Rarità italiane al di là delle Alpi

CATALANI La Wally A. Arteta, B. Szabó, V. Bilyy, Y. Lee, I. Lesyk-Sadivska, A. Mhamdi, B. Balmelli; Chœur du Grand Théâtre de Genève, Orchestre de la Suisse Romande, direttore Evelino Pidò regia Cesare Lievi scene e costumi Ezio Toffolutti

Ginevra, Grand Théâtre, 20 giugno 2014

ROSSINI La gazzetta L. Kubla, E. Rocha, E. Marabelli, C. Forte, J. Bailly, M. Minarelli, R. Joakim, J. Calatayud, L. Farrauto; Orchestra e Coro dell’Opéra Royal de Wallonie, direttore Jan Schultsz regia Stefano Mazzonis di Pralafera scene Jean-Guy Lecat costumi Fernand Ruiz

Liegi, Théâtre Royal, 26 giugno 2014

ARRIETA La conquista di Granata N. Intxausti, G. Piunti, M. Wehrum, L. Ferrando, A. Gans, T. Wendt, C. V. Cozma, A. Ivanov, N. Anisimov, C. Jang, S. Han; Coro dello Stadttheater Gießen, Philharmonisches Orchester Gießen, direttore Jan Hoffmann regia Cathérine Miville scene e costumi Lukas Noll

Gießen, Stadttheater, 28 giugno 2014

Che cosa accomuna tre opere, composte a distanza di diversi decenni, come La gazzetta di Rossini (1816), La conquista di Granata di Arrieta (1850) e La Wally di Catalani (1892)? Il fatto di essere titoli rari di melodramma italiano (anche La conquista di Granata, scritta in Spagna da un compositore spagnolo su libretto di Temistocle Solera, rientra in quel capitolo fecondissimo della storia del nostro melodramma che fu l’opera italiana oltreconfine) che tre teatri stranieri hanno scelto per concludere le loro scorse stagioni. I caratteri di queste opere e la storia della loro fortuna divergono profondamente.

La Wally, fino a qualche decennio fa, godeva di una discreta popolarità, sfumata in seguito al mutare del vento critico e dei gusti del pubblico che, con poche eccezioni, ha reso démodé il teatro musicale fin de siecle. Riproporre oggi l’opera non è semplice: occorrono interpreti che sappiano scandagliare i personaggi in profondità, contenendo le pose espressionistiche e restituendoli a tutto tondo all’ascoltatore. Infatti, mentre il teatro pucciniano riesce a portare con immediatezza sulla scena i drammi eterni della vita umana, nella Wally si corre il rischio che le vicende degli amori e degli odi che dividono gli abitanti di due villaggi alpini tocchino poco le corde dello spettatore odierno, che si limita a osservare con un certo distacco il bozzetto etnografico e concentra la propria attenzione sui protagonisti. I solisti blasonati che il Grand Théâtre aveva annunciato a inizio stagione (Barbara Frittoli e Gregory Kunde) hanno rinunciato all’ingaggio, e i loro sostituti, in evidente difficoltà con la lingua italiana, sono solo parzialmente riusciti nell’arduo compito loro affidato. Il soprano Ainhoa Arteta, nei panni della protagonista, risulta appropriata nelle scene di più spiccato gusto verista (come il finale II, quasi parlato e plasticamente valorizzato dalla regia) o di delirio più immaginifico (come la visione dell’ultimo atto); ma i passi di abbandono lirico sono alquanto penalizzati dalla mancanza di un sicuro dominio dello strumento. Il tenore Yonghoon Lee dispone di una voce importante, voluminosa e brunita, che piacerebbe sentire più morbida e arrotondata; alcuni chiaroscuri sono suonati un po’ troppo marcati, anche nel duetto finale (unico passo, a dire il vero, nel quale la figura di Hagenbach abbia agio di esprimere la propria umanità), pur interpretato con la giusta passione. Sicché il personaggio più interessante risulta essere Gellner, l’innamorato non corrisposto che su ordine di Wally si rende omicida, commovente come viene tratteggiato dal baritono Vitaliy Bilyy esprimendo la dolcezza e la violenza che i timidi spesso racchiudono in sé; e i momenti più apprezzati, a parte l’atto finale, sono stati gli ensemble del II atto, con il sapido quartetto di chiara derivazione buffa in cui Hagenbach, dolcemente rimproverato dalla fidanzata Afra, si vanta delle proprie abilità di seduttore, e con il coro delle ragazze di Sölden che prendono in giro la sedotta Wally lasciando trapelare un profondo compatimento. Evelino Pidò ha svolto con correttezza il proprio compito, ma, rispetto ad altre sue prove recenti, non si è riconosciuta un’evidente impronta personale nella direzione. L’allestimento, pur peccando a tratti di eccesso di cartapesta, o di trascuratezza verso alcuni dettagli non propriamente insignificanti (se il III atto si apre con un preludio che descrive il crepuscolo, perché in scena è già notte fonda?) ha avuto il pregio di mantenere l’ambientazione alpina dell’opera.

La gazzetta, rappresentata con scarso successo a Napoli nel settembre 1816, se paragonata ai titoli adiacenti del catalogo rossiniano rischia di fare la figura del nano in mezzo ai giganti. Tuttavia, non è priva di ragioni di interesse: innanzi tutto, fu l’opera per cui Rossini compose l’ouverture passata in seguito alla Cenerentola; e poi, la partitura è sempre percorsa da fervida vis comica e mostra un valido campionario d’esempi della tecnica rossiniana del riuso di materiali musicali, presi dal Barbiere, dalla Pietra del paragone e soprattutto dal Turco in Italia: per i passi tratti da quest’ultimo titolo spicca il trasferimento del rapporto conflittuale tra marito e moglie (Geronio e Fiorilla) nel conflitto intergenerazionale tra padre e figlia (Pomponio e Lisetta). Infine, la vicenda, ricavata dal Matrimonio per concorso di Goldoni, di un parvenu che, per trovare un buon partito alla figlia, va a Parigi e pubblica su un giornale (su una gazzetta, appunto) un annuncio sfacciatamente commerciale per render note le proprie intenzioni, non è priva d’attualità nella sguaiata società dei nostri giorni. Forse è per questa ragione che l’allestimento, curato dal direttore artistico dell’Opéra Royal de Wallonie, Stefano Mazzonis di Pralafera, prevede un’ambientazione contemporanea con costumi sgargianti: l’idea è buona, anche se poi cede a qualche eccesso, come la presenza ossessiva del servo muto Tommasino, o la ridicolizzazione di passi che già sono dotati di una fine comicità intrinseca (tra questi, il quintetto del I atto, eseguito per la prima volta in tempi moderni in quanto rinvenuto solo due anni fa). La folta compagnia dei solisti è stata piuttosto disomogenea, e forse per questa ragione sono stati operati alcuni tagli (le arie di Doralice e di Madama La Rose), che spiacciono sempre e tanto più quando ci si confronta con una partitura sconosciuta; i tagli ai recitativi, poi, hanno rischiato più volte di compromettere l’intelligibilità e la consequenzialità dei numeri musicali. Tra gli interpreti spiccava l’Alberto di Edgardo Rocha, tenore chiaro rossiniano non privo di un certo peso vocale, adatto più che mai al ruolo dell’amoroso, esperto fraseggiatore dei recitativi e maestro nella tecnica belcantistica, sfoggiata in particolare, tra mezza voce e messe di voce, nell’aria del II atto. Il soprano Cinzia Forte è una Lisetta brillante, incisiva e pungente, a tratti persino un po’ spigolosa; il suo meglio emerge nell’aria «Eroi li più galanti», per la vivida espressività conferita tanto al recitativo accompagnato introduttivo quanto ai virtuosismi sbarazzini. Appropriate le due principali voci gravi: Enrico Marabelli, nel ruolo buffo dialettale di Don Pomponio, ben padroneggiato anche scenicamente; e Laurent Kubla, interprete di Filippo, accorto fraseggiatore di gusto barocco. Poco si ricorda degli altri solisti, le cui parti, quando avevano consistenza, sono state falcidiate dai tagli.

Passati gli anni dell’entusiastica scoperta del mondo del melodramma, capita abbastanza raramente di ascoltare un’opera sconosciuta e riconoscere in essa un capolavoro. Una delle occasioni in cui mi è personalmente capitato fu quando ascoltai per la prima volta La conquista di Granata di Emilio Arrieta, nell’edizione discografica realizzata a Madrid nel 2006. La sensazione si è ripetuta, pur in presenza di qualche imperfezione esecutiva, assistendo alla prima ripresa moderna in forma scenica dell’opera, nella bomboniera dello Stadttheater di Gießen. La partitura di Arrieta si inserisce nel solco tracciato dal giovane Verdi, e usa con immediatezza ed efficacia le strutture del melodramma dei suoi anni – la solita forma viene applicata addirittura a un coro! – per esprimere con perspicuità sentimenti e ideali. Chi non ama il giovane Verdi difficilmente amerà La conquista di Granata, ma chi apprezza le opere degli «anni di galera» non potrà esimersi dal riconoscere in essa una dei migliori frutti di quel linguaggio drammaturgico-musicale: le vicende politico-militari (la conquista dell’ultimo regno moro della Penisola Iberica) e quelle sentimentali (l’amore contrastato tra un soldato spagnolo e una giovane araba) si intrecciano con naturalezza, dando vita a pagine ragguardevoli su entrambi i fronti. La regia, di impostazione tradizionale sia pur non didascalica, ha voluto sottolineare la componente sanguinosa del conflitto, sulla quale Arrieta soprassiede, al punto di trasformare Lara, compagno d’arme e amico del protagonista Gonzalo, in una figura negativa che non è e non dovrebbe essere (e l’interpretazione poco aggraziata del baritono Adrian Gans dava credito alla lettura registica). Il soprano Naroa Intxausti è interprete espressiva, ma non possiede la scaltrezza tecnica che la vocalità di Zulema richiederebbe, tanto nell’agilità quanto nel filato; forse per questo motivo la sua parte è stata ridotta con spiacevoli tagli. Annunciato come indisposto era il basso Calin Valentin Cozma (Muley-Hassem), il quale, al di là di un affaticamento via via crescente, ha coperto il ruolo in maniera onorevole. Il tenore Leonardo Ferrando ha scolpito a tutto tondo la figura di Gonzalo, grazie al sapiente uso della voce chiara, dotata di fini sfumature di colore e di nitido squillo nel registro acuto, con la quale ha incarnato tanto la tenerezza dell’innamorato quanto il valore del campione militare. Pur restando a latere della trama sentimentale, “regina”, in tutti i sensi, dell’opera è Isabella di Castiglia, che Arrieta celebra come sovrana illuminata, conquistatrice di Granata e campionessa del cattolicesimo, e al contempo come donna dalla profonda umanità, dedicandole alcune tra le pagine più ispirate della partitura. Il mezzosoprano Giuseppina Piunti, con suoni bruniti ma sempre ben timbrati e colori appropriati, è riuscita a incarnare questa sfaccettata figura, arrivando a commuovere nell’aria «Sola, io sola la scintilla», nella quale Isabella, andando un po’ al di là della realtà storica, divina la scoperta dell’America. Lo Stadttheater e la cittadina dispongono di un coro e un’orchestra ragguardevoli, sia quanto a dimensioni sia quanto a preparazione, che hanno dato buona prova sotto la guida di Jan Hoffmann.

A Gießen, ogni anno viene inserito in cartellone un titolo raro di belcanto (nel 2015 sarà Linda di Chamounix). In Italia, negli ultimi anni, ascoltare rarità d’opera italiana – fatti salvi specifici festival come il ROF, che ha annunciato La gazzetta per il 2015 – è sempre più un’utopia. Una vicina di poltrona, a Ginevra, si chiedeva se La Wally venisse rappresentata spesso in Italia, e si è stupita della risposta negativa. Quanto a fiducia nel nostro patrimonio musicale, l’estero ci deve insegnare qualcosa.

Marco Leo

La Wally

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La gazzetta

La gazzetta - Liegi

La conquista di Granata

La conquista di Granata - Giessen

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