Trionfa la retorica di Chénier all’Opera di Roma

GIORDANO Andrea Chénier G. Kunde, M. J. Siri, R. Frontali, E. Zilio, L. Casalin; Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera, direttore Roberto Abbado regia Marco Bellocchio scene Gianni Carluccio costumi Daria Calvelli

Roma, Teatro dell’Opera, 30 aprile 2017

Ebbe carriera luminosa e ovunque condivisa il titolo maggiore di Umberto Giordano per buona parte del ventesimo secolo e se oggi s’è dovuto acconciare a un cammino alquanto più declinante che nel passato, si parla tuttavia sempre di un’opera che non ha rinunciato mai alla sua buona circolazione. E che oggi essa riappaia nel 2017 nelle due città italiane di più ampio raggio, a Roma nell’aprile e a Milano ad apertura della futura stagione scaligera, è la prova provata che taluni titoli del repertorio che definiamo verista continuano ad attrarre il pubblico odierno oltre le frontiere degli antichi trionfi. Resta semmai da capire in qual modo la sensibilità del pubblico odierno possa consonare con quella stagione: facendone salvo il potenziale di retorica tribunizia che ne assicurò per allora i successi o piuttosto sintonizzandosi cogli aspetti meno vistosi d’essa? Arduo rispondere. Andrea Chénier è opera di forti sussulti eroici cui fa però da sfondo una Rivoluzione Francese qual poteva nascere in un paese che la storia d’Europa se la leggeva sulle pubblicazioni popolari dell’editore Nerbini. Occorre allora dire che i valori dell’opera di Giordano sono solo in prima istanza connessi a quel repertorio oleografico e che occorre fiutarne degli altri; e questi altri fanno leva sulla potenzialità fascinatoria di una vicenda amorosa mai consumatasi, nata a contatto con la morte e foriera di assai più castigate elegie malinconiche. Mi ostino a vedere in tal aporia il valore vero dell’opera, e dunque a considerare Maddalena di Coigny la reale protagonista di quella apparente storia di giacobinismi suburbani. E poiché così penso credo altresì che una lettura di quest’opera oggi non possa prescindere da siffatta premessa: le sparate comiziali non puoi certo eliminarle perché fan parte e del percorso, ma dar loro peso minore in pro di un’attenta percezione delle numerose oasi di lirismo e rinuncia che attraversano la sapiente strumentazione di un autore che non per nulla era stato allievo di un Martucci è legittimo, anzi doveroso.

Ciò mi pare sia in discreta parte avvenuto nella recente esibizione dello Chénier a Roma, ove l’esito di felice accoglienza decretato dal pubblico è stato indiscusso; l’esecuzione faceva capo a una direzione orchestrale di Roberto Abbado di smagliante corpo sonoro, forse perfin troppo muscolosa se vogliamo credere alla aporia di cui prima si diceva, ma certo di bel risalto specie per il tono di austera funereità imposto a taluni stacchi. E le voci, nessuna esclusa fra le principali, hanno aderito al percorso della bacchetta con ottimo professionismo. Si dice del protagonista di Gregory Kunde, tenore cresciuto per emissione e senso del legato alle glorie del belcantismo romantico e oggi, alla rispettabile età di sessantatré anni, capace di affrontare con bel piglio una vocalità estranea come questa della Giovane Scuola protonovecentesca senza smarrire il senso della necessaria elegia e mettendo in campo centri e acuti tuttora lucentissimi; e si dice ancor più della Maddalena di Maria José Siri che s’è ammirata molto nell’umbratile, bellissimo duetto con Chénier dell’atto II e nella sua celebre aria del terzo. Roberto Frontali era di suo un Gérard abile a schivare le altisonanze di un personaggio esposto alle procelle della retorica patriottarda, mentre si apprezzavano talune parti minori ma non insignificanti come quelle della vecchia Madelon di Elena Zilio (fatta segno del plauso degli astanti) e dell’insinuante Incredibile di Luca Casalin. In breve, ce n’era a sufficienza perché se ne decretasse il convinto successo.

La regia di Marco Bellocchio, servita da un sobrio impianto scenografico di Gianni Carluccio, pareva essere infine il fiore all’occhiello di questo Chénier ma si è distinta soprattutto per la sua fedeltà ai valori drammaturgici di un’opera nata in tutt’altro clima culturale, il che ha comportato due effetti uguali e contrari: la sensata rinuncia a stupide pulsioni d’aggiornamento e però anche la carenza di un’idea che fosse una capace di ribaltarne in proiezione contemporanea la vecchia drammaturgia. Poco male in fondo, ma certamente un’occasione persa da parte di un uomo di cinema di riconosciuto talento come costui.

Aldo Nicastro   

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