Tony e Beatrice: la gioia del fare musica

ELGAR Introduzione e allegro per archi op. 47 SCHUMANN Concerto per pianoforte e orchestra in la op. 54 DVOŘÁK Sinfonia n. 6 in Re op. 60 pianoforte Beatrice Rana Chamber Orchestra of Europe, direttore Antonio Pappano

Reggio Emilia, Teatro Municipale “Romolo Valli”, 25 novembre 2023

Diciamolo schietto: non è che col programma si siano sprecati più di tanto. Se con ‘programma’ s’intenda un’articolazione indicativa di qualche precisa intenzione, estetica, critica, interpretativa dei proponenti quel quid, insomma, che rendesse la musica il luogo elettivo di una riflessione linguistica, psicologica ed estetica, come ritengo sempre dovrebbe essere. Con Elgar, il ‘concertone’ schumanniano e un famoso ma meno scontato Dvořák (tre opere senza nessun legame proponibile) s’era pensato più al godimento apollineo del pubblico meno esigente – che i nomi eccellenti degli esecutori avevano convenuto in bel numero – che ad una più meditata sollecitazione d’intrecci sinestetici capace di muovere rinnovate cogitazioni di ascoltatori ‘risentiti’, per riprendere un termine (vero, un poco equivoco) di Adorno.

La saviezza di Pappano – con la quale si deve intendere sia il savoir faire un poco marpione dell’affabulatore navigato, sia il piacere intenso del fare musica, la Freude am musizieren, che dell’insigne direttore è insieme componente intrinseca e disponibilità comunicativa estrinseca – ha, alla riprova dell’ascolto, fatto quadrare i conti, con due pezzi “leggeri” a contorno del piatto forte (criticamente intendendo) schumanniano. “Pezzi leggeri” si dicono due opere che non hanno altre pretese se non di essere sonore (i due movimenti di Elgar sono abilmente costrutti e piacevolmente sonanti, ma non vanno da nessuna parte, esaurendosi nell’esposizione della forma; la Sinfonia di Dvořák, deliziosa, rimane dvorakianamente fine a se stessa, disinteressata a suggestioni altre dalla sua musica) e che direttore ed eccellente orchestra hanno sonato con mano lieve, in esecuzioni miranti all’emersione della “bellezza” sonora (Elgar) o della ricchezza melodica e della vivacità ritmica variissima nella bella composizione di Dvořák, più che a sottolineare la densità contrappuntistica della prima (il contrasto tra concerto grosso e concertino emergeva come naturalmente, per virtù degli strumentisti) o enfatizzare gli elementi storicamente rilevanti del capolavoro ignaro del compositore boemo (la Sesta fu la prima Sinfonia di Dvořák a ricevere un riconoscimento internazionale e ad essere pubblicata, come “n. 1”, da Simrock, ma fu a lungo boicottata, per ragioni oggi risibili, dalla Filarmonica di Vienna per la quale era stata originariamente composta). Una lettura, quella di Pappano e della sua orchestra, tutta ‘dentro’ la musica che portava solo beneficio al lavoro, già di suo studiatissimo, di Elgar, sonato meno ampolloso (forse, anche, meno esclusivamente britannico) del consueto e che ha posto l’interpretazione dell’opera dvorakiana a fianco – come meno “regionalistica” alternativa – delle incisioni storiche, eloquentissime di Kubelík e di Kertész, già di loro diversamente perfette.

Ma Schumann. Beatrice Rana lo suona – ovviamente – benissimo e il direttore asseconda la pianista nei suoi sforzi di una lettura molto personale, con non dubitabile condivisione della linea interpretativa. Linea che indirizza il compositore renano decisamente verso lidi sonori chopiniani. L’insistenza del marcatissimo rubato, l’assottigliamento dello spessore orchestrale – a tratti quasi prosciugato e cameristico –, la ricerca quasi maniacale della trasparenza nelle trame, fanno del capolavoro schumanniano secondo Beatrice quasi il n. 0 (che è sempre il “migliore”) dei Concerti di Chopin. Uno Schumann tutto proteso verso il sentimento romantico, immerso nel “sogno”, più agitato nel primo tempo, quasi estatico (seppure sempre schumannianamente turbato) nel secondo, ove il pianoforte si mette a duettare soavemente coi violoncelli. L’aspetto più interessante della declinazione “romantica” impressa da Rana e Pappano è che essa non scivola mai nel Biedermeier (sappiamo l’ammirazione di Schumann per Mendelssohn, che in quest’esecuzione può talvolta intravedersi di lontano ma senza che mai l’incontro vero e proprio avvenga), perché il “sogno” è verace e non una fasulla ipostasi borghese. Ed è interessante che le sopravviventi (sia pur sbiadite) vestigia delle basi classiciste dell’opera, paiano riferirsi più che al “titano” Beethoven (del tutto messo ai margini) a un più sorprendente Mozart: sorprendente in quanto estroverso, quanto lo Schumann nei panni d’Eusebio che qui si ritrae era riservato. Una intuizione seducente, ma riduttiva.

Perché Schumann non si esaurisce in Eusebio, necessita senza possibilità d’eccezione del contraltare Florestano. Eliminare – come sembrano aver scelto di fare in questo caso pianista e direttore – la dialettica tra i due aspetti della poetica schumanniana, significa rilevare il “sogno” smarrendone la turbativa visionaria: ovvero razionalizzare Schumann al punto di privarlo della follia che in lui fu sempre (e da sempre) almeno latente. La lettura di questo complesso capolavoro da parte di Beatrice Rana, apprezzabile per le intenzioni originali e ammirevole per la superba bravura nel realizzarle (e questo certo non sorprenderà nessuno), arriva dunque a incuriosire più che a convincere del tutto. Per questo il movimento che meglio ci pare realizzato è il meno problematico, in quanto meccanico, terzo. La sensazione avuta è che Beatrice dicesse Robert ma pensasse, intimamente, Clara.

C’è spazio per maturare la questione, come ha mostrato lo Studio op. 2 n. 1 di Skrjabin, offerto come bis, nel quale estasi trasognata e perplessa visionarietà – sogno e inquietudine così precipuamente skriabiniane quanto schumanniane: a discrimine un più, nel russo, di mistico e un meno di letterario, imprescindibile in Schumann – si fondevano in una seducente densità emotiva ed intellettuale.

Bernardo Pieri

——————————————————————————————————————-

Pordenone, Teatro Verdi, 26 novembre 2024

Il concerto offerto dal Teatro Verdi di Pordenone, domenica 26 novembre 2023, ha visto il debutto nel capoluogo friulano della celebre pianista Beatrice Rana e della Chamber Orchestra of Europe, diretta dall’altrettanto famoso Antonio Pappano: non credo di esagerare nel sostenere che si è trattato di una serata memorabile per la qualità artistica delle musiche e delle interpretazioni offerte, tali da entusiasmare letteralmente il pubblico accorso numerosissimo. La cifra stilistica impressa all’intera manifestazione si è rivelata appieno fin dall’insolito lavoro di apertura, e cioè l’Introduzione e Allegro Op. 47 per quartetto d’archi e orchestra d’archi, che Edward Elgar (1857-1934) compose nel 1905 per la London Symphony Orchestra: un lavoro altamente virtuosistico, densamente contrappuntistico e sorretto da un globale vitalità, unita ad una non comune ricchezza melodica, caratteristiche che Pappano ha colto puntualmente, imprimendo all’intero lavoro uno slancio di irresistibile potenza fin dalle sorprendenti battute iniziali, senza per questo trascurare le squisite componenti melodiche, assecondato in questo dalla mirabile compagine. In effetti quest’ultima ha dimostrato una compattezza, un intimo fervore e un suono talmente morbido e avvolgente da lasciare ammirati passaggio dopo passaggio. Del resto, nel corso dell’intero concerto l’orchestra si è rivelata uno strumento quanto mai duttile, profondamente coeso, timbricamente pregnante in ogni sua sezione, anche se la palma va assegnata soprattutto agli archi per la fusione, la densità di colori e la sottigliezza delle sfumature ottenute.

Al suggestivo lavoro di Elgar ha fatto seguito il celeberrimo Concerto in La minore Op. 54 di Schumann (come è noto destinato alla consorte Clara Wieck, sua prima interprete), che ha avuto come protagonista d’elezione la pianista Beatrice Rana, già reduce da un’acclamata registrazione discografica dello stesso capolavoro insieme a Pappano: e, in effetti, la loro unità di intenti è stata determinante nella resa alquanto assertiva e vitalistica dell’opera, effettivamente sorretta da una energia, esplosa in particolare nell’irresistibile, gioioso Allegro vivace conclusivo, ma già evidenziata, ad esempio, fin dall’incipit del Concerto e poi nella Cadenza del primo movimento, tradotta con uno slancio e un’esuberanza affatto inediti. Se a ciò aggiungiamo il calore espressivo (mirabile, ad esempio, l’Intermezzo centrale, grazie anche al morbido sostegno dell’orchestra, con gli archi in primo piano), la varietà delle dinamiche e l’ariosità dei fraseggi, abbiamo il quadro di un’interpretazione compatta e organica, dominata da una esuberanza tutta giovanile, in piena rispondenza con l’ardente romanticismo dell’autore. Alle ovazioni del pubblico, la pianista ha concesso due bis: uno Skrjabin sommesso e raccolto e un Debussy mobilissimo, sfuggente, non privo di una punta di ironia.

La conclusione della serata è stata affidata alla Sesta Sinfonia di Dvořak (composta nel 1880), un affresco sonoro imponente e grandioso, dotato di una tavolozza a dir poco fascinosa, che Pappano ha saputo valorizzare sfruttando appieno le straordinarie potenzialità della compagine orchestrale e mettendo a fuoco nel contempo i numerosi dettagli di un’invenzione melodica quanto mai ricca e variegata. Meritano almeno una menzione la vasta oasi lirica dell’Adagio, reso con la dovuta partecipazione, l’irresistibile articolazione ritmica dello Scherzo (una Furiant esplosiva, potentemente delineata), la compattezza e il vigore del conclusivo Allegro con spirito, ove hanno potuto emergere in tutto il loro splendore i mirabili fiati dell’orchestra. Anche in questo caso, agli interminabili applausi del pubblico il direttore ha voluto offrire un bis altamente meditativo (e toccante), dedicato al «nostro tempo complicato».

Claudio Bolzan        

Data di pubblicazione: 27 Novembre 2023

Related Posts