Un dittico Weill con Chailly alla Scala

Dopo Salome la Scala ha trasmesso in streaming (tuttora disponibile su Rai Play) e manderà in onda sabato 27 marzo alle 20.10 su Rai 5 il dittico di Brecht-Weill Die sieben Todsünden (I sette peccati capitali, Parigi 1933) e Mahagonny Songspiel (Baden Baden 1927) con la direzione di Riccardo Chailly e la regia, le scene ed i costumi di Irina Brook. Tra gli interpreti principali il mezzosoprano americano Kate Lindsey che si era già fatto apprezzare qualche sera prima in un recital di canto (musiche di Weill, Alma Mahler, Korngold, Zemlinsky) accompagnata dal pianista Baptiste Trotignon. La buona regia televisiva di Arnalda Canali ha permesso di apprezzare uno spettacolo di forte impatto visivo e drammaturgico, come si conviene per il teatro epico di Brecht che, come la tragedia greca e al contrario dell’opera tradizionale, propone allo spettatore una presa di distanza dalla narrazione scenica e dai personaggi per denunciare con tagliente ironia la corruzione e le violenze invisibili ma feroci della società affaristica contemporanea. Non a caso in un secondo tempo i due autori hanno aggiunto al titolo originario la specificazione …Todsünden der Kleinbürger (…peccati capitali dei piccoloborghesi) e in Dreigroschenoper (L’opera da tre soldi, 1928) un personaggio pronuncia la battuta: “Cosa è rapinare una banca a paragone di fondare una banca?”.

Per Die sieben si è trattato, di fatto, di una prima alla Scala — in precedenza (1989) il satirisches Ballet mit Gesang era stato eseguito in forma di concerto con la direzione di Zoltán Peskó — ed è un peccato che sia avvenuta senza pubblico in sala, che sarebbe rimasto affascinato dalla sua ambiguità e dall’esecuzione. Nulla nella partitura è definito: la musica è un felice mix di tradizione colta (il numero a cappella della Famiglia), ballabili (fox trot, valzer), ragtime, jazz; il canto non è né quello spiegato della tradizione né lo Sprechgesang alla Schönberg proprio dell’Espressionismo, bensì una difficile via di mezzo, un declamato con marcata accentuazione di frasi e parole drammaturgicamente significative nel rispetto sempre di un rigore ritmico assoluto; sulla scena coesistono canto (Anna I) e numeri a ballo (Anna II); le nove scene — in realtà sette, una per ogni peccato, precedute e concluse da un Prologo e un Epilogo — sono collegate tra loro da brevissimi interludi orchestrali che ricordano il Wozzeck di Berg (1925) e ne assicurano la continuità rappresentativa.

In un lavoro del genere coesistono “materiali” musicali sì diversi, ma risolti in linee melodiche lucide, con aspri salti di registro e al loro interno frammentate al punto da apparire come improvvisazioni, e in scansioni ritmiche mobilissime che richiedono mani sicure sul podio e virtuosismo strumentale in buca (in realtà qui l’orchestra da camera è distribuita in platea), due requisiti pienamente soddisfatti che, uniti alla voce della Lindsey e ai numeri danzati di Lauren Michelle, hanno contribuito alla realizzazione di uno spettacolo di alta valenza artistica. Il tutto sotto la guida precisa di Chailly, a suo agio, come sempre, con partiture nelle quali, per dirla alla Stravinsky, la musica vale per quella che essa è, senza “arbitrari rimandi extramusicali” (a proposito di Stravinsky, Chailly l’8 aprile proporrà dalla Scala, su Rai 5, la Suite de L’histoire du soldat, le Quattro atmosfere norvegesi e il Sacre).

Le considerazioni per Die sieben Todsünden valgono anche per Mahagonny-Songspiel, nucleo originario del più celebre Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny (Ascesa e rovina della città di Mahagonny, 1930), dove il termine Songspiel è una voluta deformazione del più colto e tradizionale Singspiel, e che si avvale delle stesse, ottime, interpreti. Un altro elemento unificatore è la scelta della Broook di ambientare le vicende a ridosso di un chiosco anonimo in un luogo anonimo di una città altrettanto anonima e circondato da un mare di bottiglie di plastica. Il riferimento, specifica la Brook in un’intervista, è al mondo globalizzato di oggi e all’inquinamento dei mari, due “segni” che lo spettatore coglie immediatamente. Come sempre dovrebbe essere.

Ettore Napoli 

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