Salviucci e Rossini, i lunedì di Santa Cecilia

SALVIUCCI Pensiero nostalgico, Sei pezzi, Quartetto in do maggiore, Serenata per nove strumenti, Sinfonia da camera per 17 strumenti Überbrettl Ensemble

Roma, Parco della Musica, Accademia Nazionale di S. Cecilia, Teatro Studio, 8 ottobre 2018

ROSSINI Petite Messe Solennelle M. Devia, S. Mingardo, S. Romanovsky, M. Pertusi; Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Ciro Visco pianoforte Michele Campanella, Monica Leone harmonium Daniele Rossi

Roma, Parco della Musica, Accademia Nazionale di S. Cecilia, Sala S. Cecilia, 15 ottobre 2018

 

Suoni diversi dal consueto dei concerti sinfonici al Parco della Musica, in due serate dal programma assai pregevole. La prima veniva interamente dedicata, a conclusione d’un convegno, ad opere di Giovanni Salviucci. Il suo nome era una volta frequente nei concerti dell’Accademia o delle orchestre RAI. L’Ouverture, la Sinfonia italiana, l’Alcesti, l’Introduzione, passacaglia e finale, la Sinfonia da camera erano curate da bacchette quali Dimitri Mitropoulos, Carlo M. Giulini, Gianandrea Gavazzeni. Et pour cause: Giovanni Salviucci, nato a Roma nel 1907 ed ivi prematuramente scomparso nel 1937, aveva fatto in tempo a studiare prima con Ernesto Boezi (il maestro celebre della Cappella Giulia), poi con Ottorino Respighi, nella classe di questi essendo compagno di Ennio Porrino. E affermandosi presto, ancor ventenne, nella stima d’un Casella, d’un Petrassi (“era il migliore di noi tutti” scriverà questi) e del pubblico non solo romano. L’omaggio resogli dalla “sua” Accademia di S. Cecilia è stato necessario, dunque e valido, ma non sufficiente. Non sufficiente perché, se omaggio a Salviucci si voleva (e si doveva) fare, non era da farsi in uno spazio di labirintico reperimento come il Teatro Studio e davanti a cinquanta persone, quasi tutte familiari ed amici superstiti del compositore. Era impensabile collocare – nell’ottantesimo dalla morte e nei centodieci dalla nascita – uno dei brani sopra citati nei programmi della stagione sinfonica, ove un suo lavoro non si esegue dal 1989? Valido, quanto a ciò che s’è ascoltato, certamente sì. Dei brani giovanili in apertura di programma, il Pensiero nostalgico per violoncello e pianoforte, nel guardare a Massenet o a Fauré, afferma già una personalità propria e volitiva. Pari senz’altro nei Sei pezzi per violino e pianoforte, brani destinati all’uso liturgico, assorti e memori dei maestri barocchi messi alla moda da Respighi e non solo. Tuttavia quando si comincia ad ascoltare il Quartetto in do maggiore, si comprende quale perdita, con la sua improvvisa assenza, il Novecento italiano in musica abbia subito. La nobiltà delle idee, il rigore della forma e del contrappunto, la tensione espressiva severa, ma continua, la stilizzazione assoluta, dicono d’una mente e di un’arte non troppo discosta (in pittura e per far un esempio) dal mondo d’un Giorgio Morandi. Livello e dimensione avallate in pieno dai seguenti Serenata per nove strumenti e Sinfonia da camera per diciassette strumenti. Postuma la prima, (e addirittura inedito il Quartetto), conosciutissima la seconda, ci mettono di fronte ad una personalità importante, d’una acribia perfezionistica non seconda a un Hindemit, ma lucidamente scossa da quelle “frenesia, violenza, colore abbagliante” che Gianfrancesco Malipiero gli profetizzava per tempo, invitandolo a non “nascondere i sentimenti”. Consigli attuati e portati ad acumine proprio nella Serenata (e nella straordinaria, ultima Alcesti, per coro e orchestra). Puntualissima, levigata e trasparente l’ottima esecuzione dei solisti e del complesso dell’Überbrettl Ensemble.

Moltiplicato all’ennesima potenza, il pubblico del lunedì successivo ha tributato un vero trionfo ad un’esecuzione della Petite Messe Solennelle di Rossini intesa a rivaleggiare, non seconda, con quella celebre del 2004 (Sawallisch e Gabbiani, Mei, Barcellona, Polenzani, Scandiuzzi). Qui Michele Campanella con la Devia e la Mingardo, Romanovsky e Pertusi, nell’inaugurare la stagione di musica da camera dell’Accademia, ha anche reso omaggio ai centocinquant’anni dalla scomparsa del Cigno pesarese. Indiscussa e indiscutibile la somma perizia di Campanella al piano: la bellezza sempre, la sottigliezza o talora l’espansione del suono (due Fazioli in campo), l’evocazione colta di memorie e profezie, da Bach a Satie, da Beethoven a Liszt a Poulenc (Sawallisch aveva un’inflessione tutta schubertiana, mai clamorosa, come appena mormorata), l’assorta venerazione per la partitura nell’Urtext stupendo, hanno oggi pochi confronti. Dove siamo un poco dubbiosi è sulla scelta di tempi assai lenti (gli andanti e andantini erano quasi adagi) e con agogiche interne poco variate: forse per dare al dernier peché sacro rossiniano un ancor più pensoso e crepuscolare significato, ma con il rischio a tratti di parer un nulla lugubre. Spettacolare l’apporto dei quattro solisti di canto: intatta e luminosa la Devia, solenne e magica la Mingardo; squillante e giovane Romanovsky (resti nel suo repertorio, sempre!), potente e commosso Pertusi. Bene gli altri solisti al piano e all’harmonium (Monica Leone e Daniele Rossi) e il superbo coro, essendo quasi irrilevanti talune incertezze negli attacchi. Come si diceva sopra, applausi a non finire.

Maurizio Modugno

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