Peter Eötvös e il suo “dragone d’oro” a Miskolc

La prima assoluta nel giugno del 2014, in un deposito degli autobus di Francoforte sul Meno. Da lì in poi The Golden Dragon, opera del compositore ungherese Péter Eötvös, su un testo in inglese del drammaturgo tedesco Roland Schimmelpfennig, è circuitata un po’ per tutta Europa, approdando in Ungheria per la prima volta pochi giorni fa al Bartók Plus Festival e rimanendo tuttora inedita nel nostro Paese.

Péter Eötvös è compositore ancora poco noto dalle nostre parti. Nato nel ’44 in una Transilvania ancora in bilico fra Ungheria e Romania, è musicista noto per la sua immensa preparazione ed esperienza, consacratasi fin dalla sua partecipazione negli anni ’60 e ’70 all’Ensemble di Karlheinz Stockhausen e poi affermatosi definitivamente come direttore d’orchestra nei principali teatri europei come La Scala e il Covent Garden.

Il suo lavoro di compositore inizia, come per la gran parte dei musicisti ungheresi, con il cinema, per poi affermarsi nell’opera vera e propria nel 2002 con Le Balcon, su un testo di Jean Genet, che vide la sua prima rappresentazione al Festival di Aix-en-Provence, riscuotendo un deciso consenso. Da lì, i titoli successivi, che arrivano al nostro The Golden Dragon, e fino alla sua ultima opera Senza sangue composta un anno dopo, nel 2015, dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco e andato in scena da noi all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma.

The Golden Dragon viene eseguita a Miskolc sul palcoscenico del Teatro Nazionale con una messa in scena del regista Bruno Berger, che implica la presenza dell’intera orchestra sullo sfondo (una trentina di elementi) e un lungo tavolo da cucina al centro, attorno al quale si svolgono i 21, dei 48 originali, quadri che, senza soluzione di continuità, si avvicendano per un lungo e intero atto unico della durata di un’ora e mezza. Ecco subito un aspetto sul quale Eötvös potrebbe lavorare: ridurre la pièce a una durata più consona ai livelli di attenzione sopportabili dai pubblici del terzo millennio, non superare i sessanta, settanta minuti, insomma. Niente di nuovo arriva sul versante spettacolare, se non alcuni, espliciti e abusati, richiami sessuali che, un po’ arbitrariamente aggiunti alla vicenda, facilitano la sua trasposizione dal comico, verso il drammatico e il  grottesco.

A definire concretamente il dramma, la disavventura di un giovane cinese (l’unico personaggio con un soprannome: “The little one”) che arriva in Germania sulle tracce della sorella e, improvvisamente assillato da un insopportabile mal di denti, si rivolge al ristorante asiatico “The golden dragon”, per trovare conforto e aiuto dai suoi connazionali. Il ragazzo che non possiede documenti, e gli è perciò negata ogni forma d’assistenza pubblica, è obbligato ad accettare l’improvvisa soluzione propostagli, che prevede l’estrazione del dente dolorante per mezzo di un’enorme chiave inglese. L’intervento è violento e repentino e costituisce il pretesto per due distinti esiti che diventano elemento di sviluppo e conclusione del dramma: l’emorragia inarrestabile che porta il ragazzo alla morte e il dente estratto che si ritrova prima in un fiume e poi nel piatto dove una cameriera sta mangiando una zuppa. Il ragazzo si ripresenterà in forma d’anima e concluderà la pièce cantando la sua trasmigrazione verso la nativa Cina.

Facile immaginare il contesto globalizzato che ci si presenta, con la conoscenza del personale che lavora al ristorante proveniente da «Thai, Chinese, Vietnamese». Sono gli abiti, grezzamente forgiati sull’estetica grottesca e molto colorati, a descrivere ora uno ora l’altro personaggio. Gli interpreti li indossano, cambiandoli più e più volte in una continua alterazione d’identità. Il dramma, descritto da Eötvös con sferzanti sonorità e timbriche ardite, entra subito nel tema principale dello sfruttamento del lavoro, ma più precisamente delle persone, che vengono spostate come merci (esplicita la scena in cui un’assistente di volo segnala alla collega la presenza di un barcone pieno di persone nel mare sotto di loro che riceve come replica: «sono troppo lontani, non li possiamo vedere»), trattate come animali perché sans papier, costrette alla prostituzione o all’aborto perché corpi senza valore intrinseco, né anima. I personaggi del Golden dragon sono intercambiabili fra loro nella sintassi drammaturgica, perché privi di quell’identità mercantile che l’occidente chiede ed esige. Sono figli di nessuno, asessuati, figure descritte nelle loro ambiguità dai continui cambi di voce o di costumi che i personaggi assumono con rapidità e naturalezza.

Ė opera piacevole, quanto difficile e complessa The golden dragon, sviluppata su un costrutto musicale che non dà riposo, costringendo il pubblico all’attenzione e alla partecipazione. Ė intelaiatura armonica resa efficace da una continuità di variazioni timbriche, che spostano sempre dalla comodità di cellule melodiche disposte sapientemente nei gangli delle sottolineature drammatiche. Non v’è uno stile unico, dalle parti di Eötvös. La sua è una linea pendula, intersecata fra Ligeti e l’orizzonte multiculturale della world music. La scrittura vocale, pure, contribuisce a dare ritmo e comprensibilità alle gag composte da poche battute, emblemi della sintesi e della rapidità di un testo che nell’inglese trova l’universalità di un messaggio finale che costringe a riflettere sulla insostenibilità del modello odierno. Musica contemporanea, quindi, anche perché legata a tematiche stringenti, non più da filosofia antropologica ma colme di significati politici e sociologici attuali, ecco il quadro che Eötvös suggerisce in partitura all’Orchestra dell’Israel Contemporary Players, pienamente soddisfacente nella conduzione efficace e chiara di Zsolt Nagy e con la figurazione drammatica, svolta in 21 delle 48 scene estratte dal dramma originale. Bruno Berger-Gorski cerca i caratteri più squisitamente grotteschi per dipanarli in gustose allegorie capaci di irritare, scandalizzare e perfino divertire, attraverso le pregiate e pertinenti interpretazioni di un cast vocalmente ben composto e attorialmente eccellente di cui si sottolineano le prestazioni collettivamente convincenti dei cinque solisti in palcoscenico: Einat Arinstein, The little one, soprano; Andrew Mackenzie-Wicks, The young man (young Asian, waitress, grandfather, the cricket, Chinese aunt), tenore; Andrea Meláth, The woman over sixty (old cook, granddaughter, the ant, Hans, Chinese mother), mezzo-soprano; Daniel Norman, The man over sixty (old Asian, Eva, the brunette stewardess, the friend of the granddaughter, Chinese father), tenore; Cornél Mikecz, The man (an Asian, Inga, the blond stewardess, Chinese uncle), baritono.

Lo spettacolo ha trovato il pieno consenso del pubblico e l’approvazione di molta della critica europea, concentratasi a Miskolc in occasione del Festival Bartók 2019.

Davide Toschi

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