Specchi rossiniani per Orazio Sciortino a Roma

“Rossini allo specchio”. Musiche di Poulenc, Rossini, Capogrosso, Schumann; pianoforte Orazio Sciortino

Istituzione Universitaria dei Concerti – Roma, Aula Magna della Sapienza, 20 novembre 2018

 

Orazio Sciortino è pianista di rara intelligenza e curiosità. I programmi dei suoi concerti sono concepiti lungo inedite linee di sviluppo ad esplorare affinità elettive insospettate o aree relazionali poco frequentate. E spesso le linee di irradiazione finiscono con il diventare più importanti del centro stesso di irradiazione. Ad esempio, per un concerto celebrativo del centocinquantenario della morte del pesarese Rossini, ci si sarebbe potuti aspettare variegate imbandigioni di Péchés de vieillesse magari conditi con le pagine più estrose di Satie o Stravinski. Invece ecco Sciortino proporci assaggi inattesi con accostamenti inconsueti a Poulenc e Schumann nei rispettivi polittici de Les soirées de Nazelles (1936) e i ben più noti Papillons op. 2 e le Scènes mignonnes sur quatre notes del celebre Carnaval op. 9.

Il tema comune, confessato dall’interprete, è quello della maschera in musica, di ritratti psicologici di personaggi, poco importa se reali o immaginari, con una certa tendenza al ritmo di valzer. Così, a corona della quasi pretestuosa presenza centrale di due Péchés de Vieillesse, come il cantabile Prélude inoffensif, quasi reminiscenza operistica, e un rassicurante Cauchemar (Incubo) tutt’altro che orrorifico, ecco spuntare a sorpresa autori di tutt’altro segno ed estetica.

Le Soirées di Poulenc sono uno spartito estroso, a folate sonore, una galleria di umori contrastanti tra appassionato e trasognato, cartoline inanellate con bravura senza soluzione di continuità. Pannelli chiaroscurati, colori in libertà che Sciortino domina con sapienza. E non sorprende a questo punto neppure il breve innesto di un aforistico Quasi valzer del giovane e lanciatissimo compositore romano Fabio Capogrosso, quasi una evocativa reminiscenza della danza che fu, il sogno di un valzer con echi di una danza pietrificata significata da postumi residui sonori, un alito di vento quasi neoimpressionistico.

Poi un salto nel romanticismo pieno con la sfilata di valzer di Papillon, snocciolati con bravura uno dopo l’altro come le palline di un rosario, e la galleria di ritratti di Carnaval tra empiti ed aneliti, slanci ed abbandoni che coronano l’applaudito concerto, ma non aggiungono in fondo nulla di più al suo pianismo sapiente e decantato. Come dire, che il pianoforte si suona prima con la testa e poi con le mani.

Lorenzo Tozzi

 

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