Noseda riscatta Rachmaninov

 

 

 

 

 

 

 

 

 

WAGNER Preludio da I Maestri cantori di Norimberga DEBUSSY La Mer RACHMANINOV Sinfonia n. 2 London Symphony Orchestra, direttore Gianandrea Noseda

Stresa, Palazzo dei Congressi, 6 settembre 2016

Ci sono orchestre, come la Bayerisches Staatsorchester che si è esibita con così grande successo lunedì 5 alla Scala (se ne darà conto sul numero di ottobre di MUSICA), che sembrano nate — per colore, modo di fraseggiare, temperamento — per un determinato repertorio; e altre che, camaleonticamente, sanno adattarsi, pur mantenendo la propria personalità, a un amplissimo spettro di partiture: e la stupenda London Symphony Orchestra, esibitasi ieri sera a Stresa a conclusione delle Settimane Musicali, appartiene certamente a questo secondo gruppo. Ci si abitua molto facilmente all’eccellenza, salvo notarne la scarsità quando ne si avverte la mancanza: ma ciononostante stupisce sempre la perfezione tecnica del complesso inglese, potente e luminoso in ogni reparto, con solisti di bravura miracolosa e una capacità di ascoltarsi l’un coll’altro che è il vero ubi consistam di una grande orchestra. Anche perché il programma proposto era di enorme impegno: e l’ascolto ripetuto, 24 ore dopo dal citato concerto dei Bavaresi diretti da Petrenko, del Preludio dei Maestri Cantori, offre non pochi spunti di confronti. Gianandrea Noseda sceglie uno stacco di tempi più solenne, un’andatura meno nervosa e rustica del collega russo: una lettura più tradizionale, insomma, più “sinfonica”, più confacente alla proposta del brano in forma di concerto, ma il risultato – è doveroso ammetterlo – è diverso anche in virtù di una prova più perfetta (siamo a livelli altissimi, si capisce) da parte della LSO rispetto all’orchestra di Monaco. Ancora più esaltante è stata la lettura offerta della Seconda sinfonia di Rachmaninov, pagina verso la quale –  devo ammetterlo – ho scarsissima considerazione: nulla potendo fare per mascherarne la mostruosa ripetitività (però Noseda ha evitato di suonare la ripetizione dell’esposizione del primo movimento: gliene sono molto grato), la tronfiaggine retorica, la fondamentale assenza di vera ispirazione (fatto salvo il secondo movimento), il direttore milanese ha scelto la strada più intelligente per concertarla. Ha messo in campo energia invece di brutalità, senso del canto intenso, eppure rattenuto, invece di sentimentalismo sbrodolato, evitando di perdersi in mille dettagli timbrici e strumentali che una prima lettura della partitura potrebbe suggerire ma che sono, di fatto, inutili quando non irrealizzabili. E poi ho trovato stupenda la sintonia naturale (come già ho rilevato a proposito dell’Usignolo stravinskiano eseguito sempre a Stresa domenica, e recensito su questo stesso sito) che Noseda ha verso la musica russa, verso quei giri melodici che si accendono e si spengono subito, enfatizzando quel senso di passionalità dominata da un destino avverso, con una disperazione che è in realtà esaltato fatalismo. E lo fa con una misura e un senso delle proporzioni che sono rarissime a trovarsi anche nelle grandi esecuzioni di epoca sovietica: davvero memorabile. Molto meno interessante, invece, mi è parsa La mer di Debussy, ancora una volta benissimo suonata (e non è poco), ma un tantino rigida, restia a concedersi ai sensuali abbandoni timbrici di tradizione, a sfumare i confini del ritmo: certe figurazioni in terzine degli archi alla fine di “Jeux de vagues” evocavano in maniera sospetta la rimskiana Šekherezada (vulgo, Shéhérazade). Dopo la lunghissima cavalcata imposta dalla Seconda di Rachmaninov (quasi un’ora!), il meritato trionfo, premiato con il Trepak dallo Schiaccianoci di Ciaikovski.

Nicola Cattò

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