
PUCCINI Turandot A. Pirozzi, G. Kunde, M. Pisapia, M. Pertusi, C. Lopez Moreno, S. Vitale, A. Tanzillo, T. Barontini; Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Festival Puccini, direttore Renato Palumbo regia Alfonso Signorini scene Carla Tolomeo costumi Fausto Puglisi
Torre del Lago, 25 luglio 2025
Turandot è un’opera che consente all’ascoltatore, sia esso esperto conoscitore della produzione pucciniana ma anche al primo ascolto, di essere immediatamente coinvolto e scegliere quale aspetto ed implicazioni psicologiche ed emotive sentire più importanti fra le molte possibili, senza però che diventino esclusive e con la possibilità di modificarle ad un ascolto successivo. La genialità dell’autore, nel momento in cui ha scelto di mettere in musica non solo un testo, ma una narrazione fiabesca che affonda le sue origini nel passato e che in quanto tale è ricca di simboli e spunti di riflessione su principi fondamentali del rapporto fra gli uomini, sull’amore, sulla lealtà, ha regalato alla cultura musicale un’opera unica nel suo genere, fonte continua di stimoli ed emozioni dal giorno della sua prima esecuzione. Travagliata nella stesura, come del resto era quasi la norma per Puccini, ma da lui particolarmente sentita come importante, anzi “la più importante” delle opere scritte sino a quel momento, come noto rimase incompiuta per la morte dell’autore e completata, con non poche difficoltà, da Franco Alfano, che scrisse la fine del terzo atto, versione utilizzata anche in quest’occasione. “La più importante”, si diceva. In effetti dall’epistolario pucciniano apprendiamo che durante la scrittura di Turandot quanto composto in precedenza appariva all’autore inutile e diverso e la cura quasi maniacale ed ossessiva con cui Puccini, sino all’ultimo respiro, ha rifinito ogni particolare dell’orchestrazione e della realizzazione musicale del libretto lo dimostrano ampiamente.
Queste riflessioni hanno preceduto anche l’ascolto della prima di Turandot allestita nell’ambito del 71° Festival pucciniano di Torre del Lago, con la consueta curiosità di scoprire cosa ci avrebbe regalato Puccini in questa occasione. Procedendo per categoria, diciamo subito che la regia di Alfonso Signorini, così come le scene di Carla Tolomeo ed i costumi di Fausto Puglisi hanno proposto esattamente quanto si poteva desiderare: adeguata contestualizzazione, scelte cromatiche e movimenti di scena mai esagerati ma sempre efficaci, tutto quello che insomma era necessario per rappresentare ed immergersi in un mondo — ancorché orientale — soprattutto fiabesco e fuori dal tempo.
Venendo all’aspetto musicale, Renato Palumbo ha guidato con mano sicura l’Orchestra del Festival, che lo ha assecondato con precisione ed efficacia, consentendo di far percepire ed apprezzare quella meticolosità nell’orchestrazione e gestione della parte timbrica considerata fondamentale per Puccini in quest’opera. Turandot, rispetto alle opere precedenti, si presentava come un flusso musicale continuo ed ambiguo armonicamente, deludendo forse le aspettative di chi desiderava immergersi ancora in melodie e temi inconfondibilmente “pucciniani”, anche se l’orecchio esperto ed attento poteva percepire al suo interno alcuni tipici modi di modulare o armonizzare che dimostravano che il Puccini tanto amato era sempre presente. Per esempio nell’aria di Liù “Signore ascolta” nel primo atto dove l’eccellente Carolina López Moreno ha evidenziato le proprie doti tecniche, la bellezza e la capacità di gestione del timbro, suscitando al temine dell’aria il primo meritato applauso del pubblico, così come per Ping (Sergio Vitale), Pang (Andrea Tanzillo) e Pong (Tiziano Barontini) al termine della loro scena all’inizio del secondo atto. Non abbiamo ancora citato gli altri protagonisti principali, gli ottimi Anna Pirozzi e Gregory Kunde, perché protagonisti loro malgrado, insieme a Liù ed al coro, di un finale d’opera imprevisto: al termine del secondo atto, avuto appena il tempo di ascoltare la conclusione con il tema anticipatore dell’aria “Nessun dorma” prevista all’inizio del terzo e quindi desiderosi di godersi il finale, la pioggia ha reso necessaria l’interruzione della rappresentazione in attesa di un miglioramento. Continuando il maltempo, i coraggiosi e pazienti spettatori che non si erano arresi sono stati premiati con l’ascolto del finale dell’opera, in forma ridotta e con l’accompagnamento del pianoforte, nel foyer del teatro. Si è creata pertanto una situazione inusuale ma non per questo non coinvolgente, con il privilegio di assistere ad una sorta di prova di sala esclusiva grazie anche alla disponibilità e presenza della maestra collaboratrice Michi Tagasaki. L’atmosfera era ovviamente completamente diversa. In un contesto ambientale inconsueto l’attenzione era solo per la musica di Puccini, letteralmente eseguita a pochi centimetri dagli ascoltatori. L’esecuzione dell’aria “Nessun dorma”, la morte di Liù e l’aria del bacio con il finale con il coro ha provocato l’ovazione dei presenti, ammaliati ancora una volta dalla bellezza della scrittura pucciniana ma anche dalla bravura dei solisti. Una serata che sicuramente rimarrà nella memoria, iniziata molto bene nella modalità teatrale tradizionale e conclusa, nonostante il meteo, come meritavano il cast ed il pubblico.
Piero Barbareschi