Sokolov, un palombaro della musica

SCHUMANN Arabeske op. 18; Fantasia in DO op. 17 CHOPIN Due notturni op. 32; Sonata n. 2 in si bemolle op. 35 pianoforte Grigory Sokolov

Milano, Sala Verdi del Conservatorio, 13 aprile 2016

Il tempo, con Grigory Sokolov, sembra scorrere immune dalle influenze, dagli stimoli e dalle distrazioni esterne, imperturbabile ed imperturbato. Ogni anno un solo programma, niente concerti con orchestra, nessuna intervista promozionale, una idiosincrasia antica per le sale di registrazione. In lui tutto scorre immune dal vortice del fare-tutto-subito-bene del concertismo attuale. Anche i tempi delle sue interpretazioni sono dilatati, come se la musica appartenesse ad una dimensione parallela, una dimensione onirica scandita dal ritmo di un orologio interiore. I suoi recital hanno un passo lento, come in un rito sacro. Iniziano alle 21.00 in punto senza il quarto d’ora accademico di attesa, hanno un lungo intervallo, si protraggono fin quasi a mezzanotte, dopo due ore effettive di musica e ben sei bis, quasi tutti schubertiani, come è accaduto nel recital milanese per la Società dei Concerti. Questa tendenza all’astrazione e all’interiorizzazione negli ultimi anni si è accentuata, come se l’ascoltatore fosse condotto ad un limite oltre il quale forse non c’è più la musica ma c’è solo l’idea del suono.

Era evidente, questa sensazione, nella Fantasia op. 17 schumanniana, maestosa, solenne, grave, appesantita — in particolare nel secondo movimento, come sprofondata nell’interiorità. Si sarebbe tentati di fare il paragone con Sviatoslav Richter e con i suoi tempi lenti, lentissimi, soprattutto negli ultimi anni della carriera. In Richter, però, la musica conservava un fuoco, una tensione drammatica anche nella lentezza. Con Sokolov, invece, la musica approda ad una dimensione sovrumana, di stagnante immobilità; il suono è contemplato nella sua pura fisicità, un’essenza quasi priva di movimento. Nella Fantasia op. 17, con Sokolov, alla narrazione si sostituisce la contemplazione e nel recital al Conservatorio milanese era evidente soprattutto nel finale, che è lento già di per sé e che diventa lentissimo con Sokolov, rallentato all’inverosimile. La musica sembra sul punto di evaporare fino al nulla ed invece non evapora, perché il pianista russo possiede un controllo delle dinamiche e del tocco ai limiti — oltre i limiti, verrebbe da dire — dell’umano. Come un pittore di icone immerso in un mondo di preghiera, dove ogni cosa appare senza rivelarsi, con lui la musica è essenza e non movimento, pura idea e non bellezza. Non a caso il suono di Sokolov è a tratti anche aspro, soprattutto nei fortissimi, anche perché l’ideale sonoro del pianista russo non fa riferimento ad una bellezza neoclassica, alla Arturo Benedetti Michelangeli per intenderci.

Nei pianissimi, invece, è un suono pastoso ed insieme lieve, che sembra provenire da lontano. È avvenuto con l’Arabeske, in apertura di serata, completamente trasfigurata in un’esasperante lentezza che lasciava emergere un’iridescenza ed una ricchezza timbrica orchestrali — ed è un paradosso, per un pezzettino pianistico dal sapore salottiero e dal tono tra il malinconico ed il sentimentale. Con Sokolov il salotto e la malinconia però scompaiono, perché il suo Romanticismo è incentrato tutto sull’estetica di Hoffmann e lo è non soltanto in Schumann, che di Hoffmann era un grande lettore, ma anche in Chopin, con i due Notturni op. 32 straniati nella loro esasperante lentezza, imbalsamati e quasi senza vita. Ancora una volta c’è il suono e non c’è il movimento: viene da chiedersi se esiste un limite oltre cui un interprete si possa ragionevolmente spingere. Presa di per sé, infatti, l’interpretazione dei due Notturni andava contro la destinazione salottiera dei brani e contro l’idea del cantabile, mutuato dal melodramma, che dell’estetica chopiniana è un elemento imprescindibile. Inserita nel contesto del recital questa interpretazione aveva una sua logica, per quanto estrema e discutibile.

Sokolov sta insomma diventando sempre più un palombaro della musica, che si immerge negli abissi della partitura per rivelarne i contrappunti nascosti e le voci interiori. Ecco una Seconda sonata chopiniana anch’essa lentissima, con un primo movimento sospeso sul nulla eppure inquieto, uno Scherzo in cui emergevano tutte le voci interne, una Marcia funebre talmente lenta da non essere più nemmeno una marcia, il cui Trio era asettico nel timbro e spogliato quasi del tutto della melodia, ed infine con un Presto finale straniato e impersonale (ma era così, forse, che lo immaginava Chopin), con ogni nota perfettamente sgranata anche nel pianissimo.

Si potrebbe pensare che nel sessantaseienne Sokolov, complice il passare degli anni e la stanchezza, sia in atto una involuzione e che certi stacchi di tempo siano dovuti ad un appannamento della tecnica, come accadeva con il vecchio Richter. In realtà la tecnica di Sokolov è ancora intatta — a Milano se ne è avuta una riprova nel secondo movimento della Fantasia op. 17 — e l’impressione è che il pianista russo stia portando alle estreme conseguenze la sua personale immersione nel repertorio romantico, per quanto sia difficile immaginare quali potranno essere gli ulteriori sviluppi.

Luca Segalla

 

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