Spartacus, dal Kazakistan con furore

KHACHATURIAN Spartacus coreografia Yuri Grigorovitch scene e costumi Simon Virsaladze luci Alexey Perevalov Balletto, Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Astana

Roma, Teatro dell’Opera, 1° luglio 2019

Se non conoscete l’Opera di Astana, a Nur-Sultan, capitale della lontanissima Repubblica del Kazakistan, ebbene avete perso qualcosa di importante. È un teatro inaugurato nel 2013 su progetti in prevalenza italiani, con uno stilizzato senso della tradizione e (si dice) con un’acustica tra le migliori al mondo. Ospita un’orchestra sinfonica e un coro per un repertorio operistico che va dal Barbiere di Siviglia alla Traviata, da Butterfly a Cavalleria e Pagliacci, con le regie di Livermore o di Ronconi, di Zeffirelli o di Brockhaus e una folla di nomi, di voci, di maestranze per massima parte in trasferta dalla nostra penisola, grazie anche ad una joint venture con il Teatro Carlo Felice di Genova. L’Astana Theatre si fregia inoltre di un’ottima compagnia di balletto, affidata alle cure preziose di un’étoile a suo tempo molto amata nel mondo della danza: Altynai Asylmuratova. Di modo che in quelle immense, fredde steppe a sud della Siberia, strette fra Cina e Mongolia, si danzano oggi Roland Petit e Forsythe, Petipa e Fokine, Eifman e Grigorovitch. Di quest’ultimo (classe 1927 e tuttora ben saldo), la tournée dell’Opera di Astana, che l’1 e 2 luglio è approdata come una possente falange al Costanzi di Roma, ha mostrato quello che forse è il suo lavoro più celebre: Spartacus. Anzi, Spartak: come nacque nel 1956 al Kirov di Leningrado con la debole coreografia di Leonid Yakobson. La musica dell’armeno Aram Khachaturian (composta nel 1941 con le armate del Reich pronte ad invadere l’URSS) tuttavia, aveva una sua bellezza, sì cinematografica, sì eccessiva, ma di tal clamoroso impatto che ottenne il Premio Lenin e che il Teatro Bolshoi di Mosca volle riprenderla, prima con la coreografia di Igor Moisseiev nel 1958, poi – enorme il successo – con quella di Yuri Grigorovich nel 1968. Il balletto è divenuto subito la carte de visite del Bolshoi, dall’era Brezhnev ad oggi, laureando ballerini entrati nel mito come Vladimir Vassiliev ed Ekaterina Maximova, Mikhail Lavrovsky e Natalja Bessmertnova, Irekh Mukhamedov e Lyudmila Semenyaka, Maris Liepa e Nina Timofojeva. A Roma lo stesso Bolshoi era venuto con Spartacus nel 1970, riportandone poi una breve selezione al Circo Massimo nel 1990 (in Il gioco dell’Eroe). E la stessa Opera di Roma, nel 1987 alle Terme di Caracalla, ne aveva realizzato un’interessante produzione, firmata dal coreografo ungherese Laszlo Seregy.

Rivedere nel nostro Millennio – e in un’edizione integralissima – Spartacus di Grigorovich, significa vedere un lavoro senz’altro assai datato. Soprattutto per certa retorica che afferma ed invia continuamente simboli e messaggi nazional-ideologici (in questo le coreografie di Yacobson e di Seregy erano assai più soft). Il kolossal di Grigorovich nasce in piena guerra fredda, con la crisi del Vietnam in atto, con la volontà di proclamare la Rivoluzione del Popolo Sovietico contro l’Imperialismo dell’Occidente. E dal punto di vista spettacolare, non c’è dubbio che proprio il côté belligerante del balletto abbia ancora un’efficacia formidabile, in quell’avanzare d’armate d’opposto segno, danzanti e marcianti e pugnanti con irrefrenabile potenza. Solo che in due e più ore di passi e saluti romani, di pugni alzati e di braccia spalancate, di sandali e scudi da combattimento, di spade e lance brandite, provare un certo qual senso di sovrabbondanza è inevitabile. Certo, i diversi eroismi dei ruoli di Spartacus e di Crassus, toccano un livello di realizzazione coreografica che ha del leggendario ed offrono agli interpreti possibilità infinite. Più convenzionali forse i due ruoli femminili, la schiava Frigia e la cortigiana Aegina, ma il dolce lirismo della prima e la perversa sensualità della seconda restano comunque nella memoria.

L’edizione giunta dal Kazakistan a Roma, con l’intero corpo di ballo, l’orchestra, il coro femminile e le scene (e già vista nel 2015 al Carlo Felice), ha mostrato l’alto standard del Teatro di Astana. L’eleganza e le linee slanciate delle ballerine, la potenza e la velocità dei ballerini, pur senza raggiungere il Bolshoi degli anni d’oro, son state tali da competere con qualsiasi compagnia odierna. Il protagonista era Bakhtiyar Adamzhan, un giovane d’eccezionali risorse tecniche, capace di eseguire i tremendi grands jetés (en tournant, entrelacés etc.),le ripetute attitudes en tournant en manège e molto d’altro – tutto pensato da Grigorovitch per le non comuni possibilità di Vladimir Vassiliev – con una resistenza, una leggerezza ed insieme una forza stupefacenti. L’interprete tuttavia rimane un po’ in sottordine, non solo rispetto al creatore del ruolo, ma anche rispetto a quel Mukhamedov che negli anni Novanta ne ha fissato un’immagine moderna e intensamente problematica. Arman Urazov era un Crassus ideale per tecnica e struttura fisica (appena meno per protervia). Forse tuttavia l’elemento più pregevole dell’intero cast andava reperito nella Frigia di Aigerim Beketaeva, una ballerina certo più da Lago dei cigni o da Giselle che da Spartacus, ma d’una bellezza e d’una qualità di movimento incantevoli: i suoi assoli o il celebre Passo a due sono stati di grande rilievo. Molto brava anche Assel Shaikenova nelle succinte vesti di Aegina e così tutti i solisti. L’Orchestra Sinfonica dell’Opera di Astana forse aveva un suono un po’ ruvido negli ottoni, ma reggeva strenuamente le furibonde sonorità di Khachaturian sotto la bacchetta impeccabile del suo direttore Abzal Mukhitdinov Semplicemente splendido il coro femminile, sistemato nell’ombra dei palchi di proscenio. Teatro non pienissimo, ma entusiasta.

Maurizio Modugno

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