Un weekend operistico toscano

DONIZETTI Lucia di Lammermoor M. Qerkezi, A. Luongo, A. Luciano, C. Natale; Orchestra della Toscana, Coro Ars Lyrica, direttore Michael Güttler regia Stefano Vizioli costumi Sartoria teatrale FARANI di Roma e Sartoria Teatrale Fiorentina di Massimo Poli disegno luci Michele Della Mea Pisa, Teatro Verdi, 18 gennaio 2019

PUCCINI La Bohème M. Bagalà, B. Zhegu, F. Fortes, J.E. Pialli, M. Loi, M. Gianquinto; Orchestra Giovanile Italiana, Coro Lirico Toscano, direttore Gianna Fratta regia Bruno Ravella
Livorno, Teatro Goldoni, 19 gennaio 2019

VERDI Otello M. Sheshaberidze, L. Micheletti, G. Tommaso, G. Leone, E. Balbo; Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, direttore Nicola Paszkowski regia Cristina Mazzavillani Muti
Lucca, Teatro del Giglio, 20 gennaio 2019 

Affascinante sfida dei Teatri di tradizione toscani, che si confrontano in un fine settimana con tre produzioni differenti, interessanti ognuna per diverse e specifiche caratteristiche.
Venerdì si è a Pisa con Lucia di Lammermoor, sabato a Livorno con Bohème, domenica alla pomeridiana di Otello a Lucca.

Dal Teatro Verdi di Pisa arriva una Lucia di Lammermoor originale, lì prodotta, che apre la serie, il 18 gennaio. Il titolo donizettiano, che smuove gli amanti del melodramma al confronto dei propri miti del passato, dalla Callas alla Devia, con le giovani interpreti di oggi, trova a Pisa il tutto esaurito per entrambe le recite.
Ancora una volta è stata Lucia, a determinare, almeno a metà, il successo della rappresentazione. Qui è stata Marina Qerkezi, Lucia arrivata all’improvviso in sostituzione della titolare colpita da bronchite (ma che tornerà per le recite lucchesi), a trionfare su tutto e tutti, in possesso di quel che serve al personaggio, una vera voce di soprano drammatico di coloratura. Definizione che include di saper dominare le agilità, definire bene i caratteri irruenti o dolcissimi che la complessa scrittura di Donizetti richiede e di possedere volume e timbro solidi e ampi.
Il soprano croato, appena venticinquenne, inizia la sua prova con un po’ di timore, ma appena superata bene l’aria d’esordio “Regnava nel silenzio”, affina declamazione e canto alle chiarissime intenzioni che la buca suggerisce e presenta in modo esemplare una giovanissima e ben caratterizzata Lucia.
Già, della buca s’è appena accennato, perché se quella del Teatro Verdi è poco profonda e lascia filtrare qualche eccesso di suono, a tenerla a bada e ridurla d’impeto, quando il palcoscenico lo chiede, è l’abilissimo lavoro di cesello che Michael Güttler, direttore di casa alla Staatsoper di Vienna e al Marinskij di San Pietroburgo, dimostra ad ogni passo.
L’ottimo arriva fin dall’inizio quindi, con la guida salda e sicura di Güttler che ottiene  dall’Orchestra della Toscana suono compatto e timbri sempre adeguati. Le dinamiche vigorose consentono all’Ort il suo suono migliore, senza precludere al palcoscenico di emergere.
Lucia di Lammermoor torna il capolavoro di Donizetti consacrato dal pubblico per le geniali arie di canto divenute espressione più autentica del divismo sopranile, ma torna anche, nella sua più efficace evidenza musicale, il capolavoro dell’intero repertorio del melodramma italiano che pochi sanno fare emergere. Il talento di Michael Güttler, non si limita a curare l’esecuzione, ma presenta una sua lettura completa e coerente della partitura evitandone, prima di tutto, tagli e incrostazioni della cosiddetta tradizione. Egli scava la partitura in ogni suo senso e ne analizza il testo decifrandone ogni più sottile intenzione. Se ne impossessa e trasferisce all’orchestra quello che sa di dovere per poi, in un ultimo transfert, comunicarne al pubblico il risultato finale.

È a questo punto, che questa  Ur-Lucia, arriva in teatro come un’opera nuova per gran parte del pubblico che ne segue, appassionatissimo e leggermente sorpreso, le vicende, appese fra il sapore antico della narrazione e il presente dei sentimenti, degli affetti, dei vincoli familiari.
«Forse nessun’opera ci additò così direttamente il cielo» (cfr. il bellissimo libretto di sala a cura di Maria Valeria della Mea, con i contributi anche dei due recenti scomparsi Carlo Majer e Bruno Cagli) ebbe a descrivere la Lucia, Fedele d’Amico.
Michael Güttler ce l’ha restituita così, come il capolavoro che è, senza aggiunte né sottrazioni, come dovrebbe esser sempre l’opera, diversa ma uguale, originale ma fedele a se stessa.
La scenografia e il concepimento dello spettacolo, interamente sotto la responsabilità del regista e direttore artistico del teatro Verdi di Pisa, Stefano Vizioli, non aggiunge e non toglie nulla alla recita, come detto da ascrivere pressoché interamente al soprano e al direttore d’orchestra per ogni aspetto positivo. Un cubo grande e nero con sullo sfondo decine di tombe dove sostano qualche volta i personaggi e un’ancor nera pedana lì davanti, dove si sviluppa l’azione, con altre lapidi disseminate per tutto il resto del palcoscenico, riducono il lavoro di regia a occuparsi esclusivamente dei personaggi nella loro intimità. Vizioli li piazza lì, regola bassissima la loro dinamicità e lascia esprimere la soggettività d’ogni singolo interprete, chiedendo finanche un po’ troppo a qualcuno di loro.

Alla fine, all’azione scenica ridotta corrisponde una mai abbastanza apprezzata completezza musicale, ben espressa in palcoscenico dalla Lucia della giovanissima Marigona Qerkezi e dalla netta figura di Enrico Ashton disegnata da Alessandro Luongo, pur debuttante nel ruolo. Adeguato al personaggio di Arturo è parso Carlos Natale, così come bene ha fatto Didier Pieri nel ruolo di Normanno. Meno a fuoco Edgardo, che soffre la poca consistenza e il leggero peso vocale di Alessandro Luciano. Ottimo in scena ma complessivamente inadeguato al ruolo. Insoddisfacente anche l’Alisa di Valeria Tornatore che, pur nel poco impegnativo ruolo, sembra disattendere le aspettative positive lasciate in prove precedenti. Andrea Comelli dà voce sufficiente a Raimondo ma sembra cantare non rispettando il proprio timbro naturale.
Citazione grata al violino di spalla Lorenzo Gentili Tedeschi, all’arpista Cinzia Conte e alla viola Stefano Zanobini, che sottolineano con i loro interventi la buona prestazione dell’intera Orchestra della Toscana.
Segnalazione negativa invece per Sascha Reckert, chiamato per gli interventi della glassharmonica, tutti fuori tempo e con suoni approssimativi.

Dalle stelle di una produzione che ha lasciato ricordi indelebili, si ridiscende sulla terra la sera successiva, sabato 19 gennaio, quando ad accoglierci è il Teatro Goldoni di Livorno con una produzione del LTL Operastudio della pucciniana Bohème.
Operastudio è il Laboratorio Teatrale Lirico messo in piedi una ventina di anni fa dai tre teatri lirici di tradizione della Toscana di cui stiamo dando conto.
Con risultati a fasi alterne (ha anche vinto un Premio Abbiati nel 2013), il Laboratorio ha visto in questi giorni aggiungersi alla gestione anche l’Orchestra dell’Ogi (Orchestra giovanile italiana), residente presso la Scuola di Musica di Fiesole, e il Teatro del Maggio Fiorentino per gli allestimenti. Operazione decisa dalla Regione Toscana e i cui risultati si sono per la prima volta manifestati in questa Bohème 2019.
Divertente, semplice ed efficace, l’allestimento del settembre 2018 al Maggio con la regia di Bruno Ravella, è qui ripreso da João Carvalho Aboim con tatto e buon gusto. A riservar la peggior sorpresa è il passo incerto dell’Orchestra Giovanile Italiana e della sua insicura guida affidata a Gianna Fratta, che ha condizionato pesantemente il risultato. Pochi i tempi condivisibili (con arie d’entrata prolassate su tempi di preghiera), pochi gli elementi tipicamente pucciniani (spariti i rubati improvvisi, i timbri luccicanti e sorprendenti, i subitanei anticipi…), la recita è migliorata atto dopo atto, ma senza mai potersi definire agile e dilettevole, visti anche i tanti inconsulti svarioni lasciati fare ai giovani solisti in palcoscenico.
Gli interpreti principali hanno definito un sestetto squilibrato, con un’unica protagonista positiva, la Mimì di Maria Bagalà. Voce dal bel timbro, ricca d’armonici e dalla buona proiezione, la Bagalà è stata l’unica a dimostrare un mezzo promettente e anche una scuola in grado di garantirle un futuro professionale. Buone le posizioni e voce omogenea, inizia a modellare bene il canto in piano, le forcelle e i filati, dimostrando al tempo stesso un buon volume ed emissione compatta.
Non male nemmeno la Musetta portata in scena da Blerta Zhegu, che ha acuti consistenti e un timbro naturale da soprano soubrette che le lascia spazi d’affermazione, pur in un repertorio piuttosto limitato. La voce, che non dimostra armonici ampi, ha un appoggio limitato quando la tessitura si fa più acuta, ma dimostra una certa agilità e propensione a correre sorpassando agevolmente il muro orchestrale. Caratteristiche che, unite a una buona presenza scenica e a un corretto uso del mezzo, le hanno permesso di ottenere un discreto risultato complessivo.
Male invece il Rodolfo di Francesco Fortes, giovanotto con spiccata disomogeneità nei registri, linea di canto approssimativa e fantasiosa approssimazione allo spartito (che significa piegare i finali alle proprie intenzioni? Puccini scrive tutte le note, anche le ultime. Si rispettino o si cambi passione!).
Nella speranza che si confronti presto con una realtà meno pasticciata e confusionaria, potrebbe rendersi conto che gli acuti solidi sono importanti, ma ancora nulla rispetto alla carriera del cantante che chiede oggi molto, inclusi intonazione e linee di canto sempre più precise.
Poco comprensibili Schaunard, Matteo Loi, e Colline, Michele Gianquinto. Baritono e basso non dimostrano ancora solidità e frascheggiano sulla tessitura con voci diverse a seconda dei registri e con poca e insufficiente sicurezza. Meglio lavorare ancora un po’ sull’impostazione prima di tornare in palcoscenico.
Stesse considerazioni per il resto del cast con l’eccezione di Jaime Eduardo Pialli, Marcello, che in questa compagnia emerge per maggiore stabilità della voce e una fluidità e sicurezza più evidenti. Lavoro ce n’è ancora da fare, ma iniziare a calcar le scene è sicuramente positivo per agevolare una crescita complessiva che potrebbe aprirgli qualche buon sentiero. Alessandro Ceccarini, nei due ruoli di Benoît e Parpignol, interpreta correttamente entrambi i suoi personaggi.
L’Orchestra dell’Ogi ha evidenziato la necessità di qualche elemento solido su cui appoggiarsi, la direttrice Gianna Fratta lascia intendere una distanza siderale col Puccini maturo, in grado ormai di scrivere il capolavoro della sua, pur limitata, produzione operistica.

Otello è invece il titolo rappresentato al Teatro del Giglio di Lucca il pomeriggio di domenica 20 gennaio.
Verdi, il Verdi maturo, già proiettato nel futuro è, dopo Donizetti e Puccini, una sorta di compendio a questo fine settimana in Toscana.
La scelta di Lucca ricade su una produzione della signora Cristina Mazzavillani Muti che firma regia e ideazione scenica di questa coproduzione Ravenna/Lucca 2019.
A dirla subito una nota di stupore c’è. I palcoscenici dell’Alighieri di Ravenna e del Giglio di Lucca hanno dimensioni totalmente differenti, per profondità, larghezza e ampiezza complessiva. Forse si poteva trovare una soluzione migliore per la rappresentazione lucchese, che ha sicuramente sofferto troppo la soluzione scenografica scelta. Troppi elementi da disporre sul piccolo palcoscenico del Giglio e luci ingestibili. O per questioni tecniche o per incompetenza.
Sia come sia, lo spettacolo si è soltanto lasciato immaginare come bellissimo e suggestivo. L’effetto restituito è stato quello un po’ claustrofobico, un po’ eccessivo, un po’ troppo scuro che si sarebbe forse potuto evitare con una gestione più accorta.
A convincere e a lasciar la bocca sapida dopo questo Otello è stata soprattutto la presenza di un mattatore, lo Jago di Luca Micheletti, vero e proprio protagonista della recita e già elemento di spicco del panorama teatrale nazionale.
Micheletti cresce in una realtà familiare già fortemente improntata all’arte in senso lato. Eterodosso ed eclettico, almeno quanto lo sono spesso i veri talenti.
Figlio, nipote e pronipote d’arte, ha un dottorato di ricerca in Italianistica alla Sapienza. È stato Premio Ubu e Premio della critica recitando Brecht. Regista e drammaturgo, fa didattica teatrale nelle scuole e nei carceri. Traduttore di Molière, Hugo, Garcia Lorca, Ruzante, Brecht/Weill, Boris Vian, è anche attore al cinema diretto da Bellocchio e De Maria.
È baritono dal timbro nobile, dalla voce facile alle modulazioni, a restituire colori ed espressioni. Fraseggia con consapevolezza e nitore. È Jago convincente, cela, mostrando, l’ambiguità del personaggio, ne lascia avvertire il mellifluo e non ne mostra mai un aspetto netto. Raccoglie i maggiori e più chiari consensi dal pubblico lucchese, non generosissimo con tutti.
Con lui, ad essere applauditi con convinzione e ragioni da vendere, i professori dell’Orchestra Cherubini, formazione giovanile qui diretta da un preciso e un po’ rigido Nicola Paszkowski che trova comunque la sintesi migliore fra il rispetto del testo e le competenze disponibili. Paszkowski tiene tutto sotto controllo, palcoscenico, orchestra e coro, il modesto Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, eseguono senza svarioni, appena si tende a uscire il direttore richiama, poi accompagna, segue e riprende. Tutto si svolge con tensione avvertibile ma plasticamente gestita.
In palcoscenico si distingue la Desdemona di Elisa Balbo, che con ottimo controllo e voce aggraziata rifinisce il personaggio con adeguati filati e le modulazioni richieste. La sua non è però una voce che ammalia. Gli armonici sono misurati e così, pur aiutata da una buona presenza scenica, la sua Desdemona piace senza incantare.
Discretamente bene fanno anche il Cassio di Giuseppe Tommaso con il resto del cast di livello discreto.
A deludere nettamente è il tenore georgiano Mikheil Sheshaberidze, catapultato in Italia con una grossa spinta di qualche agenzia e spacciato come tenore drammatico, ha subito presentato disomogeneità nei registri, voce sgranata e un’intollerabile propensione a forzare che lo hanno designato vittima sacrificale dell’impegnativa scrittura verdiana per lui stasera decisamente insostenibile.

La dimensione ridotta del palcoscenico del Giglio ha, come accennato, impedito allo spettacolo di decollare come probabilmente avrebbe potuto. Un disegno di luci complicato, a firma di Vincent Longuemare ma gestito dal Teatro del Giglio, ha qui sortito l’effetto di un lavoro solo parzialmente eseguito, lasciando spesso i protagonisti illuminati solo a metà e non esprimendo coerenza con gli altri mezzi espressivi impiegati invece con successo sotto la regia, cruda e concreta, ma anche (forse spettacolare), di Cristina Mazzavillani.

Davide Toschi

Crediti: Otello: Zani-Casadio – Lucia: Imaginarium Creative Studio – Bohème: Augusto Bizzi

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