Lo Chénier torinese approda al Novecento

GIORDANO Andrea Chénier G. Kunde, F. Vassallo, M. Agresta, M. Gaudenzi, F. Giansanti, M. Custer, A. Gramigni, N. Ceriani, V. Nizzardo, R. Rados, D. Umbelino, T. Zimmerman, J. Nosek, M. Sportelli, E. Y. Jang; Coro e Orchestra del Teatro Regio di Torino, direttore Andrea Battistoni regia Giancarlo del Monaco scene Daniel Bianco costumi Jesús Ruiz

Torino, Teatro Regio, 18 giugno 2025

Quando si ha a che fare con un dramma storico, scegliere di cambiare epoca d’ambientazione è particolarmente azzardato, tanto più se, tra i protagonisti, sono presenti personaggi realmente esistiti con i loro nomi e cognomi, e sono citate alcune musiche iconiche dell’epoca. Ma è stata questa la scelta di Giancarlo del Monaco per l’Andrea Chénier allestito dal Teatro Regio di Torino in chiusura di stagione, che si apre sì nella dimora nobiliare tardo settecentesca descritta dal libretto nel primo quadro, con tanto di costumi e parrucche d’ordinanza, ma dal quadro successivo scivola in un non meglio precisato regime tirannico del Novecento, con campi di concentramento, schedari di polizia e un muro che assomiglia a quello di Berlino. L’intento, con ogni evidenza, è mostrare che le dittature si assomigliano tutte, le utopie generano sempre mostri e gli idealisti finiscono in ogni epoca sconfitti dalla storia: visione pessimista, ma per certi aspetti condivisibile, soprattutto allorché sottolinea il lato oscuro della Rivoluzione Francese. Il punto è che, applicata alla messa in scena di un’opera e non a un dibattito intellettuale, finisce per stimolare riflessioni a chi già ben conosce la partitura, ma non si sa quanto sia utile per chi dovrebbe essere accompagnato alla scoperta dell’opera, come uno studente che in questo titolo avrebbe l’occasione per ritrovare sul palcoscenico quanto ha studiato sui libri di scuola. Ma sono questioni di principio che non intendo sciogliere in questa sede. A me, che per la prima volta ho visto un Andrea Chénier non-tradizionale, lo spettacolo di per sé non è dispiaciuto, e mi hanno fatto più specie alcuni piccoli dettagli non rispondenti alla drammaturgia, come il fatto che Gérard canti «Son sessant’anni» senza che si capisca che si rivolge al padre, o che il nipote di Madelon, dopo essere stato arruolato, se ne esca tranquillo con la nonna e le sue accompagnatrici. Per fortuna si tratta di dettagli, controbilanciati da altri passaggi particolarmente efficaci, come il fare guardingo con cui Chénier e Maddalena si incontrano nel secondo quadro prima di abbandonarsi alla passione.

Il fronte musicale si è avvalso della presenza del tenore Gregory Kunde, uno Chénier generoso, che impressiona il pubblico con la proiezione del suono, la lucentezza dello squillo e la fermezza del registro acuto. «Un dì all’azzurro spazio» è un’invettiva appassionata più che un canto all’amore, «Sì, fui soldato» (probabilmente il suo momento più esaltante) è, fin dal modo di porgere il suono, una difesa schietta e priva di ogni retorica, della cui veridicità nessuno potrebbe dubitare. Al confronto, è parso lievemente meno coinvolgente «Come un bel dì di maggio», cui difettava un tocco di lirismo. E se non tutti i passaggi, nell’area medio-grave, hanno la pulizia di un tempo, alla luce del dato biografico non si può negare che la sua voce abbia del miracoloso. Il soprano Maria Agresta (Maddalena) ha dato ottima prova di sé nel canto di conversazione che caratterizza il primo quadro; mentre «La mamma morta» si è messa in luce per una viva passionalità che non ha mancato di impressionare, anche se avrebbe potuto avvantaggiarsi di maggior nitore nella definizione cromatica. Il Gérard del baritono Franco Vassallo si ricorderà per un «Nemico della patria» molto curato nel fraseggio e nella varietà dei colori, che si pone come una gemma in un’interpretazione che altrove è per lo più tesa a incarnare la durezza del carattere e la brutalità dell’ex servo divenuto ministro del Terrore, e quindi tendenzialmente monocroma. Si è parlato principalmente delle arie anche perché sono stati i momenti in cui la vocalità ha avuto più agio di esprimersi. Per il resto, accanto ad alcuni passi molto equilibrati, come la prima parte del terzo quadro, si sono registrate diverse scene, specie nei primi due quadri, in cui la concertazione di Andrea Battistoni, con un impeto da poema sinfonico, ha valorizzato nel dettaglio la scrittura orchestrale di Giordano in tutta la sua esuberanza, riducendo il protagonismo dei solisti. Questo ha inciso in particolare sulle seconde parti, tra le quali si sono comunque percepite voci di buona caratura e di ottimo gusto: si ricordano almeno il mezzosoprano Mara Gaudenzi (Bersi), il baritono Vincenzo Nizzardo (Mathieu), il basso Adriano Gramigni (Roucher), il tenore Riccardo Rados (Incredibile), il mezzosoprano Federica Giansanti (Contessa di Coigny), il contralto Manuela Custer (Madelon). Il grande successo tributato dal pubblico unanime è sicuramente stato garantito anche dalle ottime prove dell’Orchestra e del Coro del Teatro Regio, che da quest’anno sono affidati ad Andrea Battistoni in qualità di Direttore Musicale della Fondazione.

Marco Leo

Foto: Mattia Gaido / Daniele Ratti

Data di pubblicazione: 27 Giugno 2025

Related Posts