Un flebile Rigoletto nel caos romano

VERDI Rigoletto G. Meoni, P. Pretti, E. Sadovnikova, G. Juric, A. Kosolova; Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma, direttore Renato Palumbo; regia Leo Muscato, scene Federica Parolini

Teatro dell’Opera di Roma, 23 ottobre 2014

Accolto con un sospiro di sollievo, dopo le complesse e nell’insieme non edificanti vicende sindacali culminate nelle dimissioni di Riccardo Muti, il Rigoletto visto e sentito al Teatro dell’Opera di Roma in ottobre ha dato certezza d’una vita istituzionale e musicale nell’edificio di Piazza Gigli. Opera, cast e produzione erano peraltro già in cartellone prima della “crisi” e dunque non è lecito trarne argomentazioni positive o negative su quanto avviene tra le mura del Costanzi. Quando se ne dice che s’è trattato d’un evento operistico minore, s’è all’incirca detto tutto: e se una chiosa profetica si vuole, essa concerne la ripresa programmata per febbraio, forse non necessaria, certo occasione di migliorie. Non che già in questo Rigoletto mancasse il buono. Ad esempio la direzione di Renato Palumbo: i cui tempi sono sempre d’una giustezza impeccabile, perché naturali, perché misurati sul respiro del canto, perché italiani non per copia d’antecessori, ma per verità idiomatica. Anche il colore e il vigore del suono appaiono di lignaggio alto e senz’altro di nobile sangue verdiano. Dove – stavolta – Palumbo ci ha un po’ delusi è stato nel lavoro sulle voci: che parevano qua e là abbandonate a se stesse, prive d’un polso e d’una briglia forti che le obbligassero a seguir percorsi meno scontati e meno sbrigativi. Sì che un senso complessivo di trasandatezza sembrava – a dirla tutta – segnare le linee di canto delle signore e dei signori in palcoscenico. E in specie di Giovanni Meoni: il cui Jago, anni fa, aveva dato prova d’intelligenza e duttilità vocale non comuni (ma alle spalle c’era Riccardo Muti) e il cui Rigoletto, oggi, mostra scissioni di registri, stimbrature, fatica e soprattutto scarsa affinità vuoi col sublime, vuoi col ripugnante del personaggio. Piero Pretti dava al Duca di Mantova una giovane, bella e lucente voce: cui manca ancora d’esprimere una sua griffe d’eleganza e di stile, un approccio meno generico al testo e una miglior conquista del dettato invero arduo di “Possente amor mi chiama”. Ekaterina Sadovnikova, un lirico leggero di flebilissimi mezzi, nella vocalità e nei sentimenti di Gilda era assai meno attendibile che in quelli delle Adine o Norine o Nannette portate in giro pel mondo e meglio a lei consone. Non memorabili né lo Sparafucile declamatorio di Goran Juric, né la Maddalena ordinaria di Alisa Kosolova. S’era poi fatto un gran dire quanto allo spettacolo di Leo Muscato: al dunque si son viste una povertà d’idee, una mediocrità estetica, una discrasia fra musica e scena a tratti sconfortanti, tanto nella regia dei singoli e delle masse, quanto e soprattutto nella visione snervante di metri e metri di tendaggi di voile dai vari e brutti colori, di letti d’ogni dimensione e di scritte al neon. Sala stracolma, applausi assai contenuti.

La stagione 2014-2015 sarà aperta dalla Rusalka di Dvořák, con un ottimo cast e un regista del calibro di Denis Krief. Delle due Aide previste, rimarrà comunque la seconda, in aprile.

Maurizio Modugno

Rigoletto

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