
BRITTEN The turn of the screw I. Bostridge, A. Prohaska, Z. Hull, E. Bell, C. Rice; Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, direttore Ben Glassberg regia Deborah Warner scene Justin Nardella costumi Jean Kalman
Roma, Teatro Costanzi, 28 settembre 2025
Benjamin Britten è una presenza costante al Teatro dell’Opera di Roma, fin da The rape of Lucretia datosi con qualche audacia nel 1949 (in italiano) con la regia di Alberto Lattuada. E poi ovviamente il Peter Grimes più volte, l’affollata Beggar’s Opera, un primo Turn of the screw al Teatro Argentina con la regia di Ronconi e una potente Raina Kabaivanska, fino alle splendide produzioni dirette da James Conlon: A Midsummer Nights Dream, Curlew River, The prodigal son, Billy Budd. E, qui recensito, l’ultimo e straordinario Peter Grimes diretto da Mariotti nella scorsa stagione.
L’edizione appena vista di The turn of the screw è stata per più versi rivelatrice. E il primo merito, perché il più immediato a giungere dal palcoscenico, è dovuto alla regia di Deborah Warner. Che, nell’eleganza essenziale e tuttavia affascinante delle strutture sceniche e nella cura totale d’ogni movimento, d’ogni pur minimo accenno di gesto, ha additato che la “quotidianità” di una rispettabile dimora vittoriana, come di ogni possibile casa di oggi o di domani, può improvvisamente spalancare abissi i cui fondi non sono sondabili. Non c’è bisogno di fantasmi, di case infestate, di oscuri mentori: essi sono metafora d’ogni “crisi” (della mente, dell’anima, del corpo) che può colpire l’inquilino del terzo piano come il proprietario della seconda villetta a destra. E che sconvolge oggi uno o tutti e che domani rimarrà nella memoria appunto come “abisso”, sperimentato o ancor in atto. Averne fatto protagonisti i bambini e chi a loro attende, mostra ancor più duramente quanto crudele possa essere una condizione umana certo da Benjamin Britten guardata con quel pessimismo ch’è forse il vero filo conduttore della sua intera produzione drammatica.
Il giovane direttore londinese Ben Glassberg ha governato la difficilissima (anche perché al fondo minimale) partitura del compositore inglese. La costante smaltatura d’un suono pur volto a tensioni a tratti laceranti, come a diafanie impalpabili, i difficilissimi equilibri tra buca e palcoscenico e in esso tra voci spesso e in più sensi assai distanti, ci sembra abbiano portato al Costanzi una bacchetta che desideriamo ritrovarvi. La prova dell’orchestra è stata al di sopra di ogni lode.
Non era difficile prevedere che Ian Bostridge nel doppio ruolo di The Prologue e di Quint si sarebbe fatto notare. Eppure il tenore inglese ha dato luogo a due raffigurazioni vocali e sceniche di tale allucinata potenza, di tal originale adesione alla scrittura vocale e al suo sottotesto psicologico, da lasciare noi continuamente ammirati e da provocare alla fine un vero trionfo da parte del pubblico. Non diremmo però che gli sia stata da meno Anna Prohaska come Governess (il suo debutto nel 2002 alla Komische Oper era stato proprio in The turn of the screw), che alla ricchezza della vocalista da sempre unisce un sottile intellettualismo d’interprete. Ideali anche le altre signore in scena (Emma Bell era Mrs. Grose e Christine Rice Miss Jessel), ma come sempre avviene, i due bambini, Zandy Hull e Cecily Balmforth, hanno mostrato nei ruoli di Miles e Flora una verità che a loro viene da recessi di naturalezza, di sensibilità, di complicità seriosa e ludica a noi grandi ignoti e tuttavia stupefacenti.
Maurizio Modugno
Foto: Fabrizio Sansoni