Un oratorio profano ed empio per il ventesimo secolo

BARTÓK Il castello del Principe Barbablù V. Urmana, G. Bretz DVOŘÀK Sinfonia n. 8 in Sol Maggiore op. 88 Orchestra del Teatro di San Carlo, direttore Juraj Valčuha

Napoli, Teatro di San Carlo, 20 gennaio 2018

 

Al San Carlo avevamo già visto a settembre scorso un’opera rappresentata in forma di concerto: era il Fidelio, per la bacchetta del direttore musicale onorario Zubin Mehta, una esecuzione molto apprezzata da pubblico e critica. Quindi sembra ora poco giustificato qualche mugugno che si è sentito ex post per la stessa modalità di esecuzione adottata per questo Barbablù, comunque applauditissimo in sala. Oltretutto nell’opera di Beethoven i personaggi non sono due, come nell’opera di Bartók, ma ben sette, oltre al coro. In fin dei conti, in ogni allestimento è il risultato che conta, non l’idea a priori, spesso messa in bella forma dal regista nel programma di sala, ma poi indigesta nell’attuazione. Insomma, è sempre preferibile godersi un’opera in forma di concerto che una regia di pessimo gusto. Di questo Barbablù in forma di concerto abbiamo dunque potuto valutare e apprezzare ancor meglio l’aspetto musicale e il ruolo assolutamente preminente dell’orchestra; per non parlare della possibilità di osservare sul palco lo stile del direttore (uno spettacolo nello spettacolo che per noi riveste sempre un particolare interesse). Quindi, lungi dal sentire la mancanza di scene, costumi e azione, abbiamo assistito ad un’ottima esecuzione di quest’opera straordinaria, scritta nel 1911 e rappresentata per la prima volta nel 1918: un autentico caposaldo del ‘900, un apologo terrificante sugli abissi dell’animo umano, un monodramma che ha al centro la disperazione e la solitudine di un uomo che cerca di nascondere i suoi inconfessabili segreti alla donna che ha appena sposato.

Il capolavoro di Bartók sembra aver assorbito come una spugna tutti gli umori della sua epoca, sia culturali (psicoanalisi, decadentismo, simbolismo, espressionismo) che musicali, con il suo equilibrio instabile, sospeso tra ultimi bagliori di tonalità e incursioni sempre più spinte nella atonalità, tra forme popolari e sperimentalismo portato all’estremo, così ingenerando grande tensione e turbamento nello spettatore, che vede messe in discussione le sue certezze ed è costretto a fissare con sgomento i propri fantasmi interiori. Due i personaggi, come si diceva, minima l’azione (o nulla, nella forma di concerto), grande lo spazio (specie quello qui accordato dal direttore) e la funzione “narrativa” dell’orchestra: si potrebbe forse azzardare per il Barbablù la definizione di “poema sinfonico con voci”, o addirittura chiamarlo un “oratorio scellerato”, un oratorio profano ed empio per il XX secolo.

L’atmosfera angosciosa e cupa in cui l’opera è immersa è stata resa con pienezza e profondità di dettaglio da un’orchestra del San Carlo mai così coesa, partecipe e ispirata. Il maestro Valčuha sta facendo un grande lavoro a Napoli. Bravi anche i due cantanti, il mezzo lituano Violeta Urmana, una Judith di grande carattere, e il baritono ungherese Gábor Bretz, che rende con credibilità la apparente rudezza del protagonista, che viene minata a poco a poco dall’insistenza della moglie di voler conoscere i segreti che si celano dietro le porte del castello. Che il direttore abbia in qualche modo privilegiato la parte musicale e l’orchestra si è notato anche dal fatto che a tratti i cantanti venivano coperti dai tutti orchestrali.

A completamento della serata, la serena e un po’ malinconica Sinfonia n. 8 di Dvořák è scesa come un’acquerugiola leggera, quasi ad alleviare la tensione e lo smarrimento prodotti dal tragico caso di Barbablù e Judith.

Lorenzo Fiorito

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