Sesamo, apriti e… richiuditi: Alì Babà alla Scala

CHERUBINI Alì Babà e i quaranta ladroni A. Roslavets, F. Manzo, A. Quintavalla, R. Della Sciucca, M. Huseynov, R. Cavalluzzi; Orchestra e Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala, direttore Paolo Carignani regia Liliana Cavani scene Leila Fteita costumi Irene Monti

Milano, Teatro alla Scala, 25 settembre 2018

 

Come ci ha raccontato nell’intervista pubblicata nel numero estivo di MUSICA, Alexander Pereira si fa giustamente vanto dell’Accademia scaligera, aggiungendo che qualcosa del genere non ha pari nei grandi teatri europei: e ne ha ragione, vista la qualità di quanto prodotto in questi ultimi anni, qualità confermata anche da questo Ali Babà. A maggior ragione, però, non si capisce né il motivo che ha guidato la scelta di questo titolo né, allargando il raggio, quale sia il criterio di scelta delle opere da inserire nel Progetto-Accademia. Tolto il 2015, anno particolare per Expo, in cui l’Accademia rimise in scena il celeberrimo Barbiere di Ponnelle, gli anni successivi hanno visto la Zauberflöte con la tremenda regia di Peter Stein, quindi Hänsel e Gretel di Humperdinck e ora un salto all’ultimo Cherubini, con un titolo debolissimo e privo di particolare valore musicale, per il quale — tra l’altro — si è scelta l’infelice, musicalmente faticosa versione ritmica italiana di Vito Frazzi con cui l’opera aveva conosciuto l’unica altra apparizione novecentesca, sempre alla Scala, nel 1963 (oltre che, per amor di completezza, alla RAI di Roma nel ’75). Tanto valeva, allora, l’anno scorso scegliere la ben più poetica e felice traduzione nella nostra lingua (Nino e Rita, recitano i vecchi libretti) dell’opera di Humperdinck, che persino un Karajan non ebbe problemi a dirigere!

Alexander Roslavets (Alì Babà)

Nonostante l’ottimo Raffaele Mellace parli, nel programma di sala, di «finezze inesauribili» per un’orchestrazione che a me è parsa, salvo un bell’episodio nei ballabili del secondo atto affidato a corno e chitarra, assai convenzionale, resta assai difficile dare torto a Berlioz, peraltro nemico giurato di Cherubini, il quale, nei suoi Mémoires, racconta un celebre aneddoto, relativo alla sera del debutto (22 luglio 1833) all’Opéra, secondo il quale avrebbe offerto più volte, durante l’esecuzione, dei soldi per un’idea musicale, salvo poi concludere, sconfortato nel prosieguo dell’ascolto, di «non essere ricco abbastanza». Alì Babà, in effetti, è una commedia che non fa mai ridere, un’opéra comique malamente trasformata in grand-opéra ma senza esserlo, con una drammaturgia poco funzionale e una musica in cui, seguendo Berlioz, invano si cercherà qualcosa che vada al di là del gran mestiere. Insomma, il genio di Medée, capace di sublime statura tragica e di creare melodie come «Ah, nos peines» (in italiano «Solo un pianto»: è l’aria di Neris), in questa sua ultima partitura si affida a un mestiere ormai fuori dal tempo: come ricorda l’allievo Halévy (forse anche autore dei ballabili), lo stesso Cherubini ammise che l’opera “è troppo vecchia per vivere a lungo”.

Francesca Manzo (Delia) e Riccardo Della Sciucca (Nadir)

Tanto sforzo per nulla, insomma: peccato, perché l’Accademia della Scala, nella nona delle ben dieci recite programmate, ha fatto il possibile per fornirne un’esecuzione credibile e precisa, partendo dall’eccellente esecuzione orchestrale, precisa e frizzante a partire dal quell’Ouverture che Toscanini teneva in repertorio: la bontà del lavoro di Paolo Carignani è tale che la sua presenza alla Scala dovrebbe essere più frequente. Nel cast spiccava la luminosità vocale del Nadir di Riccardo Della Sciucca (voce “avanti”, timbro gradevole, acuti ben squillanti) e la Delia di Francesca Manzo, che però deve perfezionare l’emissione nel passaggio superiore: molto bella, in ogni caso, la sua aria del terzo atto, uno dei pochi momenti da ricordare della partitura. Fra il sufficiente e il modesto gli altri cantanti, mentre lo spettacolo di Liliana Cavani era tanto gradevole quanto tradizionale, con appena una spolverata di modernità nell’inizio del Prologo e del Terzo atto, ambientati in una biblioteca in cui quattro ragazzi (che poi saranno Alì, Delia, Nadir e Aboul-Hassan) leggono la storia di Alì Babà. Ma forse nulla poteva dare dimensione teatrale ad un’opera che ne era così priva: il proverbiale sesamo può richiudersi per molti altri decenni.

Nicola Cattò

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