrin, che a malapena ne emerge. Un’apoteosi tessile d’una bruttezza, d’una inutilità, di un protagonismo pacchiano che invero non pensavamo si potesse proporre. Una qualche ilarità generale, insieme agli applausi e ai fischi su ciò non sono mancate. Al direttore e a tutti i musicisti ovazioni quasi senza contrasti.
Maurizio Modugno
Foto: Fabrizio Sansoni