Pletnev, o il “demone” della tradizione classica

MOZART Sonata in Mi bemolle K 282; Sonata in DO «Parigina» K 330 BEETHOVEN Sonata in La bemolle op. 110; Sonata in Do minore op. 111 SCARLATTI Sonata “Pastorale” K 9 pianoforte Mikhail Pletnev

Firenze, Teatro della Pergola, 15 febbraio 2020

Nuovamente in Italia per una serie di concerti, ritornando su un fortunato programma già proposto nel 2018, Mikhail Pletnev avvia in punta di piedi il suo recital fiorentino per gli Amici della musica di Firenze, ma svelandoci subito un mondo spirituale che – come sempre – non ci aspetteremmo. Aprendo con l’elementare incipit della Sonata K 282, ci mostra immediatamente quanto il sublime di Mozart riesca a inscriversi nelle piccole figure, nei minimi gesti, cogliendo la sua grandezza tanto nei dettagli quanto nelle figure ordinarie comuni all’epoca ma rinate nelle sue pagine. Quello che impressiona e colpisce sempre in Pletnev è la continua meditazione sulle forme e le strutture della musica senza uscire mai dagli schemi più riconoscibili, in un perenne contrasto tra la sua impassibilità e la potenza comunicativa che si sprigiona dal controllo infinitesimale del suono e dalla forza carismatica dell’espressione del fraseggio. Non è più nemmeno questione di filologie, qui viaggiamo oltre, all’interno della materializzazione effettiva del ruolo dell’interprete che si fa autentico artista, medium tra compositore e pubblico, e senza il quale la musica non potrebbe esistere.

In questa visione del classicismo la leggerezza – una leggerezza dell’essere, profonda e indagatrice – regna sovrana, senza seguire, appunto, un rigore filologico ma un rigore linguistico interno, fra suoni contenuti e giuste risonanze, senza dimenticare che gli strumenti a tastiera antichi non erano proprio così “secchi”. Il cantabile è sempre presente, anche nel pianissimo più indistinto, quasi si volesse leggere ogni linea in senso vocale, atteggiamento tipico e caratteristico di molti stilemi mozartiani; infallibile l’articolazione pungente di ogni inciso ritmico. Nella sonata K 330 Pletnev isola figure, elementi, strutture che rappresentano la via con cui Mozart focalizza la propria unicità rispetto alle prassi compositive più diffuse, esatti rapporti staccato-legato, l’umorismo del finale, la poesia disarmante dell’Andante cantabile. Un Mozart appeso a un filo, da togliere il fiato, dove tutto è sì risolto, ma mai rassicurante, immerso in una via di ricerca a cui non tutti sono capaci di allinearsi, pianisti, musicisti, ma anche ascoltatori: qualcuno potrebbe persino turbarsi se troppo discostato da visioni cristallizzate della storia della musica e dell’interpretazione. Qui non è nemmeno questione di libero arbitrio, bensì di coerenza assoluta, secondo una visione unitaria che oggi è una sfida poter incontrare. Pletnev pone persino problemi di filosofia della musica: dove sta la “musica” realmente? Nella partitura? Nel suono? Nella mente dell’interprete? Nella nostra immaginazione? Ci spinge così a superare la dicotomia interprete-compositore, come se la visione dell’interprete stesse da una parte diversa dalla “verità”. Ma dove stia questa “verità” ce lo dovrebbero spiegare certi suoi detrattori, perché Pletnev va ben oltre la correttezza stilistica o un mero fenomeno attrattivo di “interesse”. Sta piuttosto nella nostra maturità e intelligenza saper imparare a riconoscere chi si esprime con logica, chi sa essere artista e immedesimarsi totalmente nella musica.

I significati della sonata op. 110, fra i mostri sacri beethoveniani, sublimano da una concezione poetica che considera l’Arioso dolente centrale come un centro propulsore che si irradia sul resto del brano in un clima desolante e nostalgico, rarefazione del classicismo più olimpico. Pletnev interiorizza le forme, sa isolare le strutture e gli elementi culminanti, proponendone non “la” lettura, ma comunque una lettura illuminante e indimenticabile. Quanti invece non ne hanno alcuna, totalmente disorientati fra le dinamiche linguistiche beethoveniane? Coglie nel segno tutto ciò che non è ovvio, si muove continuamente – e non si capisce come sia possibile – in zone ombrose dal piano al pianissimo più silenzioso, dove ogni accordo iniziale dell’Arioso dolente assume un proprio indipendente significato e colore, coi quattordici La ribattuti spinti fino all’inudibile in un impressionante diminuendo ultraterreno, il pedale gioca un ruolo formale indipendente anche nel registro grave, il fortissimo viene riordinato abolendo urla eroiche, il suono trasumanato. Emozionano certi mutamenti di prospettiva come le biscrome alla mano destra del primo movimento su cui molti si accaniscono con caparbietà, ma che Pletnev risolve trattandole come accompagnamento delle armonie alla mano sinistra rilette in senso motivico. Una soluzione semplice, logica e liberatoria. L’Allegro con brio viene poi riveduto in senso anti virtuosistico, sciolto con un tempo tranquillo e levigato in ogni sfumatura, la sezione centrale appare in una sorta di apparizione scarlattiana fra spigolature ritmiche. Pletnev mette quindi la parola fine all’enfasi trionfalistica con cui molti guidano la fuga finale dell’op. 110 verso una sorta di catarsi o di redenzione. Sono altre le ragioni inscritte in questo capolavoro, portato a un epilogo di nobile compostezza. Ne esce così una sorta di conversazione-confessione, cogliendo la modernità profetica della scrittura pianistica di Beethoven fra figure inusuali e dirompenti.

Ombre continue permeano anche l’op. 111, dove Pletnev si muove in percorsi sotterranei, sottovoce, ma valorizzando ogni articolazione, fino ai trilli conclusivi definiti in modo ossessivo e pervasivo. Emerge un gigantesco flusso di pensiero che conferma il magnetismo con cui attrae l’ascoltatore convincendolo e costringendolo a entrare nel proprio mondo, nei misteri della partitura. Un Beethoven terminale portato nell’iperuranio che guarda già allo Schubert maturo, immerso nella contemplazione delle forme. E quasi si completa col fuoriprogramma dopo una pioggia di applausi e ovazioni, l’amata sonata “pastorale” di Scarlatti in re minore K 9, ora rivisitata in tutte le sue modernità dinamiche e metriche, inscritta persino in una dimensione quasi funebre, enfatizzandone in modo sconvolgente i profili più adamantini, la fermezza delle tinte, l’essenzialità delle linee melodiche.

Pletnev resta uno dei pochissimi in cui vive ancora il “demone” della tradizione classica, che lo rende genialmente in grado di vedere quello che altri non colgono, comunicandoci messaggi inauditi, scoprendo nessi e relazioni inattese, immerso in una disarmante serenità assoluta con cui fissa un mondo perfettamente delineato dinanzi a lui per raccontarcelo nei minimi dettagli.

Mirko Schipilliti

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