Un raffinato signore del pianoforte

BRAHMS Variazioni in Fa minore su un tema di Schumann, op. 9 CHOPIN FantasiaImprovviso op. 66; Notturno op. 15 n. 2; Valzer op 69, n. 2 e in Mi min., op. postuma; Polacca “Eroica” op. 53 MOMPOU Tre Preludi GRANADOS El amor y la Muerte, e Serenata del espectro da Goyescas ALBÉNIZ El puerto e El Albacin da Iberia pianoforte Joaquín Achúcarro

Catania, Teatro Massimo Bellini, 15 marzo 2016

Joaquin Achucarro è uno degli ultimi grandi signori del pianoforte romantico. Dall’alto dei suoi 80 anni (è nato a Bilbao nel 1936), il pianista basco continua infatti a tener testa gagliardamente alle nuove generazioni, svolgendo un’intensa attività concertistica e didattica, che lo impegna sia negli Stati Uniti – in particolare a Dallas, dove nel 2008 è stata istituita una Fondazione privata, a lui intitolata -, sia in Spagna e in altri Paesi europei, tra cui l’Italia (è professore accademico ad honorem dell’Accademia Chigiana di Siena).

Achúcarro è dotato di equilibrio psicofisico eccezionale, che gli permette di mantenere ancora oggi intatta una tecnica di prim’ordine; egli non ha però mai messo tali qualità tecniche al servizio di un virtuosismo fine a sé stesso, ma le ha bensì rivolte alla ricerca di uno stile interpretativo fondato sulla chiarezza e sulla bellezza del suono. Ne è un esempio la sua memorabile interpretazione del Gaspard de la nuit, apparsa quasi inosservata in Italia nei primi anni Settanta, in una collana economica della RCA (e purtroppo mai riversata in seguito su CD), che regge, per perfezione tecnica ed intensità interpretativa, il confronto con i maggiori interpreti del capolavoro raveliano, al punto che si può persino fare il nome del più grande, che com’è a tutti noto si chiama Arturo Benedetti Michelangeli.

A Catania Joaquin Achúcarro era venuto quasi venti anni fa, nel novembre del 1997, ospite dell’Istituto Musicale Bellini di Catania per una Master Class. In quell’occasione egli tenne anche un recital, eseguendo nello stesso Istituto questo programma: Mozart (Fantasia K 475 e Sonata K 457) e Bach-Busoni (Toccata in Do magg.) nella prima parte; Quejas ó la Maja y el Ruiseñor da Goyescas di Granados, El puerto e El Albaicin da Iberia di Albéniz, e il Gaspard di Ravel, nella seconda.

Achucarro è tornato a suonare a Catania quasi venti anni dopo a metà marzo di quest’anno, per un recital al Teatro Massimo Bellini, incluso nella Stagione Sinfonica 2015-16; e nei giorni successivi ha tenuto, presso l’Accademia Pianistica Siciliana della stessa città, una seguitissima Master Class, con repertorio libero. In apertura del recital Achucarro ha eseguito una pregevole interpretazione delle brahmsiane Variazioni in Fa minore su un tema di Schumann, op. 9, composte nel 1854; egli stesso, rivolgendosi brevemente al pubblico, ha voluto evidenziare il profondo valore simbolico rappresentato dall’op. 9 nel contesto dell’intenso legame, artistico ed affettivo che legò il giovane Brahms a Robert e a Clara Schumann sin dal loro primo incontro, avvenuto nella loro casa di Düsseldorf alla fine di settembre del 1853. E in realtà, nelle sedici variazioni dell’op. 9, la simbiosi spirituale e stilistica operata da Brahms rispetto alla coppia dei due musicisti che lo avevano di fatto adottato, appare perfettamente riuscita, anche per la citazione di due temi di Clara (uno dei quali  peraltro variato da Robert nella sua op. 5); ché, invece, la solidità dell’impianto formale e l’ingegnosità contrappuntistica, così come l’ombrosa sensibilità che traspare dal fraseggio intimistico di alcune variazioni, sono già tutte brahmsiane. Con la sua interpretazione, accurata sin nei minimi dettagli, Achúcarro ha ridato vita e luce ad una composizione che da troppo tempo è inspiegabilmente relegata ai margini del repertorio concertistico.

La parte centrale del programma era riservata a Chopin, con una scelta di brani “popolari”: la Fantasia-Improvviso op. 66, il Notturno op. 15 n. 2, i Valzer op 69, n. 2 e in Mi min., op. postuma, e la Polacca “Eroica” op. 53. Qui Achúcarro, invece di cercare il facile effetto, cui dovrebbe seguire il grande applauso del pubblico, ha messo in mostra le qualità intrinseche del suo stile interpretativo, vale a dire la capacità di creare una particolare dimensione espressiva per ciascun brano, ottenuta attraverso un calibratissimo dosaggio della dinamica sonora, e in cui il gioco dei pedali svolge una parte che diremmo addirittura magica.

E proprio attraverso le magiche sonorità che Achúcarro sa cavare persino da strumenti non in ottima forma, come lo Steinway gran coda in dotazione al Bellini di Catania, abbiamo riscoperto la cantabilità distesa e sognante dell’episodio centrale ed anche la stupenda perorazione conclusiva della Fantasia-Improvviso, e così pure gli incanti del Notturno in Fa diesis minore e lo stile ora malinconico, ora brillante dei due Valzer in programma. L’interpretazione della Polacca op. 53 ha infine restituito il celebre brano alla sua dimensione più consona, esente da quelle forzature, tanto rumorose quanto poco eleganti, cui tanti pianisti indulgono, per superficialità combinata ad esibizionismo.

Può apparire allora quasi naturale che le doti interpretative appena descritte consentano ad Achúcarro di primeggiare ancor più nella lettura degli autori spagnoli, come Federico Mompou (in apertura della seconda parte del recital, abbiamo ascoltato tre degli undici suoi Preludi); ma soprattutto in quella degli amatissimi Granados e Albéniz. Bisogna però chiarire che l’affinità che lega Achúcarro e i due compositori catalani, non è solo dovuta a ragioni geografiche, e dunque ad una naturale discendenza ereditaria di stimoli e di inclinazioni musicali. Ascoltando la splendida interpretazione dei due brani conclusivi di Goyescas di Granados, El amor y la Muerte e Serenata del espectro, e quella altrettanto emozionante, di El puerto e di El Albaiicin, tratti da Iberia di Albéniz, tra le infinite magie dinamiche e timbriche che Achúcarro riusciva a trarre dal pianoforte, si percepiva infatti un superiore intento, che è quello di un’esplorazione profondissima della condizione esistenziale della coscienza spagnola moderna e delle sue laceranti contraddizioni; le quali emergono quasi di continuo e con una forza, ora malinconica e dolente, ora esaltata ed ossessiva, dalle pagine dei due celebri musicisti iberici.

Al termine del recital, il pubblico del Bellini, non numeroso come l’occasione avrebbe richiesto, ma molto attento e partecipe, ha tributato ad Achúcarro molti e calorosi applausi, ottenendo dal generoso artista l’esecuzione di quattro brani fuori programma.

Dario Miozzi

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