Opera Australia: voci sane e risate crasse

ROSSINI Il turco in Italia S. Lowrencev, E. Matthews, A. Moran, S. Dundas, J. Longmuir, A. Dowsley, G. Macfarlane. Orchestra Victoria, Opera Australia Chorus, direttore Anthony Legge. Regia, Simon Phillips. Scene, Gabriela Tylesova
Melbourne, State Theatre, 1 maggio 2014

BIZET Carmen M. Nikolic, B. Daley, S. Lowrencev, D. Masiero, A. Tamburini, C. Hillier, J. Ede, V. Lambourn, L. Gabbedy, S. Roberts-Smith, R. Howell, R. Mitchell. Orchestra Victoria, Opera Australia Chorus, direttore Brian Castles-Onion. Regia, Francesca Zambello. Scene, Tanya McCallin
Melbourne, State Theatre, 17 maggio 2014

L’Australia e l’opera costituiscono un binomio assai gustoso da saggiare. Ciò che il regista autoctono Simon Phillips ha fatto mettendo in scena «Il turco in Italia» rossiniano rende chiara l’idea di quale sia l’abnorme distanza che separa la caleidoscopica sottigliezza della vena ironico-erotica del pesarese da ciò che ora si ritiene adatto al pubblico locale, squalificato in partenza come «bogan» (l’australiano provinciale e grossolano), considerato incapace di reagire ai sagaci e nemmeno troppo velati stimoli già presenti in partitura, e quindi bombardato senza soluzione di continuità per mezzo di gag ridondanti e di una sessualità che sarebbe eufemistico definire esplicita. I rapporti erotici più che mimati spiccano per la loro incoerenza drammaturgica e per l’azione decostruttiva che hanno sul canto. E il testo di Romani viene deformato da cima a fondo nei sovratitoli, sotto l’urgenza della risata crassa. Peccato, perché l’idea di fondo di situare l’opera buffa in una coloratissima Italia inizio anni sessanta, con il doppio ambiente casa/bar di Geronio attorno al quale si sviluppano tutte le vicende private da un lato e pubbliche dall’altro, e i riferimenti al Fellini neorealista della «Strada» nelle figure di Zaida e di Albazar, rivisitate per l’occasione come dolcissima Gelsomina e protettivo Zampanò, era di per sé funzionale e succosa, così come i colori dei costumi che digradavano dallo shocking al sorbetto.
Anthony Legge ha diretto con mera professionalità un’Orchestra Victoria che evidentemente non ha ancora trovato in Rossini pane per i propri denti, mentre sul versante vocale le cose andavano decisamente meglio. Emma Matthews, star di casa che avrebbe tutte le carte in regola per sfondare anche presso teatri più prestigiosi, si muove assai bene nei panni di questa libidinosa Fiorilla, regalando una vera e propria lezione di belcanto ogniqualvolta abbia la possibilità di prodigarsi in acciaccature, gruppetti, vorticose colorature e, soprattutto, astrali sovracuti. Bello, aitante ed abbronzato, con un registro acuto luminoso e torrenziale ma con non poche problematiche da risolvere riguardo alle note gravi e al canto d’agilità, Shane Lowrencev s’è preso più di una licenza nella pur già licenziosissima messinscena di Phillips, scadendo pure nel lancio gratuito di una parolaccia in italiano. Andrew Moran e Samuel Dundas hanno reso giustizia alle proprie parti (rispettivamente, Don Geronio e Prosdocimo) dando vita a gradevoli personaggi a tutto tondo, in particolar modo il primo, aiutato da una presenza scenica tondeggiante nel vero senso della parola e a un fare mesto che non potevano non accattivare la simpatia del pubblico. John Longmuir è un Narciso dalla voce leggera leggera, ben gestita ma che abbisogna di qualche oliatura aggiuntiva per raggiungere senza intoppi i vertici di uno dei primi impervi ruoli David. Anna Dowsley mette a servizio della zingara Zaida un’aggraziata, giovanissima femminilità e un timbro omogeneo benché ibrido.
I rampanti spiriti del nuovissimo mondo si fanno assai più dòmi quando si ritrovano ad agire in un contesto preconfezionato, come nel caso della «Carmen» ipergitana realizzata da Francesca Zambello nel 2006 per la Royal Opera House di Londra. Mutano i continenti, ma la sensazione rimane quella di un allestimento tanto buio da mettere alla prova anche le più feline tra le viste. È comunque una regia efficace e suggestiva, per la bellezza e la pertinenza dei costumi, per quella luce calda — sebbene parca — che promana da ogni cosa e che quasi profuma con note di zagara gli scorci di quella che è la città delle arance per eccellenza, per il sentore di libertà zingaresca che aleggia su tutti e quattro gli atti e che si concretizza in caviglie (e non solo) abbondantemente mostrate senza pudore alcuno, in mosse lascive e sfrenate ed in danze che volteggiano su ritmi montanti, allorquando le ampie gonne che ruotano e che si sollevano fanno l’effetto di una corolla floreale in sboccio.
In quest’occasione l’Orchestra Victoria, sotto la bacchetta di Brian Castles-Onion, si riscatta in toto e svolge adeguatamente la propria funzione di pungolo, supporto e suggestivo commento alla pregnante azione scenica, trovando di volta in volta le giuste nuance. Una volta che in questa messinscena si è vista la sensualissima Anna Caterina Antonacci, è pressoché impossibile gettarsi alle spalle la sua perfezione nella resa sia fisica che canoro-testuale: non ci sono state Garanca o Rachvelishvili che abbiano tenuto. Qui Milijana Nikolic fa del proprio meglio, il che non è poco: aiutata da un’avvenenza non indifferente, mette a disposizione della donna nata libera per eccellenza il proprio timbro scuro come il vino caldo, un poco intubato nelle note gravi ma via via più sciolto e penetrante verso l’acuto. Nel medesimo registro dà il proprio meglio l’aitante Escamillo di Shane Lowrencev — già nostro Selim nel famigerato «Turco» — capace di tenere a perdifiato le note di fine frase di « Votre toast »; che la cosa abbia una qualche valenza espressiva, lo mettiamo in serio dubbio: il baritono è bravo, figura meglio qui che non in una parte di coloratura come quella del principe ottomano, ha gambe lunghe come pertiche, si piace molto e non fa nulla per nasconderlo. Una gradita sorpresa proviene invece dal reparto navarrese. Bradley Daley ricorda parecchio Roberto Alagna sia nella struttura fisica sia, soprattutto, nel timbro, con quella perenne sensazione di rotacizzazione del suono anche laddove non ci sono r in vista; il mezzo è piacevolmente lirico, venato da una lacrima di malinconia anche se tendenzialmente solare, e l’artista è abile nel gestirlo alternando impennate di temperamento (« Adieu pour jamais! ») ad emissioni ammorbidite (l’aria del fiore, per di più smorzata in maniera perfetta sul Si bemolle finale). Daria Masiero è in possesso di una tipica voce sopranile all’italiana, rotonda e fresca, cosicché sia il duetto con Don José del prim’atto che la bella aria del terzo sono state una vera e propria delizia per l’orecchio (tanto che verrebbe da chiedersi come mai un’artista del genere non canti più spesso in Italia). Un appunto: non è stato eseguito l’«Avec la garde montante» dei Gamins, e ci viene da farci una domanda e da darci una risposta da soli: probabilmente, Opera Australia (che ha sede a Sydney e che utilizza Melbourne più che altro come piattaforma satellite) non aveva a disposizione in loco un coro di voci bianche.
Ilaria Badino

 

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