«Rossini in Wildbad», il festival stacanovista della Foresta Nera

ROSSINI L’italiana in Algeri L. Kubla, S. Blanch, S. A. De Stefano, G. Vlad, A. V. Pitts, M. Meić, D. Caputo; Camerata Bach Chor Posen, Virtuosi Brunenses, direttore José Miguel Pérez-Sierra regia Primo Antonio Petris

LINDPAINTNER Il vespro siciliano M. Meić, C. Arrieta, D. Formaggia, S. Dalla Benetta, S. Bañeras, S. Blanch, A. V. Pitts, C. Natale, D. Whiteley, D. Caputo, D. Russo, G. Vlad, M. Simonelli, B. Zolubak, J. Wróblewski; Camerata Bach Chor Posen, Virtuosi Brunenses, direttore Federico Longo

ROSSINI L’inganno felice A. Sargsyan, S. Dalla Benetta, B. Anderzhanov, T. Bracci, L. Regazzo, T. Dionis; Virtuosi Brunenses, direttore Antonino Fogliani regia Jochen Schönleber scene Robert Schrag costumi Claudia Möbius

ROSSINI Bianca e Falliero L. Kubla, K. Tarver, B. Anderzhanov, M. Banaś, V. Yarovaya, C. Forte, M. Viotti, A. Sargsyan; Camerata Bach Chor Posen, Virtuosi Brunenses, direttore Antonino Fogliani regia, scene e costumi Primo Antonio Petris

Bad Wildbad, Trinkhalle e Königliches Kurtheater, 22, 23 e 24 luglio 2015

Il giorno più emblematico di questa edizione del festival «Rossini in Wildbad» è stato giovedì 23 luglio: al pomeriggio, nella Trinkhalle, ha avuto luogo l’anteprima del Vespro siciliano di Lindpaintner, e alla sera, nella piccola bomboniera del Königliches Kurtheater, è andato in scena L’inganno felice di Rossini. Due opere che più diverse non potrebbero essere, affidate alla stessa orchestra e… alla stessa protagonista! sì, perché, a seguito della defezione dell’interprete inizialmente annunciata, Silvia Dalla Benetta si è trovata a coprire il ruolo di Eleonora nel Vespro, e ad affrontare recite in giorni coincidenti. È un esempio di quel lavoro intenso e appassionato, a tratti persino un po’ frenetico — molti interpreti sono impegnati in più d’un ruolo, per cui è inevitabile, qua e là, percepire segni d’affaticamento, nei solisti come nelle compagini sinfonico-corali –, che coinvolge non solo il team artistico ma tutta l’organizzazione di Wildbad, e permette a un piccolo festival con risorse finanziarie limitate di portare in scena in pochi giorni cinque titoli, per lo più desueti, di belcanto (ragioni logistiche insormontabili mi hanno impedito di seguire Le cinesi di Manuel García). Molto spazio è stato riservato, in questa edizione, ai giovani che hanno frequentato le masterclass locali. Interamente appannaggio loro è stata L’italiana in Algeri, da ascoltare, chiaramente, come un saggio di Conservatorio, nel quale, tra potenzialità da sviluppare e limiti tecnici da superare, si sono distinti il mezzosoprano Silvia Aurea De Stefano (peccato vederla confinata al ruolo di Zulma) e il basso Laurent Kubla, abile nell’incarnare il tronfio ma ingenuo bey d’Algeri. Efficace è stato l’allestimento semiscenico, curato da Primo Antonio Petris, che, privo di scene e costumi e con coro statico, ha saputo far vivere con freschezza i rapporti tra i personaggi.

Lo stesso regista ha curato la messa in scena di Bianca e Falliero, che è stata egualmente efficace e, a ben vedere, quasi egualmente semiscenica, limitandosi i costumi ad abiti da sera moderni, e le scene a cornici e proiezioni fotografiche. Si tratta di un titolo rossiniano difficile, i cui risultati estetici, forse, non sono proporzionali agli enormi sforzi richiesti ai solisti. Fatto sta che, quando Bianca, poco prima della cabaletta conclusiva, intona i versi «Deh! respirar lasciatemi / un sol momento almeno», sembra che l’interprete stia parlando di se stessa; e il respiro ha giovato al soprano Cinzia Forte, che, giunta stremata al termine della partitura, nella cabaletta dalle colorature sgranate e espressive ha riscattato un II atto lievemente opaco, per tornare a incarnare la protagonista con la perspicuità che l’aveva caratterizzata nel I atto, evitando troppa leziosità nella cavatina d’esordio e tratteggiando, insieme a Falliero, la disperazione silenziosa, più dolorosa proprio perché appena sussurrata, che attanaglia gli innamorati nel loro primo duetto. Anche il mezzosoprano Victoria Yarovaya, nei panni dell’eroe en travesti, accusa alla fine qualche stanchezza, comprensibile in una parte tanto impervia affrontata ponendo attenzione ai variegati momenti affettivi che il personaggio attraversa e alle arditezze belcantistiche, astratte ma così soavi, di cui sono esempio le variazioni acute cantate in piano nella prima cabaletta. Il tenore Kenneth Tarver (Contareno) dispone di grande estensione e bel falsetto, mentre il basso-baritono Baurzhan Anderzhanov (Capellio) sa svelare un sentito accento umano nel concertato del finale I; il carisma interpretativo di questo giovane merita d’essere tenuto d’occhio, considerato che ha saputo con pari appropriatezza ricoprire il ruolo antitetico del “cattivo” Ormondo nell’Inganno felice. Non promette male il mezzosoprano Marina Viotti, ma il suo ruolo (Costanza), già secondario, è stato falcidiato dai numerosi tagli che hanno colpito le scene in recitativo: un appunto, questo, che va mosso al festival e al direttore musicale Antonino Fogliani, che da anni ne è bacchetta protagonista (un po’ tempestosa, a volte, ma sempre efficace), perché, dopo l’assoluta integralità che aveva caratterizzato Semiramide (2012) e Guillaume Tell (2013), ascoltare i titoli più rari con tagli di varia entità non può essere percepito che come arretramento.

Fogliani ha diretto anche L’inganno felice, distintosi per l’interpretazione a tutto tondo con cui Silvia Dalla Benetta — pur comprensibilmente affaticata nei passaggi più tecnici della seconda aria — ha tratteggiato Isabella, donna afflitta ma capace di tener testa con carattere e sprezzatura agli uomini che avevano ordinato ed eseguito il suo tentato omicidio. I due buffi, e cioè il basso-baritono Tiziano Bracci (Batone) e il basso Lorenzo Regazzo (Tarabotto) hanno saputo far emergere il contrasto tra il linguaggio comico e la loro natura di personaggi seri, pavido e servizievole il primo, ingegnoso e astuto il secondo. Il loro duetto è risaltato proprio nel suo essere graffiante parodia del duetto buffo. Regazzo, inoltre, da vero uomo di teatro ha vivificato la regia, semplice ma funzionale, di Jochen Schönleber; una delle migliori tra quelle che ogni anno propone il direttore artistico del festival, nella quale non disturbavano né i costumi moderni né la barca posta in mezzo alle montagne, oggetto della memoria e non della realtà.

La vera rarità del festival, quella da “ora o mai più” — ma ne è stata realizzata una registrazione, che dovrebbe comprendere anche i passi che nell’esecuzione dal vivo in forma di concerto sono stati tagliati — era Il vespro siciliano, «melodramma eroico con ballo» che il compositore tedesco Peter Joseph von Lindpaintner portò in scena a Stoccarda nel 1843. Modello di Lindpaintner fu indubbiamente il grand-opéra francese, dal quale prese il gusto per i soggetti storici, le dimensioni grandiose, la dilatazione della vicenda in episodi secondari in cui un numero impressionante di personaggi assurge al rango di voce protagonista, le scene d’assieme monumentali e i balli, la variegata struttura dei numeri musicali. La vicenda ha ben poco in comune con quella del successivo titolo verdiano omonimo, limitandosi i punti di contatto al personaggio di Procida e ad alcune scene che lo coinvolgono, tra cui la rivolta che scoppia nel finale; qui è Carlo d’Angiò in persona a voler possedere Eleonora, moglie del proprio favorito siciliano, il conte di Fondi, il quale segretamente parteggia per gli aragonesi e prepara la ribellione. La musica è tanta e di buona fattura, piacevole all’ascolto e in molti passi coinvolgente, ma riesce difficile individuare un’unitarietà drammaturgica che tenga in piedi con solide ragioni strutturali quello che rischia di essere un grande castello di carte. Quel che è certo è che, per valorizzare una partitura di questo genere, è necessario avere a disposizione un cast in grado di affrontare Guillaume Tell e Les Huguenots; cast che, a Bad Wildbad, al di là di alcuni elementi pregevoli e delle buone intenzioni di tutti, non c’era. Ed è ancora più certo che l’opera meriterebbe d’essere riproposta nella sua lingua originale, il tedesco. Al festival, invece, è stata eseguita la versione italiana, coeva ma, a quanto risulta, mai sinora rappresentata; versione che fu approntata da Wilhelm Häser, e un libretto italiano scritto da un tedesco di metà Ottocento è cosa da far rimpiangere amaramente le traduzioni di Calisto Bassi. La scelta, incomprensibile da un punto di vista musicologico, a maggior ragione in Germania, e forse dettata da ragioni pragmatiche, non contribuirà al riscatto del Vespro siciliano, al quale non sappiamo se verrà offerta una seconda possibilità; titolo e autore, tuttavia, meritano di essere conosciuti, per scoprire una pagina ignota ai più del teatro e del gusto musicale tedesco di metà Ottocento. Quanto al festival «Rossini in Wildbad», che nelle sue intenzioni programmatiche resta una delle rassegne più interessanti del panorama estivo europeo, vogliamo raccomandare agli organizzatori di tener fede al proprio progetto con la fiducia e l’entusiasmo che da sempre li caratterizza, misurando le forze disponibili per evitare lo spiacevole effetto che talvolta generano i passi più lunghi delle gambe.

Marco Leo

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L’inganno felice

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L’Italiana in Algeri

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Bianca e Falliero

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Il vespro siciliano

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