Una Lucia per il tenore. Il debutto di Juan Diego Flórez nel ruolo di Edgardo

DONIZETTI Lucia di Lammermoor M. Caria, E. Mosuc, J. D. Flórez, A. Casals, S. Orfila, S. Ferrández, J. Rodríguez-Norton; Orquestra Simfònica i Cor del Gran Teatre del Liceu, direttore Daniel Gil de Tejada regia Damiano Michieletto scene Paolo Fantin costumi Carla Teti

Barcellona, Gran Teatre del Liceu, 17 dicembre 2015

Non è difficile capire quale fosse la principale ragione d’interesse della Lucia di Lammermoor proposta dal Liceu di Barcellona. Non lo era certo l’opera in sé, che nella stagione corrente viene allestita da sette teatri italiani e ovunque nel mondo; e quella barcellonese non si è distinta, come si vedrà, quanto alle scelte operate in termini di filologia esecutiva. Nemmeno lo era la regia di Damiano Michieletto, già vista all’Opernhaus di Zurigo e destinata ad essere presto ripresa a Torino. Una regia, che, peraltro, non si annovera tra le più originali del veneziano: infatti, se si tolgono la trasposizione novecentesca; qualche elemento simbolico di dubbia efficacia, come il secchio d’acqua che sostituisce la fontana gotica, o la torre inclinata rivestita di vetri rotti in cui Lucia risiede; qualche forzatura drammaturgica che lascia perplessi, come il fantasma della Ravenswood uccisa che si aggira in continuazione sotto le vesti di compita giovane in tailleur bianco, o il pestaggio di Edgardo nel finale II (per fortuna il tenore ha avuto il buon gusto di non lasciarsi spogliare, come era invece avvenuto al suo collega Grigolo nelle recite zurighesi), o ancora il suicidio della protagonista, che si getta dalla torre al termine della scena di follia (ha provveduto una controfigura); ecco, tolto tutto questo, l’impressione è di trovarsi di fronte alla più classica antologia di pose operistiche.

In fondo, non era una ragione peculiare d’interesse nemmeno l’affidabilissima protagonista, che di Lucie ne ha affrontate e continuerà ad affrontarne parecchie: Elena Mosuc in questo ruolo è una certezza, al punto che si finisce col dare per scontato il suo apporto; e forse per scontato lo dava la vicina di posto che si ostinava a sonnecchiare durante le arie del soprano, comprese le cabalette la cui tecnica scaltra e ineccepibile rischiava di avere come contraltare una certa freddezza interpretativa. Più appassionante è stata la lettura, realizzata con accorto fraseggio, di alcuni passaggi ai quali solitamente si presta meno attenzione; ne sono stati esempio il drammatico tempo di mezzo della follia, o brevi frasi come «la folgore piombò», nel duetto col fratello, sussurrata con singhiozzante disperazione. Degli altri solisti si dirà che il baritono Marco Caria, già interprete di Enrico la scorsa primavera a Roma, sta maturando in professionalità ma deve ancora acquisire una personalità d’interprete che lo renda riconoscibile; solo i tratti più marcatamente vilain del personaggio sono stati sbalzati con accenti caratteristici. Simón Orfila, che sino a un anno addietro si sarebbe detto più baritono che basso, ora ha scurito il timbro e sviluppato il registro grave, sicché il ruolo di Raimondo gli si attaglia bene — meno adatto era il suo costume, confusa via di mezzo tra quello dei monsignori e dei vescovi cattolici odierni –, dotato com’è di solennità sacerdotale senza divenire una figura cupa.

La vera ragione d’interesse era Lui, il tenore rossiniano per eccellenza che ha deciso di debuttare Edgardo. La decisione è stata a lungo soppesata, nella consapevolezza che per incarnare questo ruolo non bastano l’agilità della coloratura e la voce svettante negli acuti. Ora Flórez dispone di tutte le carte in regola per cimentarsi nell’impresa, anche se il suo sarà sempre un Edgardo sui generis, diverso da quello cui la tradizione esecutiva ha abituato. Il timbro inconfondibile, la lunghezza delle frasi legate, la leggerezza aerea del fiato e un’intelligenza interpretativa non comune — capace di esprimere tanto la commozione dell’applauditissima aria finale quanto il tremore del concertato o la disperazione della scena della torre, dove il fulgore adamantino del registro acuto ha compensato la carenza di peso drammatico — hanno valorizzato il ruolo, soprattutto in quei passi in cui al tenore è riservato uno spazio assolutamente protagonistico. Nei passi in cui si deve confrontare con imponenti masse sinfonico-vocali, rischia di risultare dominato, o forse estraneo al contesto. Affinché le peculiarità di Flórez fossero valorizzate a tutto tondo, infatti, sarebbe occorso un altro tipo d’esecuzione, che ricollocasse l’opera nel vero alveo del belcanto. Si è ascoltata, invece, una performance molto convenzionale, si potrebbe dire “vecchia”, come vecchia era la partitura che spiccava sul leggio del direttore: tagli profusi in abbondanza (non interi numeri musicali, per fortuna, ma ripetizioni e code sono cadute a iosa), cadenze di tradizione, sonorità orchestrali pesanti, qualche discrepanza tra buca e palcoscenico — forse spiegata dall’indisposizione che ha costretto il direttore Marco Armiliato a farsi sostituire, nella recita del 17 dicembre, dal suo assistente Daniel Gil de Tejada –, insomma, quanto, dopo la pubblicazione di un’edizione critica, non si dovrebbe più sentire. È stato questo il limite musicale dello spettacolo barcellonese, che ha finito per ripercuotersi negativamente sugli interpreti e in particolar modo sul tenore. L’augurio è di riascoltare Flórez in una Lucia più filologicamente curata.

Marco Leo

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