Un Mozart “contegnoso” con Chamayou a Reggio

MOZART Concerto per pianoforte in La K 488; Sinfonia in Do K 425 (Linz) fortepiano Bertrand Chamayou Orchestre des Champs-Élysées, primo violino Alessandro Moccia

Reggio Emilia, Teatro Municipale “Romolo Valli”, 7 febbraio 2018

 

A Parma vantano d’averci i loro Champs-Élysées, o quantomeno la riproduzione miniaturizzata (il cosiddetto “stradone”) di quelle straordinarie avenues. E siccome la Petite Capitale non si è mai fatta mancare nulla, i suoi campi elisi conducono direttamente nella bolgia infernale dello stadio (“Furie… — No! Larve… — Sì!”).

Nella vicina Reggio Emilia, povera di viali come (da un po’ di tempo) di cinematografi, ci si è contentati d’una visita dell’orchestra famosa che dal teatro “des Champs-Élysées” trae il nome. Una visita nel nome di Mozart, presentato nelle sue più nobili vesti, quelle del Klavierkonzert in la maggiore (K 488) — officiante da un fortepiano, modesta copia dal suono secchissimo d’uno strumento d’epoca a meccanica, ovviamente, viennese, il quotato Bertrand Chamayou — e della Sinfonia in Do detta “Linz” (K 425), primo saggio mozartiano nel campo di una forma sinfonica ambiziosa d’altre nobiltà che quella, meramente introduttiva di più sugose pietanze, gustata fino allora.

Due opere, dunque, della piena maturità di Mozart. Ma anche del Mozart che – dovendo procacciarsi il pane (e le ambitissime parrucche) col lavoro di musicista free lance – cercava in tutti i modi di piacere, anche a costo di dover com-piacere. Compromesso di cui si sentono gli effetti soprattutto nel Concerto, nel quale scale ed arpeggi insistono a colorare un disegno attento a mantenere un tratto lineare, che non complichi la percezione del ductus melodico e delle rassicuranti progressioni armoniche. Data la vicinanza alle Nozze di Figaro (composte in quello stesso inizio di primavera 1786), il Concerto viene abitualmente associato all’opera, per condividerne una «risonanza espressiva e […] atmosferica» (così Roberto Favaro nel programma di sala, ma l’assunto è quasi communis opinio). Sarà, a me pare però che quanto le Nozze sono un groviglio intricatissimo d’invenzioni, un’orgia di ritmi indiavolati, di sbilanciamenti quasi frananti, il Concerto serbi un contegno specchio dell’equilibrio e della misura (se affinità con un’opera proprio si vuol trovare, allora semmai vedrei un anticipo del Flauto magico, laddove la parte centrale del secondo movimento intona una melodia che anticipa sorprendentemente il tragicomico pianto di Papageno nel punto più nero delle sue non desiderate prove di temperanza).

Certo contegnosa parve l’esecuzione d’orchestra (senza direttore e guidata con sicurezza dal pulpito del Konzertmeister da Alessandro Moccia) e pianista, fluita senza intoppi nell’alveo comodo d’una scorrevolezza piana e senza scarti dalla via maestra, che se si faceva apprezzare per una certa forbita eleganza, meno riusciva ad accendere emozioni che scatenassero, alla fine, un applauso più che cordiale.

Vi riusciva il pianista, nel corposo bis dell’Adagio dalla Sonata n. 50 (Hob. XVI: 37) di Haydn. Qui si ritrovavano – ma certo la scrittura di Haydn, franta, mai posa, scentrata negli accenti che mai cadono dove li aspetteremmo, pronta a rilanciarsi ad ogni accenno cadenzante, aiuta non poco – quegli slanci sorprendenti che ci erano mancati in Mozart, e la dimensione solistica favoriva anche lo strumento, il cui suono pareva ora più ricco di quanto era parso, la fantasia dell’interprete meno costretta nelle linee guida del bon ton pianistico.

Il ritegno espressivo è stata la cifra peculiare anche dell’esecuzione della Sinfonia “Linz” (d’altronde con un’orchestra plasmata dall’anemico Herreweghe era da scontarsi in partenza). Ma il carattere festoso di quest’opera dalla sonorità scintillante (l’orchestrazione è arricchita dai clarinetti, amatissimi da Mozart che, quando gli mancavano, non perdeva occasione per lagnarsene, e irrobustita da trombe e timpani) permetteva di apprezzare il connubio prezioso d’una timbrica insieme elegante e un poco asprigna nelle sonorità dei fiati ch’è, anch’essa, una riconosciuta qualità di quest’orchestra. E quando al finale la celebre Marie-Ange Petit scatenava il suo balletto sui timpani, in cui una grazia leggera da étoile s’univa a bacchica ebbrezza, la temperatura veniva scaldata considerevolmente e la circolazione sanguigna rimessa in circolo, con piena soddisfazione del pubblico e degli applauditi sonatori.

Bernardo Pieri

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