Vladimiro in Palmira, o «The Power of Musicke»

«La musica affratella i popoli perché è un linguaggio universale che non ha bisogno di traduzioni per poter essere compreso. La musica è strumento apportatore di pace, di cui è il simbolo perfetto».

Quante volte abbiam sentito ripetere il refrain, con enfasi talora tanto insistita da risultare fastidiosa! Ad esempio quando Lenny Bernstein corse a dimenarsi sulle rovine d’un muro appena abbattuto, arrangiando una Nona di Beethoven che così pompata a vuoto di rado s’era ascoltata. Ma s’ebbe solo giubili e ditirambi, per l’Ode alla Libertà! Lo stesso accade ogni volta che un ufficialissimo Barenboimme strombona in occasioni ricorrenti un qualche altro (o stesso) Beethoven — povero Ludwig, sempre a lui tocca… — nell’inceder solenne e sonnacchioso.

Però, una volta che un capo di stato decisionista, abituato a far parlare i fatti piuttosto che dar aria alla bocca con altisonanti proclami (nel bene e nel male, certo, ma delle chiacchiere a vuoto dei politici «ne ho piene le bisacce, ne ho piene le budella», direbbe Falstaff), spedisce una delle più splendide orchestre del mondo, diretta dal suo celeberrimo e geniale direttore, a far risuonare meravigliose armonie in un luogo simbolo della storia umana, fino al giorno prima stuprato dagli assordanti fragori bellici, subito s’è scatenata — almeno in questa ignobile, serva Italia, pronta a farsi megafono dei voleri dei suoi padroni interni ed esterni — una campagna di stampa denigratoria, riesumando la parola orrifica: propaganda!

Ne usarono a piene mani il brusagiudii Adolfo Hitler e l’orco mangiabambini Stalin. E certo da loro l’ha appresa l’onnipotente di cui sopra, Putin, pronto a spedire tra le pietre plurimillenarie di Palmira, insieme con gli strumenti dell’orchestra, un megaschermo dal quale farsi (vedere) gigante, manifestandosi, su quella via per Damasco mentre pronuncia parole d’orgoglio per la sua (la nostra!) cultura, insieme con la sua storia personale. Non meno che per i successi politici e militari grazie ai quali ha sgominato un terribile nemico cui le sguinzagliate intelligence di mezzo mondo ancora non hanno saputo dare un volto certo. Forse a qualcuno fa comodo che sia così, che si viva sull’imbraca, la fifa di saltar per aria dentro la metro, nei bar, nei supermarket, bevuta ogni mattina col caffè.

Propaganda, certo. Quando mai un politico ha fatto qualcosa gratis? Ci viviamo, in mezzo alla propaganda. Giornali e telegiornali (la disinformazione) la riamplificano a tutte l’ore.

Ma nessuno a quella, di propaganda, ha mai obbiettato.

Dunque se Roma valse una messa (almeno fosse rimasta quell’una soltanto), Berlino ben si merta almeno la nona; ma a Palmira, invece, fa scandalo un’orchestra. Avrebbero forse preferito, i nostri amplificatori di servizio, una semplice batteria: ma di cannoni («il musulman, cadrà! All’armi, all’armi e intrepidi / voliam sull’empia luna», come al grido verdiano di Corrado corsaro).

Sia chiaro, un concerto non risolve i problemi gravissimi d’un dopoguerra (ma poi è finita per davvero?), ma quell’orchestra, con le sue musiche, i suoi strumentisti, la sua gloria, la suggestione in quel luogo più che soggiogante han rappresentato un simbolo forte nella riaffermazione d’una civiltà che tutti piangevano trucidata dai carnefici dell’Isis (e senza Osiris). Non piacciono, non servono i simboli? A me sarebbe piaciuto esserci, a Palmira, ad ascoltare, a commuovermi, a emozionarmi con Bach e con Prokofiev — già, hanno sonato anche Scedrin, uno dei musici fedeli dell’antico regime: si vede che il regime sapeva scegliere: mi sarei forse sentito più cittadino del mondo, dentro ad una realtà che ha ancora un senso vivere, nella quale non sentirmi soltanto un tollerato, finché non si troverà l’occasione per cancellarmi, con la storia la cultura la musica il pensiero non omologati. Altri chi avrebbe mandato a Palmira liberata, i Globetrotters?

Bernardo Pieri

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