Opera italiana… alla fine del mondo

PUCCINI Tosca M. Serafin, D. Torre, C. Sgura, S. Gallop, L. Gabbedy, G. Macfarlane, A. Tamburini; Orchestra Victoria, Opera Australia Chorus, Opera Australia’s Children’s Chorus, direttore Andrea Molino regia Simon Phillips scene Michael Scott-Mitchell costumi Teresa Negroponte luci Nick Schlieper

DONIZETTI Don Pasquale C. Coad, R. Durkin, J. Longmuir, S. Dundas, B. Rasheed; Orchestra Victoria, Opera Australia Chorus, direttore Guillaume Tourniaire regia Roger Hodgman scene e costumi Richard Roberts luci Matt Scott

Melbourne, Arts Center, State Theatre, 22 novembre 2014

Se è vero che gli scrittori senza fantasia ricorrono all’escamotage della macchina del tempo per rendere più allettanti trame altrimenti scarne ed insipide, è ormai altrettanto assodato che i registi non particolarmente in vena ambientino l’opera di turno durante gli anni del nazifascismo, sapendo di poter attingere a piene mani a tutto un bacino di drammaticità, di violenza e di suspence che – non si può negare – ben si confà all’essenza stessa del melodramma. Il problema di fondo è che, spesso, si tratta di una decisione arbitraria, le cui radici non affondano nella volontà di conferire una particolare lettura all’opera stessa, ma di propendere per la soluzione minimo sacrificio-massimo beneficio o meglio, per dirla alla Tosca, di scegliere la via «più breve». Proprio Tosca sta andando ora in scena sulle assi più prestigiose di Melbourne, quelle di Opera Australia presso lo State Theatre, con siffatta regia di John Bell: gesti come il saluto romano da parte di Scarpia, milizie e gerarchia ecclesiastica tutta rivolto verso il pubblico sull’ultima nota del «Te Deum» o il lancio a mo’ di sfregio della bandiera nazista da parte di Cavaradossi alla notizia dell’esito della battaglia di Marengo (noto momento clou del secondo conflitto mondiale, tra l’altro) sono non solo vacui, ma anche ritriti. Già più apprezzabile la soluzione escogitata per il finale ultimo che, svolgendosi in un campo di concentramento con mura munite di spesso filo spinato, non consente alla protagonista il celebre salto onde sfuggire, come estremo atto di dignità, ai carnefici, ma che la obbliga ad offrirsi come vittima volontaria alle loro inesorabili scariche di mitragliatrice.

Assai piatta e monocorde la concertazione di Andrea Molino, costante in un’asettica dilatazione dei tempi; l’unico momento in cui l’orchestra è riuscita a suscitare qualche brivido è stato il già citato «Te Deum», e probabilmente più per questioni intrinseche di vertiginose sovrapposizioni di piani sia musicali che semantici che non per particolari meriti del direttore.
Le sorti della recita sono state fortunatamente risollevate dai cantanti impegnati nelle prime parti. Martina Serafin è una bella Tosca matronale; possiede una voce dal giusto tonnellaggio capace di levigate finezze ed una duttilità scenica che spazia credibilmente dalla smorfiosa gelosia all’amoroso trasporto, dall’angosciata incertezza all’odio più profondo. A voler trovare il pelo nell’uovo, gli «Ah!» discendenti del «Vissi d’arte», così come il Do della «lama», erano posizionati troppo indietro e, pertanto, sono risuonati alquanto metallici. Ugualmente di buon livello la prestazione del tenore messicano Diego Torre, dotato di schietta voce di drammatico, morbida nel cambio di registro e munita di acuto facile e squillante; unica – non trascurabile – mancanza: la fisicità alquanto imponente dell’artista non gli ha permesso di raggiungere una piena aderenza con la peculiarità più distintiva del protagonista maschile, ossia lo scatto ribelle, indomito, sanguigno. Claudio Sgura, di cui ricordavamo un timbro più tenebroso, è uno Scarpia a tutto tondo sia dal punto di vista vocale che da quello scenico: trova una perfetta coincidenza con quel «bigotto satiro» concepito dai librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, rendendo manifeste le proprie eccessive voglie ma vellutando il tutto con una vocalità fluida e – gran pregio – priva di effettismi di sorta.
A fine recita, il numeroso pubblico della matinée ha tributato copiosi applausi a tutti, tentando addirittura un timido accenno di standing ovation per i tre protagonisti.
Il primo pensiero che percorre la mente ripensando al Don Pasquale cui s’è assistito la sera stessa è come l’Australia sia una terra incredibilmente feconda di soprani di coloratura: partendo da Nellie Melba, celebre per le variazioni col flauto introdotte come cadenza nella scena della pazzia di Lucia di Lammermoor nel 1889, si passa per quello che è forse stato il soprano belcantista più grande di tutti i tempi, ossia Dame Joan Sutherland, per approdare alle meno illustri ma comunque talentuose Emma Matthews e Jessica Pratt, quest’ultima divenuta in breve tempo soprano prediletto dal Rossini Opera Festival di Pesaro per la realizzazione di ardui recuperi filologici. Rachelle Durkin, Norina dell’allestimento in questione, stupisce non solo per una fisicità da top model sottolineata da saporosi abiti alla Brigitte Bardot, ma soprattutto per la facilità con cui sgrana colorature, introduce vorticose girandole di agilità nelle variazioni ed inserisce puntature sovracute qualora la partitura lo consenta. È sicuramente lei la punta di diamante dell’intera produzione, guizzante sia nella figura che nella vocalità. Nota dolente, invece, l’Ernesto di John Longmuir, il cui mezzo ci pare ad ogni ascolto sempre più leggero e timbricamente meno affascinante: sebbene, dando prova di conoscere il mestiere, sappia rendere meno calamitosa la propria prova evitando di cantare semifrasi che lo porterebbero a non avere il fiato necessario per arrivare alla fine di quelle successive, ad alleggerire la voce fino al falsetto per raggiungere note che non avrebbe in registro di petto e ad evitare sconvenienti puntature di tradizione, il Belcanto è un terreno troppo arduo per le sue facoltà. O, forse, semplicemente non adatto. Inoltre, quella di Ernesto è una parte tremenda, sempre gravitante sul passaggio a spingere verso l’iperuranio di note astrali: «Povero Ernesto!» non perdona. Il Don Pasquale di Conal Coad è più che perfettibile in termini di pronuncia e di pulizia canora, ma la presenza scenica alla Nanni Svampa è così debordantemente irresistibile che non si può non perdonargli i due peccati di cui sopra, benché tutt’altro che veniali. Samuel Dundas detiene il primato di essere in possesso della voce più bella della serata, ed anche il portamento è frizzante e disinvolto; solo non guasterebbe una maggiore differenziazione coloristica del testo musicale: ciò che, dopotutto, distingue il valido artigiano dal vero artista.
La regia di Roger Hodgman è anch’essa arbitraria in quanto ad ambientazione (la capitale negli anni ’50, esplicito omaggio cinematografico a Vacanze romane) ma, a differenza di quella di Tosca, risulta quantomeno molto piacevole a vedersi in più di un frangente: basti pensare allo squarcio di una piazza della Roma dei vicoli che si trasforma rapidamente nell’interno demodé del palazzo di Don Pasquale nel prim’atto, o al gioco d’iridescenti riflessi acquatici durante il duetto d’amore del terz’atto (qui un plauso va fatto più che altro al light designer, Matt Scott).
Guillaume Tourniaire, che credevamo specializzato in opera contemporanea, riesce a tenere a bada l’Orchestra Victoria, non propriamente incline al repertorio belcantistico, fino addirittura a cavarne risultati insperati per precisione e brillantezza. Apprezzabilissima la riapertura di alcuni tagli di tradizione nei pezzi d’assieme.

Ilaria Badino

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