Un Lang Lang poco entusiasmante per il pubblico romano

MOZART Sonate K 283, 282, 310 CHOPIN 4 Ballate pianoforte Lang Lang  

Roma, Accademia di S. Cecilia, Auditorium, 21 novembre 2014

Nei miei lunghi vagabondaggi nei teatri italiani mi è capitato anche di conoscere un distinto signore che, presentandosi, mi consegnò il suo biglietto da visita: dopo il nome e il cognome c’era la qualifica: “capo-claque del teatro di ***”. Ascoltando il recital di Lang Lang mi è venuto di pensare che sarebbe ora di scegliere fra due alternative: ripristinare la claque o lasciare che il pubblico applauda quando vuole applaudire, anche, come accadeva al tempo dei tempi con Lhévinne, dopo la tredicesima delle Variazioni su un tema di Paganini di Brahms (e Lhévinne faceva subito il bis). Al termine della Sonata K 282 nella Sala Grande dell’Auditorium, gremita fino all’inverosimile (due tribunette supplementari sul palcoscenico), il pubblico rimane silenzioso, un claqueur dilettante (io) si sente in dovere di “far partire l’applauso” ma le mani che sbattono insieme sono ben poche rispetto alla massa del pubblico. Viceversa, dopo il primo movimento della Sonata K 310 l’applauso parte spontaneamente, e molto nutrito. Lang Lang resta compostamente seduto, come se dicesse “guardate che vi sbagliate”, ma il pubblico non se ne dà per inteso. Vero è che gli spettatori accorsi a sentire Lang Lang sono ben più numerosi degli habitués dell’Accademia di S. Cecilia, ma gli habitués ci sono pure loro e sembra proprio che non sappiano distinguere tra un finale e un primo movimento di sonata. E dunque: lasciare che l’acqua vada all’ingiù, o resuscitare la claque semiprofessionale con un capo professionalmente ineccepibile?

Il programma di Lang Lang, insolitamente austero per le sue abitudini, abbondava del docere e difettava del delectare. E quanto al movere, che c’era, ci ha pensato il concertista a metterlo fuori dalla porta. Le tre Sonate di Mozart sono state rese in un modo molto interessante e nello stesso tempo, per me, non convincente. Ma interessante sì, perché raramente ho assistito a una resa così capillare e così minuziosa dei linguaggio. Ogni intervallo dissonante, ogni armonia peregrina, ogni rivolto di accordo inconsueto accentuati in modo chiaro ma senza nessuna pignoleria, senza alcuna sottolineatura dimostrativa: un vero e proprio manuale di recitazione da gran signore che senza scalmanarsi fa capire tutto. Ciò che non mi ha trovato consenziente (oltre alla follia di un finale della K 310 eseguito a tale velocità da sembrare uno studio didattico di Czerny) è stata la limitazione della sonorità, che mediamente non superava il mezzopiano, salvo qualche più robusto – e secondo me fuori quadro – accento nella Sonata K 310. Di limitare la dinamica negli autori settecenteschi parlò già alla fine dell’Ottocento Anton Rubinstein, il quale Rubinstein consigliava addirittura di impiegare costantemente il pedale “una corda”. Questa vetusta tesi parte secondo me da un errato presupposto. Che il fortepiano fosse meno potente del pianoforte lo sanno tutti. Ma il fortepiano non aveva diritto d’accesso in una sala così spaziosa come quella dell’Auditorium e i suoi contrasti di piano e forte, nella sala adatta, non erano affatto attenuati, i suoni si oscuravano o splendevano ma non rimanevano nella penombra come fantasmi e ectoplasmi. Questo pseudo filologismo è in realtà – chiedo scusa – una bella cavolata.

Malgrado ciò la lettura mozartiana di Lang Lang era però interessante e intellettualmente stimolante. Con le quattro Ballate di Chopin il concertista cadeva invece nella banalità del puro decorativismo, recuperando magari un delectare primitivo ma restando banale: cantabili inverosimilmente lenti, esangui, estenuati, passi virtuosistici velocissimi ma monocromi, piatti, fruscianti. La dinamica di Lang Lang non è così ampia come quella di altri pianisti di oggi e quando la velocità supera un certo limite perde la possibilità dell’accentuazione, diventando priva di lampi di luce e persino confusa. Più che un interprete di racconti epici abbiamo allora un giocoliere che fa vorticare le note come tante palle da tennis (grigie). Rispetto al passato Lang Lang mi è sembrato in questa circostanza molto incerto emotivamente, o diciamo pure rinunciatario. E anche, absit iniuria verbis, un tantino cafone quando ha aggiunto qualche poderosa ottava al basso, azzeccando un tasto sbagliato.

Ancora a proposito di Mozart. Gli abbellimenti non hanno in Mozart un’unica, legittima possibilità di realizzazione. Gli specialisti ci hanno ponzato sopra molto a lungo e hanno concluso che la vera regola è il gusto dell’interprete. Però una regola generale esiste ed è perentoria: qualunque sia la realizzazione si devono evitare le ottave e le quinte parallele. Ora, nelle battute n. 5 e 6 del primo movimento della Sonata K 282 la realizzazione scelta da Lang Lang fa saltar fuori le ottave parallele, udibilissime per un orecchio esercitato. Questo punctum dolens fu segnalato molto tempo addietro da Badura Skoda. È lecito per un grande pianista farsene un baffo?

Piero Rattalino

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