Venezia ricorda Emilio Vedova

NONO Omaggio a Emilio Vedova RIHM Geste zu Vedova SCHÖNBERG Quartetto per archi n. 2 op. 10 STOCKHAUSEN Gesang der Jünglinge VARESE Density per flauto solo BEETHOVEN Grande fuga in si bemolle maggiore op. 133 mezzosoprano Monica Bacelli flauto Andrea Vecchiato Quartetto Minguet

Venezia, Magazzino del Sale, 21 ottobre 2015

Da un compositore capace di dire che “un quartetto d’archi non è la frase raccolta da quattro voci ma un corpo scolpito nel suono”, ci si può aspettare un omaggio ad un artista come Emilio Vedova. Ed eccolo l’omaggio, proprio con i quattro archi che, ancor prima di definire una sequenza di gesti sonori, ne delimitano lo spazio. A Venezia, al Magazzino del Sale, trasformato da Renzo Piano in una sala per custodire le opere lasciate da Vedova, l’opera nuovissima del compositore tedesco Wolfgang Rihm (classe 1952) risuona molto concretamente come un’ondata di energia liberata da archetti e corde di violini, viola e violoncello.

È nota la familiarità di Emilio Vedova con Luigi Nono, altrettanto nota la partecipazione a importanti progetti musicali – tra cui la realizzazione delle scenografie per l’opera Intolleranza 1960 – è nota anche la radicalità estetica di Vedova che rende legittimi altri richiami, così come li ha immaginati Mario Messinis, confezionando un ciclo di quattro concerti, su invito della Fondazione Vedova, a dieci anni dalla scomparsa dell’artista.

Quasi d’obbligo la scelta del brano inaugurale, un pezzo per nastro magnetico di Luigi Nono, una dedica composta affrancando una distanza che non c’è mai stata, tanto è stata chiara la vicinanza materiale e spirituale tra i due artisti.

Per Rihm, la dedica è concepita da lontano, eppure la distanza risulta alla fine ugualmente affrancata. Gli archi del Quartetto Minguet provvedono a sviluppare un’energia che sembra perfettamente consona all’energia diffusa sulla superficie delle tele di Vedova. Rihm elabora un fluido sonoro niente affatto pacificato, pronto a sviluppare soluzioni che catturano l’ascolto senza smarrire la lucida percezione di una sequenza di contraccolpi e lasciando la sensazione che perfino la polifonia si possa tradurre in quella “musica concreta” che un critico accorto come Cesare Brandi sentì presente nelle opere di Vedova.

Col resto del programma si allarga l’orizzonte. Si fanno avanti altri autori: Schönberg, ad esempio, con le evanescenze del secondo Quartetto – dove la voce di Monica Bacelli confluisce perfettamente nell’alveo di suoni predisposto ad accogliere le sillabe delle liriche di Stefan George – o Varèse – grazie alla cura del flautista Andrea Vecchiato nel dare insospettabile corporeità all’aria emessa dallo strumento.

Ma non si sarebbe potuto immaginare un finale alternativo all’esecuzione della Grande Fuga – arrischiata per una formazione novizia verso la materia beeethoveniana? Sarebbe bastata la riproposizione del Quartetto di Rihm, come seconda esperienza d’ascolto offerta al pubblico catturato fin dalle prime battute del concerto e alla fine plaudente.

Alessandro Taverna

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