Usignoli e intermezzi a Stresa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STRAUSS Quattro interludi dall’opera Intermezzo STRAVINSKI Solovej (L’usignolo) C. Poulitsi, E. Grimaldi, F. Marsiglia, A. Kotchinian, D. Borowski, G. Sagona, M. Custer; Ars Cantica Choir, Filarmonica del Teatro Regio di Torino, direttore Gianandrea Noseda Video scenografia di Guido Fiorato

Stresa, Palazzo dei Congressi, 4 settembre 2016

 

Per il consueto appuntamento con l’opera alle Settimane di Stresa, ancora una volta Gianandrea Noseda ha scelto l’amato repertorio russo, con cui ha una consuetudine professionale di lunga data e un’affinità di temperamento evidente, e più precisamente L’usignolo di Stravinski, titolo la cui composizione iniziò nel 1907 (il primo atto) e venne sospesa per sette anni, fino al 1914, dopo l’esperienza dei grandi balletti per Djagilev. Si sottolinea sempre la diversità stilistica, quindi, che la partitura presenta, fra il primo e gli altri due atti, tanto che l’autore stesso era indeciso se portare avanti, dopo quella lunga pausa, il progetto: ma alla fine Stravinski si decise e l’opera andò in scena a Parigi, diretta da Pierre Monteux subito dopo il Gallo d’oro del suo maestro Rimski-Korsakov. E sarà la suggestione storica a fornire l’impressione, ma mi è parso che Noseda abbia cercato di tenersi il più possibile lontano, nella sua concertazione, da un rigorismo alla Boulez, dall’esasperazione dell’elemento ritmico, dalle tinte abbaglianti e da una certa — seppur voluta — impersonalità, per puntare invece a una maggiore ricchezza di sfumature, a un indulgere agli elementi teatrali e cantabili, a raccogliere, insomma, la lezione del teatro di Rimski, specialmente della sua ultima opera, la cui prima esecuzione, d’altronde, era recentissima (1909). Nelle astrali tessiture dell’Usignolo stravinskiano rivive allora la scrittura della Zarina di Shemakha, mentre il tenorismo dell’Astrologo rimskiano può, in qualche modo, anticipare il canto stilizzato del Pescatore dell’altra opera. Certo è che l’elemento favolistico, impressionista (Fedele d’Amico — mi è già capitato di ricordarlo — vedeva in Rimski il padre dell’Impressionismo francese) veniva enfatizzato dalla bella videoscenografia di Guido Fiorato, tutta legata a una Cina fuori dal tempo e dai colori pastello: l’artista è partito da tavole disegnate e da altre realizzate con la tecnica del collage, animandole pazientemente e sempre con perfetto equilibrio rispetto ai tempi suggeriti dalla musica. Se qualcuno lamentasse l’eccessivo tradizionalismo di questo squisito film d’animazione, a mio avviso sbaglierebbe: nella sua apparente semplicità, suggerisce molto più di quanto una prima impressione potrebbe dire: ed inoltre avevano il vantaggio, in assenza di sopratitoli, di rendere la vicenda immediatamente comprensibile al pubblico. Del tutto all’altezza, poi, i cantanti impegnati in questo Usignolo, benché evitare di leggere la parte tutto il tempo, quasi senza guardare il pubblico, avrebbe reso il fraseggio di tutti più convincente e spontaneo; come che sia, il soprano greco Christina Poulitsi (al debutto nella parte, in sostituzione dell’indisposta Olga Peretyatko) era inappuntabile per intonazione e omogeneità del canto, mentre qualche sfumatura in più verrà certamente col tempo, laddove la Custer e la Grimaldi nelle piccole parti della Morte e della Cuoca erano addirittura un lusso. Francesco Marsiglia era un Pescatore di bella voce, certo, ma cui una maggiore stilizzazione del fraseggio avrebbe certamente giovato, mentre il trio di bassi (Imperatore, Bonzo e Ciambellano) vedeva impegnati non solo tre ottimi cantanti ma anche gli artisti che più cercavano una caratterizzazione vitale dei propri personaggi, anche se piccoli.

L’opera era preceduta, in maniera secondo me poco convincente, nonostante le belle parole di Noseda leggibili nel foglio distribuito in sala, dai quattro interludi tratti dall’opera Intermezzo di Strauss (1924), esempio squisito di autoreferenziale virtuosismo sonoro (sullo stile della Sinfonia domestica), celebrazione in musica della propria vita, anche nei dettagli più minuti, e della propria arte da parte del compositore bavarese: ma con questa musica, con l’andamento ondivago eppure rigoroso del valzer, con l’intreccio sentimentale e quasi svagato dei soli cameristici contrapposto alle imponenti masse orchestrali non si può improvvisare. O si nasce con questa musica, o si prova a fingerlo, a costo di una vita di studio: e ieri, pur di fronte ad un’esecuzione più che professionale, tutto questo si avvertiva. Meno male, insomma, che è arrivato Stravinski a riportare la serata nei giusti binari, tanto che il pubblico — sala pienissima, evviva! — si è ben accorto della differenza.

Nicola Cattò

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