Un raro Meyerbeer ripescato a Martina Franca

PICCINNI Le donne vendicate M. Amati, C. Iaia, C. Sgura, B. Massaro; Orchestra ICO della Magna Grecia, direttore Ferdinando Sulla regia Giorgio Sangati scene Alberto Nonnato costumi Gianluca Sbicca

MEYERBEER Margherita d’Anjou G. De Blasis, A. Carbotti, A. Rositskiy, G. Petrone, B. T. Kohl, L. Meikle, M. F. Romano, E. Tereshchenko, L. Izzo, D. Hoxha, M. Guerrieri; Coro del Teatro Municipale di Piacenza, Orchestra Internazionale d’Italia, direttore Fabio Luisi regia Alessandro Talevi scene e costumi Madeleine Boyd coreografie Riccardo Olivier

VERDI Un giorno di regno V. Priante, P. Kuban, V. Miškūnaité, D. Hoxha, I. Ayon Rivas, L. Vianello, N. Franchini, D. Pellicola; Coro del Teatro Municipale di Piacenza, Orchestra Internazionale d’Italia, direttore Sesto Quatrini regia scene e costumi Stefania Bonfadelli

VIVALDI Orlando furioso S. Prina, M. Antenucci, L. Cirillo, L. Castellano, K. Derri, L. Schifano, R. Novaro; I Barocchisti, direttore Diego Fasolis regia Fabio Ceresa scene Massimo Checchetto costumi Giuseppe Palella coreografie Riccardo Olivier

Martina Franca, Masseria Palesi e Palazzo Ducale, 28-29-30-31 luglio 2017

 

Quell’infaticabile laboratorio che è il Festival della Valle d’Itria non cessa di affascinare i suoi frequentatori con il piacere della scoperta: di riscoprire partiture dimenticate, o, quanto meno, infrequenti, e di scovare, tra gli interpreti, i protagonisti di una nuova generazione di cantanti, direttori e registi; senza mai cedere alla tentazione del banale, che in tempi recenti sembra così diffusa, specie nella nostra Penisola. Come ogni laboratorio che si rispetti, è un terreno di sperimentazione che necessariamente genera incanti e delusioni, e spesso le due cose insieme, sicché vagliarne i risultati nulla toglie alla felicità dell’impostazione della rassegna, ma vuole piuttosto essere un riconoscimento dei successi conseguiti e un incoraggiamento a perfezionare la propria vocazione in futuro.

La 43a edizione, dedicata a Rodolfo Celletti nel centenario della sua nascita — sullo storico direttore artistico si è tenuto un convegno di due giorni — e incentrata sul belcanto cui egli dedicò studi e passione, ha voluto sperimentare non poco anche sul fronte registico. Fronte sul quale, occorre dirlo, i risultati sono stati altalenanti e spesso discutibili. Alessandro Talevi (Margherita d’Anjou) e Stefania Bonfadelli (Un giorno di regno) hanno scelto la strada di riletture contemporanee di cui si intuivano sì le idee-guida, ma, senza ricorrere ai saggi sui programmi di sala, non si capiva come queste potessero sposarsi con la drammaturgia musicale delle partiture né come potessero generare un dramma coerente e compiuto. E, in ogni caso, è proprio necessario fare esperimenti così forzati quando si metta in scena un titolo che pochi o nessuno hanno visto in un allestimento didascalico? Per la cronaca, l’opera di Meyerbeer era ambientata nel mondo fashion delle sfilate, quella di Verdi in un teatro occupato nel quale si sta allestendo Il finto Stanislao. Più efficace Le donne vendicate di Giorgio Sangati, dove il riferimento al proto-femminismo della Belle Époque si è sostanzialmente limitato a una distribuzione di volantini all’inizio dello spettacolo, e si è assistito per il resto a una regia tradizionale che si è avvantaggiata degli spazi ristretti della Masseria Palesi e dell’abilità degli interpreti a impersonare, anche con il corpo e il viso, i propri personaggi. Aveva gioco facile a risultare vincitore Fabio Ceresa, responsabile di Orlando furioso, il quale ha saputo dar vita con efficacia a quella poetica del meraviglioso che è uno dei pilastri dell’arte barocca, sia quando ha potuto giovarsi di ricche scenografie (la conchiglia d’oro che funge da antro di Alcina) sia quando si è servito di pochi mezzi (il salvataggio di Medoro dal mare in tempesta); e ha lavorato con perspicacia sui solisti per vivificare le arie facendo comprendere significato e destinatari di ogni verso.

Sfida nettamente vinta è stata quella dei direttori d’orchestra — alla testa di compagini affiatate e rodate nei rispettivi repertori –, sia le due garanzie (Diego Fasolis per Vivaldi e Fabio Luisi per Meyerbeer), sia i due promettenti giovani (Sesto Quatrini per Verdi e Ferdinando Sulla per Piccinni), distintisi nel rigore metronomico e nella tenuta della concertazione. Volendo fare un appunto, qua e là si sarebbe potuto osare un po’ di più in termini di agogica e dinamica, per dare maggiore verve ai passi brillanti.

Orlando Furioso

Quanto al repertorio, Martina Franca è fedele alle proprie tradizioni, e guai se vi venisse meno. Per rivestire davvero il ruolo di valorizzatore di partiture dimenticate, tuttavia, il festival non dovrebbe mai rinunciare ad eseguirle in forma integrale. E ciò, quest’anno e nel recente passato, non sempre è avvenuto. Qualche scena di recitativo è stata espunta da Margherita d’Anjou, e pesanti tagli sono stati inferti a L’isola disabitata di Manuel Garcia, graziosa opera da camera affidata ai giovani della locale accademia di belcanto e proposta in un concerto pomeridiano. Ma è soprattutto Orlando furioso ad aver subito un drammatico sfoltimento che, particolarmente nel terzo atto, ha significato riscriverne la drammaturgia, e trasformare l’equilibrio d’affetti dell’opera barocca in una lunga scena di recitar cantando affidata al protagonista. Scena che, si badi bene, è stata di grande impatto grazie al contralto Sonia Prina, la quale, a dispetto di un timbro e una pasta non molto smaglianti, ha saputo dominare questo passo e soprattutto la follia di Orlando del II atto con grande temperamento, fraseggio perspicuo e accento incisivo; ma, così come la si è ascoltata, non è una scena prevista da Vivaldi.

Un giorno di regno

Resta da dire degli interpreti. Nell’impossibilità di citarli tutti, vale la pena di soffermarsi, più che sugli affermati professionisti — ma una menzione merita Marco Filippo Romano, vero dominatore della scena nel ruolo buffo di Michele Gamautte in Margherita d’Anjou –, su quei giovani per i quali il Festival della Valle d’Itria esercita da sempre un’attività di talent scouting, ora felicemente istituzionalizzata nella collaborazione con l’Accademia di Belcanto «Rodolfo Celletti». Belle conferme dalla passata edizione sono il soprano Barbara Massaro (Aurelia nelle Donne vendicate) per il timbro suadente e la solidità della tecnica, fondata su un puro canto sul fiato, che le permette di rendere sempre intelligibili i testi intonati; il tenore Ivan Ayon Rivas, voce corposa di ottima proiezione e prezioso metallo lirico, al quale, per un ruolo come Edoardo del Giorno di regno, gioverebbe forse un approfondimento stilistico nella direzione di una maggiore grazia interpretativa; e il soprano Giulia De Blasis, protagonista di Margherita d’Anjou, la quale, pur nella difficoltà di un ruolo quanto mai impervio, ha sempre saputo trasmettere il sentimento del personaggio. Ritornato al festival dopo alcuni anni, il mezzosoprano Gaia Petrone ha concluso l’opera di Meyerbeer (Isaura) con un rondò di variegati colori e coloratura puntale ed espressiva. Tra le voci nuove si sono segnalati Luca Vianello, baritono brillante di bel timbro, spigliato ed efficace nei ruoli di Enrico (L’isola disabitata) e del tesoriere La Rocca (Un giorno di regno); il soprano Viktorija Miškūnaité, per il ragguardevole strumento, da affinare in scaltrezza tecnica, con cui ha fatto emergere la brillantezza della verdiana Marchesa del Poggio; il mezzosoprano Rossella Giacchero, per le finezze di gusto cameristico sfoggiate negli appuntamenti pomeridiani. Certamente ci sono anche state voci problematiche, nelle quali si faticava a ravvisare il “bel cantare” cellettiano, ma ciò fa parte dei rischi dell’impresa. A un festival che sempre più si conferma efficace trait d’union tra formazione e carriera di tanti musicisti, non resta che raccomandare di affermare con maggiore perentorietà il proprio ruolo di avanguardia musicologica.

Marco Leo

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