
VERDI Don Carlo D. Russo, G. Gipali, M. Caria, M. Spotti, M. Zeni, M. Mari, E. Wyss, C. Cabras, N. Resinelli; Orchestra Ente de Carolis, direttore Federico Santi regia e luci Ognan Draganov scene e costumi Denis Ivanov
Sassari, Teatro Comunale, 31 ottobre 2026
Il Don Carlo di Verdi, nell’edizione italiana in quattro atti allestita per il Teatro alla Scala nel 1884, con la soppressione del primo atto francese di Fontainebleau, si conferma una delle creazioni più complesse e affascinanti del teatro musicale verdiano. Con audacia e consapevolezza dei propri mezzi, l’Ente Concerti “Marialisa de Carolis” propone l’opera in un Teatro Comunale gremito, affidandosi a una versione rinnovata dell’allestimento tradizionale proveniente dall’Opera di Stara Zagora, con revisione a cura di Mario Parenti. Il pubblico accoglie con attenta partecipazione il complesso dramma, su libretto firmato da Joseph Méry e Camille du Locle che deriva dalla tragedia Don Karlos, Infant von Spanien di Friedrich Schiller, nel quale le vicende individuali si intrecciano con quelle politiche e religiose, l’amore si scontra con la ragion di Stato e l’aspirazione alla libertà soccombe dinanzi alla tracotanza del potere. La produzione sassarese restituisce una versione accurata del lavoro, che richiede un notevole impegno vocale, orchestrale e scenico, rispettandone l’impianto storico, la dimensione monumentale e il dramma corale. Del pari, viene messo in luce l’aspetto intimo dell’opera, fatto di pensieri solitari, palpiti amorosi e accenti accorati, nel quale ciascun personaggio appare prigioniero del proprio mondo interiore.
La regia di Ognian Draganov, che firma anche le luci, privilegia una lettura tradizionale, attenta alla chiarezza narrativa, improntata a una sobrietà figurativa che connota gli ambienti con pochi elementi essenziali. Le scene e i costumi sontuosi di Denis Ivanov ricreano un universo storico nel quale la solennità della corte spagnola si contrappone alla dimensione claustrale delle architetture del potere. Elegante e sobria la scenografia, dalle superfici di un nero marmoreo, attraversate da screziature che evocano le crepe sotterranee di un mondo dominato da rigidità, sorveglianza e repressione. Le aperture sceniche verso scorci naturalistici, tuttavia, introducono una contrapposizione fra la libertà dell’istinto, che si esprime nei tormenti del disatteso amore, e l’artificialità della vita di corte. Suggestivo anche il grande drappo d’altare nel quadro religioso del III atto, mentre le impalcature metalliche della prigionia materializzano la condizione d’oppressione dei personaggi. Le luci accompagnano efficacemente le diverse atmosfere emotive, alternando tonalità crepuscolari, transizioni cromatiche e ombre cupe. Ne risulta un impianto coerente, che lascia alla musica e alla parola il compito di sostenere il dramma.
Sul podio, Federico Santi, già apprezzato dal pubblico sassarese nella passata stagione nella conduzione della Salome di Richard Strauss, affronta una partitura impegnativa, valorizzandone la natura teatrale e il continuo trascolorare emotivo e psicologico dei personaggi. La direzione si distingue per l’attenzione alle molteplici nuances dinamiche della partitura verdiana, evitando quella lourdeur che talvolta si riscontra in talune interpretazioni più inclini a enfatizzare i passaggi più solenni e magniloquenti e meno a intarsiare, come Santi sa fare, le trame orchestrali, cucendole in maniera aderente alle maglie drammaturgiche e alle più intime inflessioni sentimentali. Soprattutto nei momenti più introspettivi del dramma, la musica è tutt’uno coi personaggi, capace di scavare nella loro interiorità, per poi riprendere subitamente le fila dell’arco narrativo globale. Talvolta ciò determina dei tempi non sempre convenzionali rispetto alla tradizione più sedimentata.
L’Orchestra dell’Ente, che non può che maturare nel misurarsi con tali ciclopiche trame, si conferma interlocutrice fedele dei cantanti. Verdi affida all’orchestra una funzione narrativa autonoma, senza che mai soverchi la parola: presagi, tensioni e contraddizioni emergono attraverso interventi solistici, contrasti timbrici e ripiegamenti lirici. Particolarmente raffinati gli interventi dei fiati, mentre gli archi, compatti e saldamente coordinati dal violino di spalla e responsabile musicale dell’orchestra Michelangelo Lentini, ben definiscono il clima delle situazioni più intime e intense, a partire dall’Introduzione, che imposta l’atmosfera mesta e cupa che caratterizza l’opera, sottolineando nel I atto, con tinte delicate e liriche, l’incontro da Don Carlo ed Elisabetta, anticipando il dramma che seguirà. Nel II Atto l’orchestra diventa particolarmente espressiva, venando di tinte malinconiche il duetto dell’amicizia tra Don Carlo e Rodrigo, Marchese di Posa, in un crescendo di intensità e partecipazione emotiva: gli archi sottolineano il sentimento di amicizia tra i due protagonisti, mentre gli interventi degli ottoni contribuiscono a dare forza e solennità agli ideali politici di libertà sostenuti da Rodrigo. Il grande autodafé del III Atto è uno dei momenti in cui l’orchestra emerge con maggiore evidenza, presentando una tavolozza ricca di colori e contrasti sonori: ottoni e percussioni sottolineano la solennità e la violenza del potere religioso, gli archi sostengono la tensione drammatica, i legni arricchiscono il tessuto orchestrale con interventi descrittivi e il coro, insieme all’orchestra, crea una scena di grande imponenza teatrale. Anche il coro, diretto da Francesca Tosi, dà il meglio di sé in questo quadro in cui Verdi contrappone la voce della folla, che celebra il potere religioso, alla voce delle vittime, che invocano pietà e libertà. Di notevole efficacia anche il quadro pubblico del II Atto, nel quale il coro dei sudditi restituisce la dimensione collettiva del potere. La costruzione d’insieme intreccia efficacemente la dimensione pubblica e quella privata del dramma. Sempre nel II Atto, la tavolozza orchestrale si illumina, accompagnando l’incontro fra Carlo e la principessa d’Eboli, che il principe scambia inizialmente per Elisabetta. La scoperta dell’amore non corrisposto trasforma la delusione della principessa in risentimento e desiderio di vendetta. L’intervento di Rodrigo riporta il conflitto sul terreno dell’amicizia e dell’impegno politico. Il terzetto si distingue per l’equilibrio dell’intreccio vocale. Emblematico il dialogo, nel IV Atto, fra Filippo II e Don Carlo, nel quale gli accenti orchestrali amplificano il contrasto fra l’autorità paterna e l’aspirazione del giovane alla libertà. Filippo non è soltanto un antagonista, ma un uomo divorato dal sospetto e incapace di trovare pace. Le sonorità orchestrali diventano uno strumento per esprimere la tensione, la paura e il senso di oppressione anche nel duetto tra Filippo II di Spagna e il Grande Inquisitore: l’orchestra tinteggia sonorità cupe, con particolare rilievo dei violoncelli, dei contrabbassi e dei fiati dal timbro grave, per sottolineare la contrapposizione tra i due personaggi, in cui si sfidano la gravità del potere politico e l’autorità religiosa, oscura e minacciosa. Ma è soprattutto nella scena finale, a ridosso della tomba di Carlo V, che l’orchestra assume una funzione drammatica e simbolica: le sonorità solenni e misteriose riescono a evocare il senso di morte che incombe. L’atmosfera si fa inquietante e sospesa, al confine tra la realtà e la dimensione soprannaturale.
Riguardo ai cantanti, il tenore albanese Giuseppe Gipali affronta il ruolo del titolo privilegiandone la componente lirica e dolente. Il tenore non punta sistematicamente sulla potenza sonora, rimanendo un po’ in background, ma delinea un protagonista fragile e inquieto, attraversato da slanci generosi e cedimenti emotivi. Particolarmente significativa la scena nella quale Don Carlo chiede a Elisabetta di intercedere presso il re per andare nelle Fiandre: la richiesta politica riapre inevitabilmente la ferita sentimentale. Gipali restituisce efficacemente questo doppio livello, fino al disperato Maledetto io son, momento nel quale canto e interpretazione scenica raggiungono una convincente sintesi.
Marta Mari, Elisabetta di Valois, restituisce una regina composta e dolente. Il soprano mostra precisione tecnica, attenzione alla linea melodica ed emissione controllata. Talvolta il personaggio appare algido, in conseguenza del sacrificio imposto dalle convenzioni e dalla ragion di Stato, ma nei momenti più intimi la voce acquista morbidezza e la sofferenza trasuda dalla maschera istituzionale.
Egle Wyss, nei panni della principessa d’Eboli, porta in scena una personalità passionale, orgogliosa e impulsiva. Il mezzosoprano affronta con disinvoltura le difficoltà della scrittura, evidenziando brillantezza negli abbellimenti, sonori gorgheggi e acuti incisivi. L’aria O don fatale, con la travolgente chiusa Ah! Un dì mi resta, rappresenta il suo momento espressivo culminante, con acuti affilati come una lama. Dietro l’esuberanza vocale emerge efficacemente una donna lacerata fra gelosia, vergogna e pentimento.
Dario Russo interpreta Filippo II mettendone in risalto la natura cupa e tormentata. Il basso restituisce la solitudine del sovrano e il progressivo disfacimento delle sue certezze. Particolarmente intenso nell’aria Ella giammai m’amò, caratterizzata da un’atmosfera malinconica, evidenziata dall’andamento raccolto e doloroso degli archi e dal colore scuro dei legni. Qui l’orchestra sembra quasi dare voce ai pensieri più reconditi del re. Inquietante il Grande Inquisitore interpretato da Marco Spotti. Il basso caratterizza il personaggio con un’emissione cupa, risonante e minacciosa. Se Filippo rappresenta il potere politico, l’Inquisitore incarna un’autorità ancora più temibile, capace di dominare persino la coscienza del sovrano. Il dialogo fra i due bassi costituisce uno dei vertici drammaturgici dell’opera: le sonorità gravi e la densità orchestrale amplificano il significato politico e morale dello scontro drammatico.
Il baritono sardo Marco Caria, nel ruolo di Rodrigo, offre un’ottima definizione vocale, intonazione perfetta e rifinitura melodica plastica. L’emissione dal caratteristico vibrato si accompagna a un timbro avvolgente e comunicativo, adatto a esprimere la nobiltà del personaggio e il calore dell’amicizia con Carlo.
Un Don Carlo che, nell’equilibrio fra grandiosità corale e introspezione individuale, convince. Il pubblico del Comunale accoglie con convinto apprezzamento la prova degli interpreti e dell’orchestra nell’affrontare, pur nelle asperità della partitura e nella complessa trama, un capolavoro che, nella tensione irrisolta fra libertà e oppressione, amore e dovere, potere e coscienza, è sempre di straordinaria attualità.
Maggie S. Lorelli