Settembre, è tempo di suonare

 

 

 

 

 

 

Il numero di settembre coincide con il «vero» inizio dell’anno, anche in campo musicale: dopo l’abbuffata dei vari festival estivi, che in Italia stanno diventando davvero troppi, con la qualità sempre più messa a rischio dalla quantità (ma ci sono concreti segni di un’inversione di tendenza: un «darwinismo» di cui ci parla Giuseppe Pennisi nella Polemica), ricominciano le stagioni sinfoniche e liriche, pur fra mille difficoltà. Ma l’estate di quest’anno è stata anche un periodo di lutti dolorosi, e particolarmente duri sono stati quelli di Giorgio Gualerzi, un gentiluomo e un punto di riferimento per chiunque scriva di musica (a lui il suo concittadino Giorgio Rampone dedica un commosso ricordo), e soprattutto — per questioni di età — di Daniela Dessì, cantante la cui vera grandezza, pur già palese ai più, verrà secondo me capita con la prospettiva del tempo. Soprano lirico che ha saputo evolvere con intelligenza e misura dal repertorio più leggero e belcantista delle origini ai ruoli più spinti del repertorio, verdiano e verista (Aida, Turandot, Iris, Minnie), la Dessì è stata una delle ultime — e forse la migliore — esponente di un canto all’italiana in cui la saldezza tecnica era premessa insostituibile per una ricchezza di fraseggio che sempre poneva al centro l’umanità del personaggio. Ci mancherà molto. Una simile evoluzione la sta affrontando anche il nostro personaggio di copertina, Anna Netrebko, una delle grandi dive del teatro lirico odierno: ma chi pensa che sia una costruzione dei mass media o, come si diceva una volta, un frutto dello «strapotere delle multinazionali del disco» (frase, questa, oggi particolarmente ridicola), si sbaglia di grosso, perché il soprano russo, anche in questo nuovo disco verista, dimostra un talento e una personalità per nulla comuni. Accennavo, all’inizio, ai festival estivi: uno singolarissimo si svolge in Estonia, a Pärnu, sulle rive del Mar Baltico, dove il dominus loci è Paavo Järvi, assieme al padre Neeme. E tornare a parlare con lui, dodici anni dopo la precedente intervista, è qualcosa di tanto stimolante quanto lo è assistere ai suoi concerti, ricchi in pari misura di emozione e intelligenza. Ma tantissimi sono gli argomenti di cui la nostra — la vostra! — rivista tratta in questo numero: il ricordo di Roberto Brusotti di Fritz Wunderlich, uno dei massimi tenori del Novecento, a cinquant’anni dall’assurda scomparsa, nonché (ancora in tema di ricorrenze) un articolo britteniano, proposto da Ettore Napoli, che offre un interessante punto di vista su The turn of the screw, l’opera che la Scala mette in scena dal 14 di questo mese. E, per concludere, una piacevole, rilassata intervista con il trombettista Marco Pierobon, aperto alle esperienze più diverse ma con alle spalle una carriera prestigiosa nelle migliori orchestre mondiali. Settembre, infine, è da tanti anni il mese di quel felice esperimento che, nonostante i cambiamenti e i problemi, continua a essere Mito: il nuovo direttore artistico della manifestazione, Nicola Campogrande, ci parla dei suoi progetti mentre il giovane direttore varesino Alessandro Cadario, che in Mito si esibirà, si confessa all’indomani della sua nomina a direttore principale ospite dei Pomeriggi Musicali. A tutti auguro, allora, un felice inizio di anno musicale!

Nicola Cattò

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