Spoleto punta sul contemporaneo col “Minotauro”

COLASANTI Minotauro G. Margheri, B. Torre, M.Falcier; Orchestra Giovanile italiana, direttore Jonathan Webb regia e scene Giorgio Ferrara costumi Vincent Darré

GAY-PEPUSCH The Beggar’s Opera K. Batter, B. Purkiss, R. Burt, B. Klein; Les Arts Florissants, direttore Marie van Rhijn regia Robert Carsen scene James Brandily costumi Petra Reinhardt

HONEGGER Jeanne d’Arc au Bûcher M. Cotillard, G. Gay, K. Howarth, B. Torre; Orchestra Giovanile Italiana, direttore Jérémie Rhorer regia Benoît Jacquot Coro e Coro di voci bianche dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Ciro Visco

Spoleto, Teatro Nuovo e Piazza Duomo, 29 giugno, 6 e 15 luglio 2018

 

La novità è che il Festival di Spoleto inaugura quest’anno (e per i prossimi due) con la musica contemporanea e si affida alla compositrice romana Silvia Colasanti, formatasi al Conservatorio di S. Cecilia, ma poi soprattutto con Corghi, Dusapin e Rihm. Lo scorso anno aveva presentato al Festival in Piazza Duomo un sentito Requiem (oggi anche in CD) dedicato alle vittime del terremoto del centro Italia. Oggi ha ricevuto la consacrazione della inaugurazione del Festival con un’opera in un atto, Minotauro, ispirata ad un racconto (1985) di Dürrenmatt. La Colasanti è compositrice avveduta, che generalmente riesce abbastanza bene a coniugare le necessità della ricerca di un linguaggio personale e moderno con quella di comunicare e l’inestricabile trasmettere al pubblico emozioni. In questo Minotauro riscrive e ribalta la storia del mostro cretese, mezzo uomo e mezzo toro, figlio innaturale di Pasifae, condannato nel labirinto di Cnosso dalla sua deformità. Ne fa un essere ingenuo, fragile, problematico, afflitto dalle sue stesse angosce, rappresentate come argentei uccelli rapaci che pendono dall’alto come una spada di Damocle sul suo amletico labirinto di specchi, che gli rimanda incessantemente la sua deformante difformità.

Solo con l’inganno Teseo, che si mimetizza in minotauro, e la falsamente rassicurante Arianna potranno ucciderlo, impermeabili alle sue preghiere e lamentele (perché ridotto un mostro dalla civiltà) e al suo bisogno spasmodico di amore.

La navigata regia di Giorgio Ferrara, che firma anche il libretto con de Ceccatty, e gli stravaganti costumi di Darré offrono al racconto una dimensione staticamente onirica con il coro degli uccelli in funzione di commentatore come nella tragedia greca antica («la crudeltà di un mostro senza cuore / è più dolce dell’amore che si finge»). Eccellenti i tre interpreti vocali, ma soprattutto l’aitante e introspettivo Minotauro del baritono Gianluca Margheri. Convincente la cura sul podio di Jonathan Webb che guidava con perizia l’Orchestra Giovanile Italiana. La scrittura della Colasanti, salvo fatte alcune violenti bordate sonore alla Varèse o alla Petrassi, è fatta di microtemi (assoli di violino) che però non frantumano mai la parola. La conclusione con una anacronistica cadenza plagale sulla triade perfetta di re minore sorprende in una compositrice poco più che quarantenne, che non si tira indietro dinanzi a rigurgiti tonaleggianti. Convinti e calorosi comunque gli applausi finali del pubblico.

Secondo titolo invero intrigante quello della Beggar’s Opera (L’Opera del Mendicante) di John Gay con la musica scritta e arrangiata di Johann Christian Pepusch (anche brevi canzoni scozzesi, irlandesi e pezzi di Purcell o Händel), andata in scena Londra nel 1708 in netta controtendenza con l’opera seria italiana di eroi e personaggi mitologici, nota per essere stata riscritta esattamente duecento anni dopo (1928) dalla premiata ditta Bertolt Brecht – Kurt Weill. Una pièce a metà tra teatro e musica, del genere della ballad opera, cui faceva da garante il nome di William Christie per la ideazione della parte musicale (ai leggii una decina di elementi de Les Arts Florissants) e quello di Robert Carsen per quella visiva.

Il palcoscenico del Teatro Nuovo è invaso da un muro di scatole di cartone che diventano via via oggetti scenici e si schiudono anche a rappresentare spazi interni. L’amara satira sulla sperequazione tra ricchi e poveri, potenti e sudditi, la parodia sociale, il nichilismo morale rendono leggeri i toni di farsa o tragicommedia a lieto fine. Quel che si perde come riferimento alla polemica antitaliana (il melodramma serio di eroi e sovrani illustrato da Porpora ed Händel) si riacquista sotto forma di attualità con l’aggiornamento dei testi che mettono in scena scippatori di rolex o smartphone, teppistelli da strapazzo, tossici, prostitute, amministratori e magistrati corrotti e ricettatori senza scrupoli. A dimostrazione dell’eterna attualità dell’assunto secondo cui poveri e ricchi hanno gli stessi vizi, ma sono solo i primi a pagare.

Eccellente la performance della giovane masnada di Macheath, che recita, canta e balla con grande professionalità. E non c’è da meravigliarsi se nel lieto fine di prammatica ci si inventa di sana pianta che per la caduta del governo il nuovo Ministro della Giustizia sarò proprio il delinquentello Macheath che farà parte del nuovo governo con molti dei suoi loschi sodali. La modernità dei temi, della struttura drammaturgica (con i parlati in luogo di rinsecchiti recitativi), dimostrano come anche una opera barocca di tre secoli fa, anche se anticonvenzionale come questa, possa risultare estremamente moderna ed attuale. Del resto che la storia sia maestra di vita, era cosa ben nota. Lo spettacolo, riuscitissimo e davvero per tutti i palati nonostante la lingua inglese, è di quelli che girano l’Europa con successo, nascendo da una mega-coproduzione internazionale.

Terzo immancabile appuntamento a Spoleto quello con il concerto di chiusura, come di tradizione nella suggestiva Piazza Duomo, stipata come un uovo. Questa volta per l’evento conclusivo non si è scelta però una partitura di grande repertorio e fama, bensì un titolo non proprio frequente nelle sale da concerto italiane, come l’oratorio drammatico in undici scene e un prologo Jeanne d’Arc au Bûcher, libretto del cattolico ortodosso Paul Claudel (1935) con la musica dello svizzero Arthur Honegger, figura di spicco del cosiddetto Groupe des six parigino (prima esecuzione a Basilea nel 1938, ma prima rappresentazione a Zurigo nel 1942). A conferirgli valore la partecipazione dell’attrice cinematografica e Premio Oscar Marion Cotillard (splendida Edith Piaf in La vie en rose), voce recitante che ha cercato di rinverdire i fasti storici di Ingrid Bergman con la regia del marito Roberto Rossellini (San Carlo di Napoli, 1953). Sul podio della apprezzabile Orchestra giovanile italiana e del Coro misto e di voci bianche dell’Accademia di Santa Cecilia il direttore Jérémie Rhorer. La regia — in realtà una essenziale mise en espace se si esclude il grande rogo fiammeggiante e l’ingresso di Giovanna su un cavallo bianco — era firmata dal noto cineasta francese Benoît Jacquot.

Come è noto, la partitura di Honegger incarna splendidamente, intercalandosi con le parti recitate, i vari quadri tra realistico e simbolico, di Claudel in una sorta di flashback quasi cinematografico: la pulzella di Orléans incatenata al rogo di Rouen rivede, con l’aiuto di San Domenico, gli eventi che l’hanno portata a quella tragica morte. Sfilano così in quadri drammatici e plastici i suoi successi militari e l’ingresso a Reims con la bandiera biancazzurra del re di Francia, il processo farsa intentato dal giudice Porcus e da giurati belanti, la confessione carpita subdolamente, le visioni delle Sante Caterina e Margherita (parti cantate), fino alla catartica agonia finale confortata dalla apparizione della Vergine. La parte del leone, oltre all’attrice, la fa il coro (direttore Ciro Visco), protagonista sfaccettato, spettatore e commentatore alla maniera del dramma antico. Grande prova d’attrice per la Cotillard, ingenua e fragile Giovanna salda nella sua ardente fede sino alla morte. «Non esiste amore più grande che donare la propria vita per chi si ama» commenta il coro finale. Poi un prolungato applauso al coraggio ed alla buona riuscita.

Lorenzo Tozzi

 

(Foto: Maria Laura Antonelli)

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