Verso un Regio «nazional-populista»?

Qualche mese fa un’amica mi disse: «Hai letto Gabo sul Regio?». Gabo? No, risposi, sono vetusto, non frequento i blog. Ma sbaglio. Gabo (Gabriele Ferraris, a lungo responsabile di «TorinoSette», l’inserto della «Stampa» sullo spettacolo, non proprio uno sprovveduto) da un po’ dice cosette sfiziose sul teatro torinese, rompendo l’anima a molti. Per esempio, implacabilmente ragionando sull’eruzione tipo vulcano Kilauea di cifre contraddittorie date in pasto all’opinione pubblica per dimostrare che il Regio — già virtuosissimo — è in realtà uno dei più funesti esempi di mala gestio teatrale apparsi sotto la Mole. Per quanto abbia cercato di capire, da quotidiani «maggiori», comunicati ufficiali e tutto ciò che volete, ho gettato la spugna. Io e Gabo eravamo compagni di liceo e lui certo era più bravo di me coi numeri, gli lascio la palla. E sugli accadimenti vado spiccio, già ne ho detto parlando dei Lombardi sul nostro sito: dimissioni anzitempo del sovrintendente Vergnano, decadenza automatica di Fournier-Facio (direttore artistico) e Noseda (direttore musicale), che ha voluto comunque sbattere la porta. Poi, arrivo alla Speedy Gonzales di William Graziosi e nomina di Alessandro Galoppini (già capo area artistica) a direttore artistico, per dare continuità. Et voilà, i soldi per coprire il buco a lievitazione alterna sono spuntati da tutte le parti (anche quelli dovuti dal Comune e mai dati). Fondazioni bancarie comprese (a patto di contare di più). Meno male, avendo a cuore chi lavora in quel teatro, dove è chiaro che nei conti qualcosa non va. Gabo giura sull’ennesimo putsch pentastellato, del resto in linea con le nostre prassi, ma cosa importa se un’era luminosa è alle viste, il Regio non sarà declassato e, chissà, potrà aspirare al rango della Scala o di S. Cecilia? E poi la ricetta c’è già, come da mesi rivelato dal suddetto blog e ufficialmente confermato: è la «mozione Giovara», dal nome del consigliere che l’ha elaborata con due «tecnici» (Roberto Guenno, corista del Regio e il baritono Pier Luigi Dilengite, referente Cinque Stelle per le fondazioni liriche). Le parole d’ordine? Repertorio (italico), regie tradizionali, più recite, no tournée, poche produzioni nuove, una compagnia stabile di giovani scelta da esperti interni, dirette streaming, promozioni turistiche, caffetteria-shop. Un direttore musicale? Macché, basta uno bravo che faccia capolino ogni tanto. I modelli sarebbero, pare, il Covent Garden e il Met. Troppe scelte di nicchia al Regio negli ultimi vent’anni, troppo Novecento (quello tosto) imposto a chi ne avrebbe fatto a meno. Che poi l’orchestra suoni come si deve la Missa Glagolitica, tanto di guadagnato, farà bene anche altro. Degli spettacoli di Carsen, Vick, Michieletto meglio non parlarne. Tutta da rifare la prossima stagione, via astrusità come la Siberia inaugurale (beh, questa una scelta bislacca un po’ lo era), Wozzeck. Siamo italiani, si parte con Verdi. Sembrerò prevenuto, in realtà sono preoccupato e perplesso, perché la mia idea di teatro lirico di peso internazionale è un’altra. La conferenza stampa sarà a metà giugno. Ci sarà tempo per capire, giudicare e magari ricredersi. Ultima cosa. Dimenticavo il buon Gabo. Lui «preferisce il rock’n’roll». E dategli torto!

Giorgio Rampone

 

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