Salonen a Verona per il Settembre dell’Accademia

SCHÖNBERG Verklärte Nacht Op. 4 BRUCKNER Sinfonia n. 7 in mi bemolle maggiore Philharmonia Orchestra, direttore Esa-Pekka Salonen 

Verona, Teatro Filarmonico, 22 settembre 2018

 

L’atteso ritorno di Esa-Pekka Salonen per la stagione sinfonica veronese del “Settembre dell’Accademia” rivela nuove sorprese con la Philharmonia di Londra. Con l’orchestra di cui è direttore musicale dal 2008 e con cui collabora da trent’anni, il maestro finlandese sceglie la purezza degli archi per aprire il concerto con Verklärte Nacht di Schönberg nella versione orchestrale – sempre per archi – del 1917, rivista nel 1943, sottile fil rouge timbrico col successivo incipit della Settima di Bruckner. Salonen riesce a concentrare grandi tensioni in piccoli spazi, in gesti basilari, anche nel pianissimo e nelle pause, dosa gli sviluppi delle frasi fino al culmine senza mai abusare del vibrato, l’acme non è mai sopra le righe. L’equilibrio di tutte le sezioni dosa il cantabile a pennello senza far notare gruppi strumentali prevalenti, in una parità assoluta di rapporti poetici. Salonen è davvero eccellente in queste pagine per archi, in cui all’interno dell’uniformità timbrica trova dimensioni contrastanti e chiaroscuri di commossa espressività: si veda per esempio anche la registrazione di Metamorphosen di Strauss, forse la migliore per coerenza col testo e forza comunicativa. Sarà un dono dei maestri nordici sapersi guardare dentro, così come Verklärte Nacht dà sempre enorme soddisfazioni ai musicisti (sguardi compiaciuti, intese, coinvolgimento appassionato, provate a cercarlo in molte orchestre), ed è pur vero che con una grande compagine d’archi si percepiscono tutte le intime vibrazioni di questo capolavoro che partecipa all’avvio dello Jugendstil e che Salonen riporta a una linearità di forme cantabili davvero essenziali. Magico l’accordo finale. L’intensità di Salonen lo porta a saper gestire con sopraffina coerenza il percorso nelle grandi lunghezze: dalla complessa e lunga pagina di Schönberg in un unico movimento, come un’apparizione in un unico respiro, la fluviale Settima di Bruckner sgorga da un gesto plastico che entra nel suono e lo plasma. Come chiude bene ogni frase Salonen e come la sostiene l’orchestra, attraverso un suono flessibile e delicato, ma compatto allo stesso tempo, caratteristica tipica delle orchestre inglesi, specie degli archi e degli ottoni, che a un certo punto risuonano con una tale flessibilità da sembrare archi stessi. Salonen non si prende affatto il rischio di svanire in contemplazioni oniriche fini a se stesse che potrebbero disgregare il discorso musicale: regna piuttosto una consequenzialità che trascina l’ascolto. Ovazioni e applausi ritmati, ma dopo Bruckner non si concedono bis.

Mirko Schipilliti

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