Turangalila, un inno alla vita con i giovani della GMJO

MESSIAEN Turangalîla-symphonie pianoforte Jean-Yves Thibaudet, ondes martenot Valérie Hartmann-Claverie, Gustav Mahler Jugendorchester, direttore Ingo Metzmacher

Pordenone, Teatro Comunale Giuseppe Verdi, 7 settembre 2017

 

Come suonano bene i ragazzi della Gustav Mahler Jugendorchester! Certo, già lo sapevamo, perché abbiamo avuto più volte la prova di quanto sia lato il livello di questo laboratorio orchestrale, anche se l’organico si rinnova di anno in anno. Lo sapevamo, però ogni volta è un’emozione, anche maggiore se i giovani musicisti devono affrontare una partitura labirintica quale la Turangalîla-symphonie di Olivier Messiaen, di esecuzione rarissima e di estrema difficoltà per gli esecutori. È stata una scelta di repertorio coraggiosa, per celebrare degnamente il trentesimo anno della fondazione dell’orchestra.

Ad ospitare la GMJO questa estate è stata la città di Pordenone (e — la notizia è proprio di questi giorni — la compagine giovanile sarà orchestra residente a Pordenone anche nel 2018), a testimonianza che anche la provincia può aprirsi ad esperienze di respiro europeo quando ci sono da un lato i mezzi economici e dall’altro le idee e il coraggio di credere nei propri progetti. Il Teatro Verdi quasi al completo ha del resto dimostrato che con queste premesse arriva a crederci anche il pubblico; il colosso della Turangalîla (un’ora e venti di musica senza intervallo) è stato accolto da lunghissimi applausi, e non erano gli applausi che si tributano volentieri e in abbondanza a dei giovani, ma gli applausi che scattano al termine di un’interpretazione di grande intensità emotiva.

Nel complesso universo sonoro della Turangalîla si intrecciano reminiscenze wagneriane-straussiane (il riferimento al Tristan und Isolde è esplicito), strutture poliritmiche e politonali alla maniera del Sacre stravinskiano, un misticismo timbrico incantatorio e perturbante a cui contribuisce l’uso pervasivo delle ondes martenot, ritmi moderni e sonorità da big band, evanescenze alla maniera del Pelléas et Mélisande di Debussy e perfino slanci dionisiaci e ubriacature sonore da primo Novecento viennese. Come tra il 1946 ed il 1949 un compositore abbia creato un capolavoro partendo da elementi musicali e filosofici legati ad un mondo ormai tramontato, un capolavoro che guarda al futuro e non una nostalgica e dolcissima rievocazione del passato come avviene, per esempio, con le ultime composizioni di Richard Strauss, contemporanee alla Turangalîla, è un mistero la cui risposta risiede nei processi insondabili della creazione artistica. E come un gruppo di quasi 120 giovani musicisti sia riuscito ad immergersi in questo incandescente magma sonoro senza scottarsi è un altro mistero ancora, per il quale delle spiegazioni si possono però trovare.

In primo luogo al Teatro Verdi c’erano giovani preparatissimi, arrivati in orchestra dopo dure selezioni e arrivati sul palcoscenico dopo un lungo percorso di studio e di prove. In secondo luogo c’era sul podio un direttore esperto e abituato a lavorare con i giovani come Ingo Metzamacher, in grado di tenere ben saldo il timone lungo tutti i dieci movimenti di una sinfonia complessa, costruita intorno a quattro temi principali, tra cui spicca quello minaccioso e statuario degli ottoni che appare proprio nelle prime battute. Metzamacher ha staccato tempi contenuti, alla portata dei suoi giovani orchestrali, confezionando per così dire un abito musicale perfettamente adatto alle loro (alte) capacità. Contenuta nelle velocità e nel volume di suono, la Turangalîla ascoltata a Pordenone non era però contenuta nell’intensità drammatica, che è stata, come abbiamo detto, molto alta. C’erano una tensione ritmica costante, esaltata anche dalle due cadenze del pianoforte che un solista di lusso come Jean-Yves Thibuadet ha affrontato da par suo, una definizione millimetrica di tutti i dettagli della partitura, c’era perfino la sensualità, per quanto gli archi della GMJO non abbiano — non abbiano «ancora» verrebbe da dire — il colore e la pastosità degli archi delle grandi orchestre sinfoniche del panorama internazionale, come del resto gli ottoni devono ancora acquistare un poco di brillantezza.

Oltre alla precisione e alla chiarezza dell’esecuzione (rimarchevoli gli interventi delle prime parti, per esempio del clarinetto nel terzo movimento) era la ricchezza delle dinamiche ad affascinare, messa ben in luce dall’ottima acustica del Teatro Verdi, soprattutto nei pianissimi controllati alla perfezione, a cui il timbro surreale delle ondes martenot, suonate da una delle più grandi esperte di questo strumento, Valérie Hartmann-Claverie, dava una luce molto particolare. E poi il nitore del gioco contrappuntistico (all’inizio del nono movimento, per esempio), la densità di certi interventi degli archi, gli abbandoni estatici e soprattutto l’energia ritmica (spettacolari gli interventi delle percussioni), portata nel movimento conclusivo ad un vero e proprio parossismo: la Turangalîla è un inno all’amore e alla vita, un inno in cui i giovani della Mahler si sono identificati con l’anima e con il corpo.

Luca Segalla

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