Un Trovatore di tranquilla tradizione a Bassano

VERDI Il Trovatore M. Pisapia, M. Katzarava, S. Vasile, S. Anastasia, S. Lim, C. Bellotto, O. Zanetti; Orchestra di Padova e del Veneto, Coro Lirico Veneto Li.Ve., direttore Alberto Veronesi regia e scene Filippo Tonon costumi Cristina Aceti

Bassano del Grappa, PalaBassano, 15 ottobre 2017

 

È una produzione che arriva dal Teatro di Maribor quella che si è vista a Bassano del Grappa (e che passerà poi al Teatro Verdi di Padova) in chiusura di Opera Festival 2017. Nel palazzetto dello sport cittadino, dal 2003 adattato come palcoscenico operistico per uno o due titoli a stagione, è andato in scena Il Trovatore di Giuseppe Verdi, tra le opere più temibili del repertorio lirico per la necessità di disporre di un quartetto vocale capace di affrontare la rispettive parti. Alcune, come quella di Manrico, icone del teatro d’opera tout court.

A Bassano si sono ascoltati quattro interpreti volonterosi, alcuni dalle notevoli doti, come il Conte di Luna di Serban Vasile e, ancorché monocorde, l’Azucena di Sanja Anastasia, altri ancora piuttosto acerbi (la Leonora di Maria Katzarava); il tenore, infine, alle prese con una parte troppo larga per le sue attuali risorse vocali.

Quanto alla messinscena di Filippo Tonon (sua anche la regia) si è apprezzata la funzionalità dell’insieme, assai tradizionale: scene per lo più cupe, immerse nella nebbia con l’idea non peregrina di presentare Leonora, anziché presso il verone del castello, in un prato intenta a cogliere papaveri e fiordalisi (i “giardini del palazzo” come recita la didascalia di Cammarano) quasi a simboleggiare la spontaneità del suo carattere e la sua innocenza. Nella scena degli zingari con cui si apre il secondo atto sono bastati il fiammeggiare delle luci e i bagliori dei costumi a riprodurre l’accampamento gitano. Gran sfoggio di bandiere e alabarde durante il coro “Squilli, echeggi la tromba guerriera”, un’imponente (e un po’ pacchiana) statua della Madonna sul fondo tra fredde luci nella scena del convento. Efficace, infine, l’immensa grata posa sul fondo al cui interno si trovano Manico con Azucena per la scena del carcere. Molto belli i costumi d’epoca di Cristina Aceti. Peccato che ognuno andasse un po’ per conto proprio, non essendovi una precisa idea registica, cosa evidente in particolare nelle pose ridicole, e tutte uguali, del coro.

Musicalmente buona la prova offerta dall’Orchestra di Padova e del Veneto, nonostante qualche sbavatura dei fiati, senza però poter offrire quel caldo velluto che Verdi richiederebbe nell’accompagnamento di momenti sublimi come l’introduzione e l’aria di Leonora “Tacea la notte placida” o quella di Manico “Ah, sì ben mio”. Efficace nei momenti più concitati, anche per la forte carica energica impressa dal direttore Alberto Veronesi, che ha condotto in porto un’esecuzione tutta all’insegna del grande effetto, del bruciante scatto ritmico, comprimendo talvolta i fraseggi e adottando acriticamente un’idea un po’ vecchio stile del Verdi risorgimentale.

Si è già accennato agli interpreti. Il migliore è stato sicuramente il baritono rumeno Serban Vasile, dotato di un’eccellente presenza scenica – finalmente un Conte giovane e aitante rivale di Manico – e di una voce ampia e di bellissimo timbro, capace di espandersi anche all’acuto senza mai forzare, come nella temibile cabaletta “Per me, ora fatale”. Certo una voce di cui si sentirà parlare e che già si sta affermando nei maggiori teatri.

Già in carriera anche Sanja Anastasia, mezzosoprano serbo, che ha impersonato la parte di Azucena con grande magnetismo scenico, cui difettava purtroppo la chiarezza della dizione e la fantasia d’interprete, limitandosi a rifare la solita delirante zingara della tradizione. Peccato perché il materiale vocale è davvero cospicuo, buona la tecnica (perché spianare i trilli nell’aria “Stride la vampa”?) e notevole il dominio della scena.

Leonora era Maria Katzarava, vincitrice nel 2008 del primo premio e premio zarzuela al celebre Concorso “Operalia” fondato e presieduto da Placido Domingo, ed attualmente alla scuola di Mirella Freni. Ha già all’attivo debutti nei maggiori teatri europei e americani, con direttori del calibro di Mehta, Oren, Mariotti, Dudamel. Dotata di una voce che si espande con facilità all’acuto, dominata con sicurezza tecnica nelle molte asperità che la parte verdiana presenta, ne ha offerto un’interpretazione di lunare malinconia, ma carente, per attuali limiti nell’estensione verso il basso, nelle molte espansioni nei centri e negli affondi che caratterizzano la parte (l’aria d’esordio), mentre ben riuscita è risultata l’aria del quarto atto “D’amor sull’ali rosee”.

Dispiace dire che il risultato meno riuscito è da attribuire al più esperto dei quattro interpreti principali: Massimiliano Pisapia ha oggi una voce che non si riconosce più rispetto a quella degli esordi. Appare infatti non più fresca, oscillante negli acuti e carente di volume nel registro centrale: ha fatto quello che ha potuto gonfiando qui e là, tagliando il ritornello della “Pira” (abbassata di tono), tratteggiando un eroe remissivo anziché l’innamorato appassionato e volitivo verdiano. Un’interpretazione che potrebbe anche essere interessante, ma che nasceva più dagli attuali limiti vocali che da scelte stilistiche.

Ottimo il Ferrando di Simon Lim e modesti il Ruiz di Orfeo Zanetti e l’Ines di Carlotta Bellotto.

Stefano Pagliantini

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