Solide certezze e rischi calcolati: la stagione 2015 all’Arena

VERDI Nabucco L. Salsi, M. Serafin, D. Beloselsky, P. Pretti, N. Surguladze, A. Guerzoni, F. Pittari, M. Karbeli; Orchestra e Coro dell’Arena di Verona, direttore Riccardo Frizza regia Gianfranco de Bosio scene Rinaldo Olivieri

Verona, Arena, 19 giugno 2015

ROSSINI Il barbiere di Siviglia A. Siragusa, B. De Simone, J. Pratt, M. Cassi, R. Tagliavini, N. Ceriani, S. Beltrami, V. Garcia Sierra; Orchestra e Coro dell’Arena di Verona, direttore Giacomo Sagripanti regia, scene, costumi e luci Hugo de Ana coreografie Leda Lojodice

Verona, Arena, 7 agosto 2015

93esima stagione lirica dell’Arena di Verona all’insegna del già visto, con l’idea di programmare, nell’estate dell’Expo, una vetrina degli spettacoli più appetibili per un pubblico che nello sferisterio veronese si reca più volentieri per lasciarsi incantare dalla dimensione spettacolare che per gli intrinseci valori musicali ed esecutivi dei lavori messi in scena. E dunque nessun nuovo allestimento, ma sei «usati sicuri» (Nabucco di Gianfranco De Bosio, Don Giovanni e Aida di Franco Zeffirelli, Il barbiere di Siviglia e Tosca di Hugo de Ana, Roméo et Juliette di Francesco Micheli), con l’aggiunta di un Carmen Gala Concerto, dei Carmina Burana di Orff e, per il secondo anno consecutivo, del «Roberto Bolle and friends». Ad inaugurare la rassegna areniana, in una gelidissima serata di giugno, il Nabucco di Giuseppe Verdi nello storico allestimento di Gianfranco de Bosio, risalente al 1991, con le scene di Rinaldo Olivieri, che ha soppiantato il molto discusso, ma certamente molto più ricco di idee, allestimento di Denis Krief. De Bosio riempie l’immensa cavea con un’imponente struttura scenica su più piani che ricorda una ziggurat, costruzione templare caratteristica delle regioni dell’area mesopotamica, composta da tronchi di piramide sovrapposti a più piani. La struttura stessa, attraverso una serie di movimentazioni a vista, si trasforma in anonimo spazio, di impronta dechirichiana, a rappresentare Gerusalemme. Se tutto sommato l’idea scenica ha un certo fascino, davvero non più proponibile è la regia, così vecchio stampo nel muovere le masse con insistita attenzione alle proporzioni: tanto destra, tanto a sinistra, interminabili processioni, salite e discese sulle lunghe scalinate. Calligrafici i costumi color terra degli ebrei e di colori accesi dei babilonesi. Se ben poco c’era da aspettarsi dalla parte scenica, ben altre erano le attese per la parte musicale, solo parzialmente soddisfatte. Riccardo Frizza ha scelto di offrirne una lettura non improntata al piglio garibaldino e quarantottesco, facendo risaltare, per quanto è possibile in uno spazio così vasto, certi squarci lirici di cui è punteggiata la partitura, spingendo l’orchestra areniana a cercare continue varietà dinamiche. Molto ben preparata la prova di Luca Salsi, dalla voce ampia e timbrata, cui semmai fanno difetto la qualità del legato e la nobiltà del fraseggio, ma è riuscito ugualmente a ritrarre un personaggio convincente per lo meno per il contesto di una recita all’aperto. Davvero debolissima l’Abigaille di Martina Sertafin, il cui organo vocale è ormai ridotto allo stremo: la voce è perennemente oscillante nel registro superiore, dove gli acuti rasentano spesso il grido, inficiata da fastidiose emissioni di petto. Ben poco resta dell’antico splendore, senza che l’intelligenza dell’interprete possa sopperire alle lacune della cantante. Eccellente lo Zaccaria di Dmitry Beloselsky, dalla voce imponente e perfettamente aderente al personaggio del gran pontefice degli Ebrei; altrettanto notevoli le prove di Piero Pretti, bellissima voce di tenore che dà vita ad un Ismaele davvero perfetto, così come la Fenena di Nino Surguladze, la cui voce mezzosopranile, pur non esente da mende nell’emissione, ha saputo tratteggiare un personaggio convincente e volitivo, assicurandosi un vivo riscontro da parte del pubblico. Il coro, diretto da Salvo Sgrò, ha conquistato il foltissimo uditorio che ha preteso, come di prassi, il bis del Va’ pensiero.

Il secondo titolo cui abbiamo assistito è stato Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, distintosi per un cast benissimo assortito con la sola eccezione della Rosina di Jessica Pratt. L’allestimento è quello invero poco riuscito di de Ana, che trasferisce l’azione dalla classica Siviglia ad un giardino immaginario e un po’ folle, fatto di alte siepi di bosso che disegnano una sorta di labirinto mobile, su cui campeggiano imponenti e alquanto kitsch rose rosse e altrettanto enormi farfalle. I costumi, davvero molto belli, sono invece tradizionalissimi. Tutto sulla scena è in continuo movimento, frenetico in molti momenti quasi a minare il crescendo rossiniano ad opera di onnipresenti ballerini e mimi che si muovono secondo coreografie (di Leda Lojodice) che ricordano l’avanspettacolo. Gran finale con veri fuochi d’artificio che si innalzano dalla cavea di fronte ad un pubblico entusiasta e divertito. Si diceva dell’ottimo cast, dominato da cima a fondo da quell’artista insuperabile in questo genere che è Bruno de Simone, oggi il Bartolo di riferimento: grazie ad una vocalità precisissima tratteggia un personaggio di grande umanità, autoironico ma anche capace di tener testa agli sberleffi dei giovani amanti. Il Figaro di Mario Cassi risulta ben cantato, padrone di tutta la sua parte, ma piccolo di personalità, messo in ombra sia da Don Bartolo che da Don Basilio. Quest’ultimo era Roberto Tagliavini, basso dalla bellissima e solida voce, capace di dar vita ad un personaggio stralunato senza essere mai sopra le righe. Antonino Siragusa del ruolo del Conte di Almaviva è ormai un habitué, avendolo cantato ovunque innumerevoli volte: la voce, pur essendo piccola, riesce a correre nella cavea, le innumerevoli abilità della sua parte sono risolte con grande facilità, come nell’aria di sortita e nel rondò finale «Cessa di più resistere», smaliziato è l’attore. Ne viene fuori un Conte di giovanile baldanza, nobile e innamorato. Si diceva dell’unico vistoso neo rappresentato da Jessica Prat, cui si rimprovera di aver voluto riproporre la classica Rosina sopranile, tutta acuti e sopracuti, puntatine e trilli (non sempre ben risolti): tutto un armamentario posseduto dal soprano australiano, ma non dominato con sfacciata souplesse, come hanno dimostrato le Variazioni di Proch scelte con dubbio gusto per la lezione di musica, un po’ arruffate e per niente scoppiettanti, chiuse da un fa sovracuto stridulo e faticosissimo. La voce, poi, se si esprime al meglio nel registro acuto, è debole in quello medio e assolutamente inconsistente in quello grave; l’interprete infine è poco fantasiosa nei recitativi. Un debutto in Arena, per la Pratt, poco convincente. Il giovane direttore Giacomo Sagripanti, anch’egli al suo debutto veronese, ha invece convinto pienamente per la grande musicalità, il fraseggio flessibile e scattante, galvanizzando l’orchestra veronese che si è prodigata in colori e leggerezze affatto insolite. Il pubblico, non foltissimo, ha tributato un vero trionfo a tutta la compagnia.

Trionfo che ha segnato anche il ritorno in Arena di Roberto Bolle e i suoi amici danzatori: pubblico da stadio con donne e ragazze osannanti di fronte alla bellezza scultorea del ballerino italiano e al carisma che sa sprigionare in scena. Accanto a lui ballerini di livello internazionale hanno proposto passi tratti dai balletti classici e moderni. Bolle ha danzato con Melissa Hamilton il pas de deux dal Romeo e Giulietta di Prokofiev, una scelta ideale nell’arena scaligera, poi le straordinarie coreografie tutte al maschile di Opus 100 — for Maurice, un duo creato da John Neumeier nel 1996 per il 70° compleanno di Maurice Bèjart, su musica di Simon & Garfunkel, interpretato assieme a Alexandre Riabko, e il pas de trois conclusivo ideato da Jiři Bubeníček.

Stefano Pagliantini

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