Clelia Cafiero e la Sinfonica di Milano: dal mito al teatro

LISTZ Orpheus, poema sinfonico n. 4 S 98 BIZET Carmen Suite DVOŘÁK Sinfonia n. 6 in Re maggiore op. 60 B 112 Orchestra Sinfonica di Milano, direttrice Clelia Cafiero

Milano, Auditorium, 18 gennaio 2026


Un concerto che, a seguito del forfait del contrabbassista Dominik Wagner, perde la sua attesa identità solistica e cambia natura: l’asse si sposta dal virtuosismo individuale a un respiro più ampio, più squisitamente sinfonico. La sostituzione del previsto Divertimento concertante per contrabbasso e orchestra di Nino Rota con la Carmen Suite non è stata un semplice cambio in corsa, ma un vero ribaltamento di prospettiva, che ha finito per mettere in primo piano l’orchestra e la sua capacità di “raccontare” senza appoggiarsi al magnetismo di un solista.
A dare coesione a questo percorso, pur riplasmato dall’imprevisto, è stata soprattutto Clelia Cafiero, che proprio nel 2023 alla Chorégies d’Orange, ha diretto Carmen con l’Orchestre National de Lyon e solo l’anno scorso ha debuttato in grandi teatri di rilievo come la Staatsoper di Berlino o con orchestre del calibro della Staatskapelle Dresden.

L’apertura del programma con Orpheus di Liszt è parsa quasi una soglia: non tanto un brano “di effetto”, quanto un invito all’ascolto per gradazioni, per luce e penombra. La direzione della Cafiero ne ha valorizzata la dimensione evocativa, lasciando che la materia sonora si organizzasse in un tempo ampio e in un fraseggio sorvegliato, dove l’idea del mito non si impone come racconto narrativo, ma come atmosfera, come tensione trattenuta. È un Liszt che chiede di saper dosare l’emozione senza teatralizzarla, e proprio in questo equilibrio, tra trasparenza e densità, tra slancio e misura, si è avvertita la cifra della serata.
È però nella Carmen Suite che l’imprevisto diventa occasione e che la direzione mostra con più evidenza la propria intelligenza musicale. Un pezzo che potremmo definire “pop” nel senso migliore del termine: immediato, celebre, riconoscibile, rischia sempre di scivolare nell’automatismo, nella cartolina ben rifinita ma prevedibile. Qui, invece, è stato affrontato con consapevolezza e con una cura particolare per la tavolozza variopinta di colori e per gli effetti ritmici: non l’ennesima riproposizione di qualcosa di trito e ritrito, ma un’esecuzione sorprendentemente fresca, viva, non scontata. E proprio lì sta il grande dilemma, e la vera sfida, di chi interpreta pagine così note al grande pubblico: renderle ancora attuali, far emergere i “non detti” tra le righe del pentagramma, e restituire la sensazione che, dietro l’evidenza del tema, ci sia ancora un margine di scoperta.
Il gesto della Cafiero è fluido e pulito, privo di fronzoli o arabeschi superflui, con mani puntuali, chiare, capaci di indicare senza schiacciare, anzi forse una maggior indipendenza della mano sinistra potrebbe rendere la sua visione ancor più evocativa; la sua è una direzione che punta alla leggibilità e alla continuità del discorso.
Nella seconda parte, la Sinfonia n. 6 di Dvořák ha completato la trasformazione del concerto in un vero appuntamento “dal respiro sinfonico”. Qui la Cafiero ha potuto lavorare sul lungo periodo, sulla costruzione dei piani e sull’idea di un’energia che cresce per stratificazioni, senza forzare i passaggi. La scrittura dvořákiana, così generosa, cantabile, e al tempo stesso saldamente architettata, vive di un equilibrio delicato: da un lato la solidità di un impianto che guarda alla tradizione austro-tedesca, dall’altro quella vitalità slava che affiora nei ritmi, nelle danze, nelle inflessioni più terragne del fraseggio. Tenere insieme queste due anime significa evitare sia la pesantezza “monumentale” sia il bozzetto folclorico; e la sensazione, in questa lettura, è stata proprio quella di una sinfonia fatta di direzione e respiro, più che di singoli colpi di scena.
Alla fine il concerto riscritto dall’assenza del solista non ha dato l’impressione di una serata riparata in corsa, ma di un programma che ha saputo ritrovare un senso diverso, forse persino più unitario: dal mito rarefatto di Liszt, al teatro orchestrale di Carmen, fino all’ampia narrazione sinfonica di Dvořák. E quando un imprevisto obbliga a cambiare rotta, è lì che si misura la maturità di un’orchestra e di una bacchetta: trasformare la necessità in scelta, e far suonare “presente” anche ciò che tutti credono già di conoscere; questa direttrice giovane e già contesa da importanti istituzioni musicali merita di essere seguita e tenuta d’occhio perché con molta probabilità potrà riservarci nuove interessanti sorprese musicali.
Mirko Gragnato

Data di pubblicazione: 22 Gennaio 2026

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