Pesanti eredità

F.X. MOZART Concerto per pianoforte n. 1; Concerto per pianoforte n. 2

CLEMENTI Concerto per pianoforte in DO Orchestra Sinfonica di S. Gallo, direttore e pianoforte Howard Shelley

HYPERION CDA68126

DDD 71:33

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Parlai una volta con un amico, psicologo di professione, a proposito di un giovane pianista, figlio di un grande pianista, che aveva di recente esordito come pianista. «Ma il padre è veramente grande?», mi chiese l’amico. «Veramente». «E allora, ecco uno che ha già sbagliato tutto nella vita». Questo, salvo eccezioni (che non vedo), è vero oggi ed era vero già nell’Ottocento. Non lo era quando il mestiere di musicista veniva tramandato di padre in figlio. Alessandro Scarlatti poteva allora dire con orgoglio che suo figlio Domenico era un aquilotto a cui erano spuntate le ali, e il magno Bach poteva andar fiero dei suoi quattro figli musicisti. Franz Xaver Mozart, figlio minore di Wolfgang Amadeus, stava sul crinale fra il mondo antico e il mondo nuovo. Rimasto orfano a quattro anni d’età, studiò composizione e pianoforte con vari maestri, fra cui Salieri e Hummel, e girò per qualche tempo l’Europa come pianista-compositore (suonò anche a Milano, dove viveva il fratello maggiore). Ma poi si fissò a Leopoli e divenne, come dire?, uno stimato musicista di provincia. I due Concerti presentati da Shelley, rispettivamente del 1809 e del 1818, sono scritti benissimo… al modo che usava venti o trent’anni prima. Mozart junior non ha niente da perdere nel confronto con Kozeluch, con Vanhal, con Hoffmeister, e ha tutto da perdere  non solo nei confronti di Beethoven e di Weber, ma anche di Hummel, Moscheles, Dussek, Steibelt, Field. Il meglio che si può dire di lui, secondo me, è che resse con dignità il pesantissimo cognome che portava.

Dalle cronache giornalistiche londinesi di fine Settecento sappiamo che Clementi vi eseguì dei concerti suoi. Nessuna partitura ci è pervenuta. Abbiamo, di mano del viennese Johann Schenk, questo Concerto in do maggiore, che segue fedelmente la traccia della Sonata op. 33 n. 3 di Clementi. La struttura è quella di una sonata con stilemi di concerto, non di concerto. Un che di simile al Concerto italiano di Bach, all’Allegro da concerto di Chopin…. Io ritengo perciò che il Concerto sia un trascrizione della Sonata, opera dello Schenk (che ebbe tra i suoi allievi anche Beethoven). E credo che Richard Wigmore avrebbe dovuto parlare di ciò nella presentazione.

Shelley dirige e suona splendidamente, tenendo bene in equilibrio, come riesce a fare quasi sempre, la quantità del repertorio affrontato e la qualità della resa, ben diverso in ciò dai vecchi stakanovisti, buoni lettori a prima vista, che agli albori dell’LP furono ingaggiati dalla Vox e dalla Westminster per andare a frugare negli scantinati della letteratura pianistica. Si potrebbe dire che in Mozart egli accentua, piuttosto che mascherarli, gli aspetti obsoleti dello stile. Ma questo fa parte dei diritti dell’interprete.

Piero Rattalino

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