Turandot visionaria a Palermo, salvata dal podio

PUCCINI Turandot T. Melnychenko, B. Jagde, V. Sepe, S. Orfila, V. Taormina, F, Marsiglia, M. Pierattelli, L. Roberti, A. Ceron; Orchestra e coro del Teatro Massimo, direttore Gabriele Ferro regia Fabio Cherstich video, scene e costumi AES+F

Teatro Massimo, Palermo, 19 gennaio 2019

Per l’inaugurazione della stagione 2019 del Teatro Massimo di Palermo è stata scelta una versione innovativa di un’opera molto nota e tra le più rappresentate: Turandot. È un po’ la sigla del programma del Massimo, che alterna, in questi 12 mesi, titoli di repertorio come Pagliacci, La Traviata, Il Barbiere di Siviglia con scelte innovative quali la prima produzione a Palermo nell’originale francese della Favorite di Donizetti, la prima mondiale di Winter Journey di Einaudi e la messa in scena di Das Paradies und die Peri di Schumann da parte del collettivo teatrale di avanguardia Anagor.

Questa Turandot è una grande coproduzione internazionale. Dopo il debutto palermitano, a teatro stracolmo, presente nel palco reale la seconda carica dello Stato (la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati), la produzione andrà al Teatro Comunale di Bologna, al Badisches Staatsoper di Karlsruhe ed al Lachta Centr di San Pietroburgo e probabilmente in altri teatri.

Sotto il profilo scenico e drammaturgico, l’opera è ambientata non “al tempo delle favole”, come previsto dal libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, ma nel futuro delle prossime generazioni, ossia verso la fine di questo secolo: un futuro coloratissimo dove i complessi paesaggi urbani fanno da sfondo a un popolo in abiti che ricordano le epoche dei totalitarismi europei (i costumi sono dell’atelier Alcantara). Il regno di Turandot è un matriarcato che punisce gli uomini per lo stupro subìto dall’ava della principessa: lattei robot dalle sembianze vagamente femminili torturano, violentano e decapitano gli sfortunati pretendenti in un palazzo (quello di Turandot) che è un gigantesco drago, il quale sorvola i cieli della città proiettando immagini tridimensionali che rappresentano i diversi aspetti della tormentata personalità della principessa. Turandot, nella grande aria del secondo atto (“In questa Reggia / or son mill’anni e mille”), rievoca con la memoria l’epoca in cui erano le donne a dover soggiacere alle violenze del genere maschile. La regia di Fabio Cherstich fa grande uso delle proiezioni del collettivo russo AES+F, un gruppo di avanguardia delle arti visive, apprezzato a livello internazionale, ma per la prima volta alle prese con un’opera lirica e – credo – con un lavoro teatrale.

Le attese, e gli articoli di presentazione del lavoro, nelle settimane precedenti il debutto, erano per l’allestimento scenico e per la drammaturgia. Invece, il successo della produzione riguarda principalmente gli aspetti musicali mentre scene, proiezioni tridimensionali e regia sono stati accolti con relativa freddezza e qualche dissenso.

Sono stati soprattutto i complessi del Massimo ad avere il merito della riuscita della serata. Gabriele Ferro ha concertato in modo mirabile, evocando i nessi tra Puccini ed altri compositori del suo tempo, specialmente Debussy, Bartók, e Stravinski, mettendo in luce i riferimenti alla musica cinese (fortemente voluti da Puccini) e – cosa che spesso numerosi direttori d’orchestra ignorano – dando con precisione gli attacchi ai cantanti ed al coro. Anche grazie alla superba acustica del teatro, il coro – da considerarsi tra i protagonisti di Turandot – ha avvolto platea e palchi come in un abbraccio, specialmente nell’invocazione alla luna del primo atto.

La principessa di gelo era la giovane Tatiana Melnychenko, che ha già affrontato ruoli spinti al Metropolitan, all’Arena di Verona, a Barcellona ed in altri teatri di fama internazionale. Ottimo fraseggio, grande volume e capacità di ascendere a forti Do acuti e mantenerli con sicurezza. Il suo Calaf era il tenore americano Brian Jagde, che ha interpretato il ruolo più volte in teatri sulle due sponde dell’Atlantico: ha sfoggiato un robusto registro centrale, un volume generoso e un registro acuto molto solido. Più poderoso, forse, che raffinato, ma capace di entusiasmare il pubblico. Liù era la giovane Valeria Sepe: anche a lei non fanno difetto volume e fraseggio. Canta ruoli sia da soprano drammatico sia da soprano lirico. La sua Liù è molto drammatica, ed io l’avrei preferita più lirica. Ben calato nel ruolo, anche se con uno strano costume, il Timor di Simon Orfila. Di livello i Ping, Pong, Pang quasi brechtiani di Vincenzo Taormina, Manuel Pierattelli e Francesco Marsiglia. Antonello Ceron affronta efficacemente le due brevi parti dell’Imperatore Altoum e del Principe di Persia, mentre Luciano Roberti è un ineccepibile mandarino.

La regia ed i video di AES+S interpretano bene il mondo autoritario di Turandot ma i video (senza dubbio di alta qualità) finiscono per soverchiare l’azione scenica, per essere ripetitivi e per fare perdere teatralità allo spettacolo: come si è detto, il collettivo AES+F è alla prima prova sia con il teatro sia che l’opera lirica. La prossima – auspico – sapranno essere più sobri e dare maggior spazio alla teatralità.

Giuseppe Pennisi

© Rosellina Garbo

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