Una Forza senza regia e con poco altro.

VERDI La forza del destino L. Roni, T. Caruso, D. Solari, M. Berti, S. Ganassi, G. Broadbent, V. Taormina; Coro e Orchestra del Teatro Carlo Felice, direttore Andrea Battistoni

Genova, Teatro Carlo Felice, 26 giugno 2016

Ultima opera del cartellone operistico 2015/2016 del Carlo Felice, La forza del destino era originariamente prevista nell’allestimento di Davide Livermore, in coproduzione col Palau de les Arts di Valencia; ma l’urgenza di effettuare lavori di restauro della macchina scenica (utilizzando fondi appositamente stanziati dall’amministrazione comunale) ha indotto il teatro a proporre invece l’opera in forma di concerto, tagliando due delle sei recite previste. Alcune opere non soffrono molto della “sublimazione” indotta dalla rinuncia alla componente scenica: pur essendo sempre piuttosto problematica da allestire, La forza del destino non è però tra queste, e il contrasto tra gli episodi di colore e quelli drammatici, notoriamente pietra d’inciampo e assieme caratteristica peculiare dello spiazzante capolavoro verdiano, è apparso ancora più stridente, nonostante una soluzione che pure cercava di mantenere un minimo di drammaturgia: l’orchestra suonava comunque in buca, i cantanti e il coro entravano o apparivano sul palco solo quando richiesto, mentre la proiezione sul fondale di storici bozzetti scenici tentava di “ambientare” in qualche modo gli eventi. Ciononostante le scene brillanti hanno sofferto particolarmente dell’assenza di azione scenica; mentre in questa situazione forse sarebbe stato saggio snellire lo spettacolo adottando i tagli di tradizione, invece di eseguire l’opera nella sua integralità (con lo spostamento alla fine del terzo atto del secondo duetto Don Alvaro-Don Carlo).

Questa incompiutezza dell’aspetto visivo si è rispecchiata nella proposta musicale. Andrea Battistoni piace al pubblico per la sua vivacità espositiva: la sua direzione è apparsa sì vigorosa e viscerale, in alcune parti (come il finale dell’opera) anche avvincente, ma spesso anche un po’ superficiale. Il cast vocale invece, con un paio di eccezioni, tendeva pericolosamente ad ondeggiare tra il “vorrei ma non posso” e il “potrei ma non voglio”. Tiziana Caruso è una Leonora sinceramente afflitta, a tratti particolarmente convincente, in particolare in “Pace, pace mio Dio!”; però gli acuti appaiono costantemente spinti e gridati, pregiudicando l’integrità della linea vocale. Marco Berti poi offre sempre sensazioni tanto contrastanti da riuscire quasi irritante. Non si può non ammirare il colore tenorile autentico, gli acuti sempre squillanti, la dizione eloquente: ma lasciano sconcertati la genericità del fraseggio e dell’interpretazione, l’intonazione precaria, gli errori nel solfeggio e anche nel testo. Dario Solari offre una prestazione corretta, ma il suo Don Carlo manca ancora di personalità; assolutamente fuori ruolo invece Graeme Broadbent e Sonia Ganassi. Quest’ultima è una Preziosilla perennemente in affanno e vocalmente sguaiata; il basso inglese, che in altro repertorio abbiamo apprezzato, alle prese col canto verdiano appare gutturale, privo di legato e di idiomaticità, offrendo del Padre Guardiano una versione inopinatamente noir: nel prescrivere ai confratelli le regole dell’eremitaggio di Leonora, ci aspettiamo che da un momento all’altro tiri fuori lo scudiscio per rafforzare il concetto…

Glissando per doveroso rispetto sul logoro Calatrava di Luigi Roni, Vincenzo Taormina offre invece a tutti una lezione di fluidità di emissione e canto in maschera: il suo Melitone tutto cantato appare simpatico e scevro da vezzi e intemperanze, mentre tra i comprimari spicca Roberto Maietta (Alcade e Chirurgo). Buone le prove dell’orchestra e del coro.

Roberto Brusotti

 

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